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Difendere la democrazia? Gli USA preferiscono aiutare chi li appoggia

Mentre noi in Italia siamo ancora in balia del caos post elettorale, con delle elezioni che non hanno consegnato una maggioranza e quindi un governo al Paese, c’è sicuramente nel mondo chi è messo peggio di noi e tra questi c’è lo Stato centroamericano dell’Honduras. Infatti, le ultime elezioni onduregne hanno causato una crisi elettorale molto più profonda e violenta.

Il colpo di stato del 2009 – L’Honduras è una Repubblica presidenziale, quindi il Presidente è direttamente eletto dal popolo. Secondo le sue leggi è eletto a maggioranza relativa e chiunque sia stato in carica non può essere rieletto per un secondo mandato. Questo secondo punto è stato causa di discussioni e veri e propri stravolgimenti nella storia recente del Paese. Tutto è cominciato nel 2009, quando i militari, alleati con i partiti politici tradizionali, hanno rimosso dal potere l’allora Presidente Manuel “Mel” Zelaya, un civile democraticamente eletto. I suoi oppositori giustificarono l’azione accusando il Presidente di voler svolgere un secondo mandato, cosa che andava contro i limiti imposti alla carica dalla Costituzione. Quello che in realtà segnò il destino di Zelaya fu il suo essere estraneo alle élite tradizionali. Egli proveniva da una delle famiglie più ricche del Paese e arrivò al potere promettendo continuità, ma nel 2007 cambiò la sua linea d’azione. Adottò un programma “bolivariano” basato su una politica socio-economica di centrosinistra, si alleò con Cuba e Venezuela (allora governata da Hugo Chavez), e si impegnò a ribaltare lo status quo. Questa deriva ideologica ha causato timore nelle élite tradizionali e ha fatto sì che esse si alleassero contro di lui. Il colpo di stato ha esacerbato le divisioni politiche e sociali nel Paese. Zelaya, deposto, è diventato il leader di una nuova fazione politica che si è proclamata rappresentante degli onduregni più poveri e ha attaccato gli alti livelli di ineguaglianza.

Le premesse – In questo contesto, nel 2013, è stato eletto alla presidenza Juan Orlando Hernandez, membro del Partido Nacional, la fazione più conservatrice e che rappresenta al meglio le tradizionali élite nazionali. La presidenza di quest’ultimo è stata segnata nel 2015 dall’emergere di uno scandalo di corruzione riguardante alti ufficiali dell’Instituto Hondureño de Seguro Social, l’INPS onduregna, che hanno rubato più di $300 milioni, alcuni dei quali hanno finanziato la campagna elettorale di Hernandez nel 2013. Lo scandalo ha portato a proteste in tutto il Paese e il Presidente è stato obbligato a fondare una missione dell’OSA formata da esperti internazionali per aiutare la persecuzione e l’investigazione dei casi di corruzione in Honduras, la “Misión de Apoyo contra la Corrupción y la Impunidad en Honduras” (MACCIH). Inoltre Hernandez ha potuto ricandidarsi alle elezioni presidenziali del 2017 solo dopo che la corte suprema, da lui riempita di suoi alleati, lo abbia autorizzato, in parole povere, dichiarando incostituzionale la Costituzione. Facendo questo Hernandez ha compiuto niente meno che la modifica della Costituzione di cui era stato accusato Zelaya nel 2009.

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Fig. 1 – Juan Orlando Hernandez, Presidente uscente dell’Honduras nuovamente eletto.

Le elezioni – Arriviamo così alle elezioni del 26 novembre scorso. Zelaya si è alleato con Salvador Nasralla, ex dirigente della Pepsi e annunciatore sportivo, che è diventato il principale candidato dell’opposizione, e con altri partiti di centro sinistra formando una coalizione anti-corruzione.

