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In difesa del commercio. Il Partito Repubblicano si mobilita contro Trump

La ben nota decisione di Trump di imporre dazi su acciaio e alluminio, contenuta in un ordine esecutivo dell’8 marzo, ha innescato la netta opposizione del Partito Repubblicano, insieme alle rumorose dimissioni di Gary Cohn, il più importante consigliere economico della Casa Bianca. Retoriche e intenzioni protezionistiche hanno caratterizzato il trumpismo fin dalla campagna elettorale, in linea con le idee di nazionalismo economico portate avanti da uno degli uomini più vicini sia al Trump candidato che al Trump presidente: Steve Bannon. Dopo il suo allontanamento, che aveva segnato un punto a favore dei cosiddetti “globalisti”, sono comunque rimasti al governo alcuni importanti esponenti da sempre vicini a idee protezionistiche, detti appunto “falchi commerciali”. Tra questi figurano il segretario al Commercio Wilbur Ross e lo US Trade Representative Robert Lighthizer.

Trump ha dunque ripreso con forza i temi della sua campagna elettorale, forse anche con l’intento di galvanizzare la base del Partito, che ha sempre apprezzato i toni da America first, in vista delle midterm. Contro queste tendenze, si sta muovendo l’establishment del Partito Repubblicano, che probabilmente non si trova così ai ferri corti con il Tycoon dal momento del suo insediamento, e che già aveva accettato diverse “intemperanze” da parte del Presidente. Trump e i repubblicani del Congresso, infatti, hanno saputo mettere più volte in disparte i loro dissapori, lavorando insieme su alcuni fronti comuni quali l’abrogazione di Obamacare e la riforma fiscale, anche in nome di un comprensibile pragmatismo: non era infatti pensabile che Presidenza e Partito si facessero la guerra come era accaduto durante le primarie e le elezioni presidenziali.

Al centro, Gary Cohn, ex consigliere economico della Presidenza e Donald Trump. Cohn si è dimesso in seguito alla decisione del Presidente di imporre dazi su acciaio e alluminio

Ma adesso, sul tema dei dazi, i repubblicani hanno tracciato la loro linea rossa nei confronti di Trump. Il libero commercio è un tema tradizionale del GOP, e da esso dipende la prosperità dell’elettorato di diversi senatori, rappresentanti e governatori repubblicani – non tutto il Paese è Rust Belt. Una delle cause dei loro timori  è data dalla possibile rappresaglia dell’UE, che minaccia di imporre dazi su merci provenienti da Stati importanti per i repubblicani. Ad esempio, rischia di venire colpita la Harley Davidson e dunque il Wisconsin, lo Stato dello Speaker Paul Ryan, o il Bourbon, per lo più prodotto nel Kentucky del senatore Rand Paul.

Inoltre, si sta riproponendo la frattura tra i vertici del Partito e la base, che è sempre stata dalla parte di Trump e si fida più di lui che dell’establishment repubblicano – del resto, se c’è una cosa che le primarie e le presidenziali hanno dimostrato chiaramente è proprio questa.  Il 69% degli elettori repubblicani afferma infatti di approvare la politica commerciale del Presidente – nonostante la maggior parte della popolazione la disapprovi – una percentuale che è cresciuta negli ultimi anni, a indicare una delle più forti trasformazioni nell’elettorato americano nei tempi recenti.

Dai repubblicani c’è dunque stata una levata di scudi, a cominciare dai “pezzi grossi” quali il majority leader in Senato McConnell e lo Speaker della Camera Paul Ryan, il quale ha dichiarato di temere le conseguenze dei dazi e che, nonostante Trump abbia moderato la sua linea affermando che non imporrà le tariffe su Canada e Messico, esorta il Presidente a tornare sui suoi passi e a tenere conto delle preoccupazioni che provengono dal Partito. Critiche sono arrivate anche da esponenti di solito più in linea con Trump e che spesso hanno collaborato con lui, come i senatori Orrin Hatch e Tom Cotton. Soprattutto, fanno riflettere le lettere mandate da ben 107 repubblicani del Congresso, che hanno esortato il Tycoon a cambiare la sua decisione.

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Sostenitori di Trump a un comizio in Pennsylvania, uno degli Stati della Rust Belt, area del Paese che ha subito maggiormente gli effetti della deindustrializzazione e che ha votato massicciamente per Trump

Tuttavia difficilmente i repubblicani riusciranno a fare più di questo. Infatti è estremamente difficile riuscire a far passare leggi volte a limitare i poteri di Trump sulla politica commerciale, dato che sarebbero necessari i voti di ben 290 rappresentanti e di 67 senatori – ovvero una maggioranza dei due terzi. Per di più, i democratici non sono compattamente contrari ai dazi, specialmente quelli che provengono dalla Rust Belt. Pertanto, è più probabile che i repubblicani, piuttosto che avanzare proposte legislative, si limitino a fare pressioni su Trump perché aumenti le esenzioni ai beni e ai Paesi che subirebbero i suoi dazi.

Il noto giornalista Fareed Zakaria ravvisa che se i repubblicani dovessero “perdere la battaglia” contro Trump sul commercio, la trasformazione del Partito in una direzione trumpiana e populista – distanziandosi dal conservatorismo “classico” – sarebbe completa. Forse questa lettura è un po’ estremizzata, visto che il GOP sta comunque mantenendo una sua identità e si è dedicato ai suoi temi storici, come dimostrano la riforma fiscale e la tentata abrogazione di Obamacare. Se poi si guarda alla politica estera, Trump è stato tenuto sotto controllo dalle pressioni del suo stesso Partito, contrario alla politica conciliante verso la Russia che aveva forse inizialmente in mente.

Resta sicuramente il fatto che questa tendenza è in atto, e Trump auspicherebbe una trasformazione del GOP in una direzione che possa essergli più congeniale, anche per poter avere un Congresso a lui più vicino. Soprattutto, diversi candidati “trumpiani” si stanno presentando alle primarie repubblicane in vista delle midterm, capendo che la retorica e le proposte del Tycoon possono far breccia in certe fasce dell’elettorato, anche perché fanno leva su sentimenti ben radicati in certe parti del Paese, come appunto l’opposizione al commercio internazionale. Le prossime midterm saranno da tenere d’occhio anche per capire a che punto è arrivata questa potenziale “trumpizzazione” del GOP.

Informazioni su antoniopilati ()
Da Brescia, classe 1995. Sono studente di Scienze politiche internazionali. Amo da sempre la storia, di qualsiasi periodo, e la geografia, soprattutto nel fare ricerche sui vari Paesi e le loro caratteristiche. Sono molto interessato agli Stati Uniti sotto ogni aspetto, in quanto Paese che ritengo avvincente e unico: non solo differente rispetto a qualsiasi altro, ma anche estremamente variegato al suo interno. Sono inoltre appassionato di calcio, di videogiochi strategici, di viaggi -specialmente per le grandi città-, che adoro preparare con la massima precisione. Per “The American Post”, mi occupo del Partito Repubblicano e curo la “Rubrica storica”.

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