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Trump e gli accordi internazionali: una relazione complicata

TPP, NAFTA, UNESCO, Accordo di Parigi, e tanti altri. Da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca, gli Stati Uniti si sono ritirati da diversi accordi internazionali, e altri sono invece in fase di rinegoziazione. L’ideologia del Presidente ha colpito le relazioni internazionali dello Stato federale, generando tensioni e antipatie da parte della comunità internazionale, che ha espresso dubbi e critiche in merito a tali decisioni.

L’insistenza di Trump

L’America First di Trump ha certamente invaso ampi settori della politica statunitense, contaminando le azioni di tutti i Dipartimenti dell’Amministrazione federale. I proclami fatti durante la campagna elettorale lasciavano presagire certamente azioni volte a smantellare numerosi accordi intrapresi dall’Amministrazione Obama e dalle Amministrazioni precedenti. Il Cop21 (Accordo di Parigi sul clima), il NAFTA, il TPP, sono solo alcuni degli accordi da cui Trump voleva ritirarsi. Certamente, non gli si può dire che non abbia mantenuto tali promesse. Seguendo cronologicamente il primo anno del tycoon newyorkese, vedremo tutti gli accordi da cui gli Stati Uniti si sono ritirati e quelli in fase di rinegoziazione.

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Fig.1 – Il Presidente Donald Trump firma l’ordine esecutivo riguardante il ritiro degli Stati Uniti dal Partenariato Trans-Pacifico (TPP), il 23 gennaio 2017.

Il Partenariato Trans-Pacifico

La prima “vittima” di Trump è stato il Partenariato Trans-Pacifico (TPP). Subito dopo l’insediamento alla Casa Bianca, avvenuto il 20 gennaio, il Presidente ha emanato un ordine esecutivo nel quale ritirava di fatto gli Stati Uniti dal progetto del partenariato. La scelta ha suscitato scalpore nella comunità internazionale: il progetto era stato sposato appieno dall’Amministrazione Obama, la quale aveva cominciato sin da subito, nel gennaio 2008, a prendere parte ai negoziati. Il trattato, che promuove un’area di libero scambio tra le parti, risultava in linea con la politica estera di Obama in Asia, il quale puntava a una maggiore influenza statunitense nel continente e nelle acque del Pacifico.

Il TPP ha visto in Brunei, Cile, Singapore e Nuova Zelanda i suoi fondatori. Dopo l’interesse degli Stati Uniti, anche Canada, Messico, e molti altri hanno preso parte ai negoziati. Persino il Regno Unito, dopo la Brexit, ha annunciato il suo interesse per il partenariato. Trump ha motivato la sua scelta considerando l’accordo deleterio per l’economia interna statunitense, in quanto favorirebbe delocalizzazioni e investimenti all’estero, portando via lavoro e ricchezza ai cittadini statunitensi. Questo leit motiv risulterà anche per il NAFTA e, più in generale, per qualsiasi accordo multilaterale.

Accordo di Parigi

Il 12 febbraio 2015, al termine della Cop21, viene siglato un patto per il clima dai 196 Paesi partecipanti. Il patto, conosciuto al grande pubblico come “Accordo di Parigi”, mira principalmente a ridurre le emissioni di diossido di carbonio e a frenare il surriscaldamento globale. Tale accordo, successore del mai realizzato protocollo di Kyoto, fu accolto con grande entusiasmo dall’opinione pubblica mondiale, in quanto sanciva il primo vero impegno per il clima firmato dalla maggioranza degli Stati. Anch’esso, tuttavia, è finito nel mirino del 45° Presidente degli Stati Uniti. Trump ha più volte dimostrato di non credere al cambiamento climatico, tanto da scrivere nel 2012 che esso fosse una creazione della Cina per minare la competitività delle imprese statunitensi.

E proprio sull’impatto delle normative ambientali a danno dell’economia statunitense che Trump basa la propria motivazione. Per il Presidente statunitense, l’Accordo di Parigi risulta essere particolarmente svantaggioso per l’economia degli USA, ponendo troppe restrizioni in cambio di un dubbio risultato. Infatti, Trump sostiene che quanto dichiarato a margine dell’accordo risulti essere inutile per arginare il problema, problema però a cui lui stesso non crede. E’ così che il 1 giugno 2017, l’inquilino della Casa Bianca annuncia al mondo l’intenzione di ritirarsi dall’Accordo di Parigi. Recentemente però, Trump ha lasciato uno spiraglio aperto a chi vorrebbe che gli Stati Uniti rientrassero nell’accordo. Infatti, ha affermato che c’è una possibilità affinché gli USA rientrino nell’Accordo di Parigi, ma solamente se le condizioni cambieranno. Tali condizioni non sono state specificate, ma presumibilmente non saranno richieste leggere.

Il ritiro dall’UNESCO

Quanto avvenuto in quest’ultimo anno di Trump, non è però tutta farina del suo sacco. Il Tycoon newyorkese ha depennato dalla lista degli accordi e delle organizzazioni internazionali anche l’UNESCO. Il 12 ottobre 2017, il Dipartimento di Stato annuncia con un comunicato la decisione di abbandonare l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, con sede a Parigi. Gli Stati Uniti resteranno come osservatori. La scelta è basata sul supporto e il riconoscimento da parte dell’Agenzia alla Palestina, affermando che l’UNESCO ha assunto pregiudizi “anti-Israele”.