La maggior parte dei sondaggi davano il Presidente in carica, che comunque ha dei meriti (come l’aumento del 30% le forze di polizia, i casi anti-corruzione, la riduzione del tasso di omicidi dal 79 ogni 100 mila abitanti del 2013, il più alto del mondo, al 42 del 2017 e sotto la sua presidenza, una crescita del PIL del 3% annuo, nonostante il calo degli investimenti esteri), avanti con un vantaggio in doppia cifra, e la gente si aspettava che il risultato fosse annunciato la sera stessa, come di consueto dalla democratizzazione degli anni ’80. Il giorno delle elezioni, i seggi di tutto il Paese hanno inviato i voti al Tribunal Supremo Electoral (TSE), ma il sospetto ha iniziato a formarsi mentre il tempo passava senza che alcun risultato emergesse.

All’1:45 del mattino il TSE ha rilasciato finalmente i risultati parziali, basati sul 57% delle sezioni scrutinate, il candidato anti-corruzione, Salvador Nasralla, era in vantaggio di 5 punti percentuali sul Presidente Hernandez. Per gli osservatori dentro e fuori dall’Honduras questa elezione aveva causato uno storico ribaltamento.

Basandosi sugli exit poll di una società detenuta da uno dei suoi consiglieri più stretti, il Presidente ha dichiarato vittoria nella notte di domenica affermando che l’arrivo in ritardo dei voti delle zone rurali lo ha favorito, rispetto ai voti delle città. Vittoria rivendicata nello stesso momento anche da Nasralla.

Nel tardo pomeriggio di lunedì il TSE ha annunciato che non avrebbe rilasciato alcun risultato fino a che l’ultima urna elettorale non fosse arrivata nella capitale, presumibilmente il giovedì dopo. Il terzo classificato delle elezioni, il candidato del Partido Liberal, il quale si è alternato al potere con il Partido Nacional dagli anni ’80, si è congratulato con Nasralla per la sua vittoria. Successivamente il TSE ha sostituito il magistrato Marco Ramiro Lobo il quale lunedì pomeriggio aveva detto che sulla base di quanto aveva visto, il primato nelle votazioni era irreversibile. Allora l’opposizione ha cominciato a festeggiare nelle strade e i media hanno iniziato a speculare su come Nasralla avrebbe governato nei prossimi anni.

Ma il giorno dopo il TSE ha iniziato ad aggiornare i propri risultati mostrando un recupero del Presidente in carica su Nasralla. Mercoledì Hernandez aveva completato il sorpasso e lunedì 4 dicembre era avanti dell’1,6% con il 99,96% dei voti scrutinati, anche se all’opposizione richiedevano una revisione ed un riconteggio. L’OSA e l’UE, che monitoravano le elezioni, hanno fatto appello alla calma fino a che non fossero rilasciati tutti i risultati il mercoledì successivo e hanno richiesto che i candidati rispettassero il verdetto del TSE. Nasralla si è dichiarato d’accordo, ma ha ritrattato dopo che il sistema di conteggio dei voti ha misteriosamente smesso di funzionare per 5 ore.

Fin dall’inizio del misterioso ritardo, inspiegabile vista la ricezione del TSE dei risultati (se non proprio delle urne) entro un giorno dal voto, i partiti dell’opposizione e i giornalisti hanno criticato il lungo e strano silenzio. Gli analisti hanno speculato, dicendo che il ritardo del TSE, composto da membri fedeli al governo, è stato architettato per far guadagnare tempo al partito di governo al fine di manipolare il risultato. A dimostrazione di questo ci sarebbe una registrazione di ottobre che il The Economist ha ottenuto, la quale rivela il piano del partito di governo per alterare le elezioni (conosciuto come “Piano B”).

Il 17 dicembre la commissione elettorale del Paese ha proclamato vincitore il Presidente in carica, Juan Orlando Hernandez. I supporter dell’opposizione onduregna hanno reagito con veemenza, venerdì 1° dicembre il governo ha sospeso alcune garanzie costituzionali al fine di affrontare le proteste, inclusa l’istituzione di un coprifuoco per 10 giorni, ma nonostante questo sono morte 32 persone negli scontri. Negli ultimi disordini avvenuti nel 2009, durante il colpo di stato contro l’allora Presidente Manuel Zelaya, morirono 20 persone.

Fig. 2 – Salvador Nasralla, principale candidato dell’opposizione.

