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Dopo Trump, il “populismo” prende piede anche in Europa. Cosa sta accadendo alle democrazie occidentali?

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Sono rimasti ormai in pochi a dubitare della particolare capacità, propria dei fenomeni politici ed economici, di diffondersi a macchia d’olio per mezzo della prossimità geografica ed ideologica.

Il principale avvenimento della storia recente comprovante tale peculiarità è da identificarsi senz’altro con la crisi economica del 2008. Il crollo della borsa e dei giganti finanziari statunitensi è stato inaspettato e dirompente, e ha travolto non solo il mercato americano ma anche i paesi europei, trascinando il Vecchio Continente in una stagnazione economica quasi decennale, dalla quale paesi come l’Italia stanno intravedendo una via d’uscita solo da pochi anni a questa parte.

Fig.1 – Donald Trump compie il suo discorso inaugurale da Presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 2017 dinanzi al Campidoglio, a Washington.

A livello politico, stiamo recentemente assistendo a fenomeni simili, quali la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi nel novembre 2016. Durante la sua corsa alla Casa Bianca, quasi nessuno riteneva davvero possibile che un magnate miliardario, privo di qualsiasi esperienza politica e noto al grande pubblico per il comportamento grottesco messo in mostra in sede di reality show, potesse rappresentare anche solo un’opzione per l’elettorato USA.

Eppure, come ben sappiamo, le cose sono andate diversamente: Trump ha saputo porre l’accento sulle paure latenti dei suoi sostenitori, scatenandone la rabbia repressa e l’insoddisfazione verso l’establishment precedente in modo da poter sfruttare le loro reazioni a proprio vantaggio, in pieno stile populista. Già prima di raggiungere l’inatteso successo, Trump aveva catturato l’attenzione e la simpatia di un esponente politico oltreoceano, divenuto celebre dopo anni passati nell’ombra: stiamo parlando di Nigel Farrage [1], esponente dell’Independence Party britannico che, dopo essersi battuto 17 anni per l’abbandono dell’Unione Europea da parte del Regno Unito, nel giugno 2016 ha visto coronato il suo desiderio. L’esito del referendum per la Brexit ha lasciato sgomenta la maggior parte della leadership politica europea, che ha valutato la vittoria del “leave” come una decisione presa dal popolo britannico sulla scia dell’emotività, della paura e di un eccessivo nazionalismo. Infatti, così come da lì a pochi mesi sarebbe avvenuto nelle elezioni americane, l’esito del referendum è da attribuire alle insicurezze sulla gestione delle politiche economiche e migratorie nutrite dalla classe media formata da cittadini bianchi di una certa età. Non a caso infatti, riferendosi alla Brexit, si è detto che “the old chose for the young”.

Negli ultimi tempi si parla molto spesso del termine “populismo”, in quanto si tratta di un fenomeno sempre più presente in tutto il mondo occidentale. Tale ideologia punta a reindirizzare la frustrazione degli elettori verso un nemico esterno e “diverso”, contro cui far valere la propria forza per mezzo di un leader carismatico che non teme di esprimere il proprio pensiero apparentemente impopolare, come quello di Trump negli Stati Uniti o del partito Alternative für Deutschland (AfD) in Germania.

Non dobbiamo altresì dimenticare il contesto francese: nonostante attualmente il presidente Macron stia guidando il paese all’insegna del liberismo e degli ideali europeisti, la Francia è stata teatro della nascita di uno dei primi movimenti populisti, incentrato sul rifiuto dell’immigrazione proveniente dalle ex colonie francesi in Africa: si tratta del Front National fondato da Jean Marie Le Pen negli anni ‘70, ora sotto la guida della figlia [2]. Mentre quest’ultimo ha subito un calo di consensi dopo le elezioni, lo stesso non si può dire del populismo xenofobo ed anti-islamico di Wilders in Olanda [3], che nelle elezioni di marzo ha conquistato quattro ulteriori seggi in parlamento a discapito dei laburisti, praticamente scomparsi dai radar.

Fig. 2 – Matteo Salvini, leader della Lega, sorridente dinanzi ai fotografi durante la conferenza stampa post-voto che ha dato risultati soddisfacenti al partito della coalizione di centrodestra.