Il rapporto tra Stati Uniti e UNESCO non è mai stato rose e fiori: già nell’84, con il Presidente Reagan, gli USA si ritirarono dall’Agenzia in quanto denunciavano l’utilizzo dell’UNESCO da parte degli Stati comunisti e filo-sovietici come mezzo per attaccare gli Stati Uniti e l’Occidente. Nel 2003, l’Amministrazione Bush jr. ritornò all’interno dell’Agenzia, speranzosa che la retorica anti-occidentale e anti-israeliana fosse acqua passata. Tuttavia, nel 2011, l’Amministrazione Obama tagliò circa 80 milioni di dollari, pari al 22% dell’intero budget dell’Agenzia. La decisione avvenne dopo che la Palestina fu accettata al suo interno come membro, riconoscendo quindi il rango di Stato per la Palestina. Trump ha quindi posto nuovamente fine al rapporto infelice tra Stati Uniti e UNESCO, seguito anche dal ritiro di Israele dall’Agenzia.

Il ritiro dal Global Compact, l’accordo sui migranti

Il 3 dicembre 2017, il Dipartimento di Stato ha rilasciato un comunicato nel quale dichiarava il ritiro degli Stati Uniti dal processo di sviluppo del programma ONU “Global Compact on Migration”. Il programma, sottoscritto da 193 paesi con la “Dichiarazione di New York” del settembre 2016, mira a migliorare la gestione internazionale del fenomeno migratorio e le condizioni di vita dei migranti in tutto il mondo. Il Dipartimento di Stato ha affermato che tale decisione è stata presa in quanto il programma non è in linea con la politica d’immigrazione dell’Amministrazione Trump e che anzi, minerebbe la stabilità e la sicurezza delle leggi e delle future politiche dell’attuale governo statunitense.

Fig.2 – Il Presidente Donald Trump e la First Lady Melania Trump, ricevono il Primo Ministro canadese Justin Trudeau e la moglie Sophie Gregoire Trudeau nello Studio Ovale, l’11 ottobre 2017. Nell’incontro, Trump ribadisce la volontà di ritirarsi o rinegoziare il NAFTA.

NAFTA e TTIP

In fase di revisione ci sono diversi accordi internazionali, tra cui NAFTA e TTIP. Il primo, ovvero l’accordo di libero scambio nordamericano che lega Stati Uniti, Messico e Canada dal 1994, è stato ampiamente criticato da Trump, che nel primo dibattito presidenziale per le elezioni del 2016 lo ha definito “il peggior accordo di sempre”. Secondo il Presidente, l’accordo avrebbe permesso alle aziende statunitensi di delocalizzare in Messico, portando via industrie e lavori ai cittadini statunitensi, permettendo inoltre l’arrivo di cittadini messicani nel Paese e generando competizione. Pur essendo dimostrato che il Trattato è stato ampiamente favorevole alle economie nordamericane con una bilancia commerciale dal valore di 1.100 miliardi di dollari nel 2016, come ci mostra il rapporto per i membri del Congresso nel maggio 2017, Trump non ha fatto marcia indietro, portando avanti i negoziati per la ridefinizione dell’accordo. Questi vanno a rilento, con il Primo Ministro canadese che ha recentemente minacciato di lasciare il Trattato se gli Stati Uniti proporranno pessime modifiche.

Per quanto riguarda il TTIP, Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti tra Stati Uniti e Unione Europea più gli Stati del NAFTA e dell’EFTA (Norvegia, Svizzera, Liechtenstein e Islanda), esso era già alquanto arenato ben prima dell’arrivo di Trump. L’opinione pubblica statunitense ed europea, sopratutto quest’ultima, hanno infatti condizionato le possibilità di riuscita del Trattato, considerato da molti un accordo negativo. Per gli europei, la cancellazione delle regolamentazioni e delle normative di settori come ad esempio quello farmaceutico e agroalimentare, comporterebbe un abbassamento della qualità dei prodotti di tali settori conseguentemente l’immissione di beni nordamericani, considerati di qualità inferiore. Trump ha dato seguito a queste divergenze, non offrendo mai soluzioni per la risoluzione delle controversie e, al contempo, le scelte del Presidente non hanno migliorato la situazione. Non a caso il Ministro degli Esteri francese Jean-Baptiste Lemoyne ha proposto di non avanzare alcun accordo che non preveda l’accettazione dell’Accordo di Parigi sul clima, con il commissario europeo per il commercio Cecilia Malmström che ha accolto favorevolmente la proposta su Twitter.