La risposta internazionale – Le reazioni internazionali sono state diverse: l’UE, che aveva inviato una missione a controllare lo svolgimento del processo democratico, dopo un’iniziale titubanza ha definito le elezioni “ben organizzate”, la commissione inviata dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) invece ha riscontrato delle irregolarità che hanno portato il Segretario Generale Luis Almagro a chiedere la reindizione delle elezioni, anche se i sostenitori di Hernandez accusano il politico uruguayano di star sfruttando la situazione per farsi pubblicità al fine di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2019 nel suo Paese. Ma il sostegno ad Almagro è mancato da ogni lato: Molti degli altri Stati americani, inclusi Argentina, Brasile, Canada e Messico, hanno dato il loro supporto ad Hernandez. Ad essi non piace il fatto che la politica domestica dei Paesi venga influenzata da fuori, specialmente per i sette Stati che terranno le loro elezioni politiche nel 2018, tra i quali vi sono Brasile, Messico e Colombia. Inoltre, alcuni leader latino americani considerano Nasralla come un inaffidabile politico di sinistra. Le principali eccezioni all’endorsement regionale verso Hernandez sono i regimi comunisti di Venezuela e Bolivia; ormai neanche l’opposizione si impegna più per ribaltare il risultato elettorale, ad esempio nonostante abbia esortato il popolo allo sciopero generale, Nasralla ha presentato il suo programma sportivo della domenica mattina senza alcuna variazione. È sembrato accettare la sconfitta dopo che gli USA hanno dato il loro supporto ad Hernandez, anche se non considerando il risultato come giusto. Con il ritiro di Nasralla, il suo più grande alleato, Zelaya, ha pubblicamente ripreso il ruolo di leader dell’opposizione. A Tegucigalpa si mormora che egli abbia raggiunto un accordo privato con Hernandez. Si pensa che stia progettando di correre per le presidenziali del 2021. Per ciò è più utile raccogliere influenza e denaro con l’aiuto di Hernandez piuttosto che guidare delle proteste.

La risposta degli USA – E gli Stati Uniti?

La loro risposta alla crisi del 2009 in Honduras ha avuto luci ed ombre. Il colpo di stato contro Zelaya è stata una prova critica per il supporto di Washington verso la democrazia. Al tempo il Presidente Obama era in carica da pochi mesi. La sua reazione fu di aggiungersi ad altri governi latino americani nel condannare e punire il governo de facto.

L’Amministrazione Trump invece ha commentato poco la controversia. L’ambasciata statunitense a Tegucigalpa ha spinto alla calma e ha richiesto di far passare in sordina la crisi (Non c’è attualmente un ambasciatore statunitense in Honduras). Per gli USA Hernandez, politico conservatore focalizzato sulla lotta al crimine, è visto come un partner rilevante nella altamente problematica zona del così detto “Northern Triangle”, che include anche Guatemala ed El Salvador, alleato nella lotta alla droga e all’immigrazione clandestina. Il Paese è inoltre un pilastro nella cooperazione dell’Alliance for Prosperity, un piano multidimensionale per lo sviluppo sostenuto da fondi statunitensi che si focalizza sulla spinta alla crescita economica e sulla lotta alla corruzione, al narcotraffico e all’immigrazione illegale. Infine, sotto il suo Governo circa 500 unità americane sono stanziate nella base aerea di Soto Cano nell’Honduras centrale. Allora l’Amministrazione Trump ha presto riconosciuto la vittoria di Hernandez.

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Fig. 3 – Le proteste dopo le elezioni.

Conclusioni – Alla luce dell’opinione degli attori più importanti della regione, il 22 gennaio Almagro è sembrato arrendersi dicendo che l’OSA lavorerà “con le autorità elette”. Pur essendo stato prudente, la sua resa lascia la malconcia democrazia del Paese praticamente indifesa.

Per concludere mi sembra doveroso sottolineare che pochi giorni dopo l’endorsement da parte degli Stati Uniti verso Hernandez, l’Honduras è stata una delle nove delegazioni all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a votare in modo contrario alla risoluzione sullo status neutrale di Gerusalemme presentata da Yemen e Turchia.

Federico Iannuli

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