Restando in tema elettorale, le politiche del 4 marzo hanno fotografato un’Italia indecisa ed attraversata da una crisi della sinistra ormai innegabile. Matteo Renzi in breve tempo è passato dall’essere un auspicabile leader giovane, intraprendente e portatore di novità, ad un politico sconfitto ed incapace di tenere unito il proprio partito. Egli ha incassato una cocente delusione alle politiche, che si sono concluse dimostrando come l’Italia sia nuovamente divisa in due ma, questa volta, unita dal trionfo di due populismi, per quanto diversi tra loro: mentre al sud si è imposto l’anti-establishment per eccellenza rappresentato dal Movimento 5 Stelle, il nord è stato dominato dalla coalizione di centrodestra che, per la prima volta, vede emergere come primo partito al proprio interno la Lega di Salvini.

Una coalizione con ampia fazione populista è già una realtà in Austria, dove lo scorso dicembre l’estrema destra di Strache ha raggiunto un accordo per governare con i conservatori del trentanovenne Kurz, il più giovane capo di governo in Europa: i due promettono di ridurre le tasse a carico dei cittadini e di attuare il pugno di ferro contro l’immigrazione. Di ben più lungo corso è la svolta populista presa dall’Ungheria dal 2007, quando la guida del paese è passata a Viktor Orbán (fresco vincitore delle ultime elezioni ungheresi), fortemente contrario ad accettare qualsiasi compromesso con Bruxelles in merito all’accoglienza di richiedenti asilo ricollocati da Italia e Grecia, nonché ideatore del muro al confine con la Serbia che ha fatto infuriare i vertici europei. Tra i sostenitori della svolta populista ungherese troviamo la Polonia [4], dove Morawiecki del partito Diritto e Giustizia (PiS in polacco) ha assunto la carica di primo ministro lo scorso 7 dicembre, promettendo di seguire la linea magiara e di continuare la strategia euroscettica del suo predecessore Beata Szydlo. Già nel 2015 il PiS con Kaczynski aveva trionfato alle elezioni estromettendo le sinistre dal parlamento; a ciò si aggiunse un anno dopo la svolta in Slovacchia, dove il partito popolare di estrema destra Slovacchia Nostra è riuscito ad imporsi come primo partito di opposizione.

Gli obiettivi di questi paesi, incentrati sull’importanza degli stati-nazione e sulla difesa dei confini nazionali dalle ingerenze dell’Europa, destano forti preoccupazioni e sono visti come una bomba ad orologeria da Bruxelles e dagli altri stati membri, in particolar modo dalla Francia europeista di Macron e dalla Germania che ha appena dato inizio al quarto governo consecutivo guidato dai conservatori di Angela Merkel.

Nonostante si tratti di un partito che non è mai stato noto per la sua predilezione per il cambiamento, la CDU della Merkel ha molto a cuore il progetto di integrazione europea, per questo un possibile capo del governo italiano contrario all’Unione Europea desta non poche preoccupazioni nella Cancelliera tedesca, per la quale però i tempi di maggior splendore sono ormai giunti al termine. Dopo le elezioni del settembre 2017 infatti, la Germania è rimasta sprovvista di un esecutivo per circa 6 mesi, prima di raggiungere l’accordo che ha portato alla formazione della cosiddetta “Große Koalition”. L’instancabile opera di convincimento di Angela Merkel nei confronti dei socialisti del Partito di Martin Schulz ha fatto sì che la maggior parte degli iscritti al partito SPD votasse a favore di un governo di coalizione con la CDU e la CSU, ala bavarese della Christlich Demokratische Union. Si è trattato fondamentalmente di una scelta di sopravvivenza: tornare alle urne non avrebbe fatto altro che accrescere la percentuale di votanti che la SPD avrebbe perso in favore del partito AfD. Anche in Germania è dunque finita l’era dei partiti tradizionali [5], i populismi la fanno sempre più da padroni ed appare evidente come la parola chiave del futuro europeo, allo stato attuale delle cose, non possa che essere “incertezza”.

Elena Beretta

1) S. Schuster, The Populists, http://time.com/time-person-of-the-year-populism/

2) R. Betts, La decolonizzazione, Il Mulino, Milano 2007

3) G. Riva, Elezioni in Olanda, la sconfitta del populismo è un’illusione ottica, http://espresso.repubblica.it/internazionale/2017/03/16/news/elezioni-in-olanda-ma-la-sconfitta-del-populismo-e-un-illusione-ottica-1.297352

4) O. Melkonian, L’onda nera dell’Europa orientale: il nazional-populismo conquista l’ex blocco socialista, https://cesi-italia.org/articoli/566/londa-nera-delleuropa-orientale-il-nazional-populismo-conquista-lex-blocco-socialista

5) M. Von Rohr, Der Hochseilakt, https://daily.spiegel.de/meinung/unruhige-zeiten-die-aera-der-grossen-volksparteien-geht-zu-ende-a-66603

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