NATO e WTO

Anche la NATO è stata oggetto di attacchi da parte di Trump, ma nonostante la retorica, l’Alleanza Atlantica è rimasta in piedi e anzi, risulta ancora più unita di prima. Probabilmente, l’aggressività russa in Europa orientale ha messo in secondo piano la richiesta di Trump di un maggiore sforzo economico da parte degli alleati europei; il 25 maggio, durante il primo viaggio istituzionale del Presidente in Europa, in visita al Quartier Generale della NATO a Bruxelles, ha infatti chiesto agli altri membri della NATO di aumentare il proprio apporto al budget, raggiungendo la quota del 2% del proprio PIL. La richiesta, che si basa su di un annuncio fatto dagli stessi membri della NATO nel Summit di Riga nel 2006 e ribadito nuovamente durante il Summit in Galles del 2014, è rivolto a gran parte dei membri dell’Alleanza, in quanto solo 5 di essi (USA, Regno Unito, Polonia, Estonia e Grecia) hanno raggiunto l’obbiettivo del 2%. Se da una parte Trump ha pubblicamente criticato alleati e organizzazione, definita in passato “obsoleta”, dall’altra non sono conseguite altre azioni, bensì un dietrofront del Presidente che ha riconsiderato il ruolo della NATO sullo scenario mondiale.

Non viene risparmiata nemmeno la WTO, World Trade Organization. Secondo Trump, le politiche della WTO colpiscono gli Stati Uniti, e sono quindi in contrasto con il suo “America First”. Il Presidente accusa l’organizzazione di non combattere pratiche sleali nel commercio internazionale, contestando la presenza della Cina nell’organizzazione nonostante sia una dei fautori di tali pratiche. In conformità quindi col suo diniego al concetto di multilateralismo, Trump ha preteso riforme profonde, per rendere così la WTO un’organizzazione in grado di difendere gli interessi statunitensi.

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Fig.3 – Il Presidente Donald Trump annuncia il riconoscimento formale di Gerusalemme come capitale di Israele e lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv alla Città Santa, il 6 dicembre 2017.

Iran Deal e ONU

Tra i principali punti della campagna presidenziale di Trump, il JCPOA, conosciuto con il nome di Iran Deal, l’accordo sul programma nucleare iraniano firmato nel 2015 dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dall’Iran, dalla Germania e dall’Unione europea, risulta essere uno dei più contestati. Infatti, il Presidente ha da sempre criticato l’accordo, considerandolo pessimo e promettendo, una volta raggiunta la Casa Bianca, una sostanziale modifica o addirittura il ritiro degli Stati Uniti, con conseguente riutilizzo di sanzioni. Nonostante la conferma dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica riguardo la non violazione dell’accordo da parte dell’Iran, l’Amministrazione Trump ritiene che la Repubblica Islamica stia continuando lo sviluppo del proprio programma nucleare. Il 12 gennaio, Trump ha concesso un’ultima chance per rinegoziare l’Iran Deal: infatti, pur certificando l’“Iran Nuclear Agreement Review Act”, la legge di revisione che ogni 90 giorni deve essere certificata dal Presidente, ha chiesto a tutti i cofirmatari di riconsiderare l’accordo, pena la mancata certificazione alla prossima tornata.

Infine, le Nazioni Unite. Il 2017 ha visto l’emergere di un rapporto conflittuale tra Stati Uniti e ONU, che ha radici ben più profonde di Trump. Il tycoon newyorkese, come in altre situazioni, è la conseguenza di reazioni già presenti nella società statunitense da diverso tempo. In molti infatti, nello Stato nordamericano, considerano le Nazioni Unite una struttura costosa e inutile, concetto ribadito più volte da Trump, che anche stavolta ha chiesto riforme essenziali, nonostante gli Stati Uniti abbiano agito all’interno dell’ONU per la questione coreana e le sanzioni alla Corea del Nord.

Il ritiro dall’UNESCO, dal Global Compact per i migranti e, più in generale, l’abbandono del multilateralismo, ha visto gli Stati Uniti isolati all’interno della comunità internazionale. L’apice di questo fenomeno lo si raggiunge però il 6 dicembre 2017, con la decisione di Trump di spostare l’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, considerando quindi la Città Santa capitale dello Stato ebraico. Il 21 dicembre 2017, dopo un tentativo di risoluzione al Consiglio di Sicurezza su cui gli Stati Uniti hanno posto il veto, all’Assemblea Generale dell’ONU è stata votata una risoluzione non vincolante che condanna la decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale israeliana, con 128 voti a favore, 35 astenuti e solo 9 contrari. L’intera comunità internazionale ha quindi isolato gli Stati Uniti, che hanno reagito il 24 dicembre scorso tagliando dai fondi per le Nazioni Unite 285 milioni di dollari. A gennaio poi, il Dipartimento di Stato ha reso noto di aver congelato 65 milioni per l’UNRWA, L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente.

Francesco Generoso

Informazioni su Francesco Generoso ()
Francesco Generoso, 23 anni, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università l’Orientale di Napoli. Responsabile della sezione esteri del blog “The American Post” e collaboratore per le riviste “Atlantico Quotidiano” e “Opinio Juris – Law & Politics Review“. Membro dello “Youth Atlantic Treaty Association” italiano e vice-responsabile della comunicazione di “Yata Italy”. Membro del Movimento Studentesco per l’Organizzazione Internazionale (MSOI) di Napoli e membro del Comitato Giovani del Club Atlantico di Napoli.

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