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Trump e Gerusalemme capitale di Israele: analisi di una decisione storica

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Lo scorso dicembre, i riflettori di tutto il mondo sono rimasti puntati su Donald Trump: il Presidente ha ufficialmente riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, affermando il trasferimento dell’Ambasciata statunitense da Tel Aviv alla Città Santa. Con queste parole, Trump ha rispettato una promessa fatta durante la sua campagna elettorale, ma dall’altra ha creato una vera e propria spaccatura, specialmente nel mondo arabo e musulmano.

Le ragioni

Con la mossa di Trump, la promessa fatta in campagna elettorale ha trovato compimento. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele e lì intendono trasferire la propria Ambasciata. Questo fatto consoliderebbe l’alleanza storica fra gli Stati Uniti e Israele e consentirebbe a Trump di scostarsi dalla decennale politica tenuta dagli U.S.A. nei confronti dello Stato ebraico e di rimediare al rapporto fra i due paesi che era sceso al minimo storico durante l’Amministrazione Obama. Il Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha accolto con entusiasmo la decisione di Donald Trump perché realizzerebbe il desiderio di veder riconosciuta quale capitale una città che da tremila anni rappresenta la culla della civiltà ebraica. Trump ha difeso la propria decisione dichiarando che “Finalmente riconosciamo l’ovvio. Che Gerusalemme è la capitale di Israele. Si tratta né più né meno di un riconoscimento di ciò che è la realtà. Gerusalemme è la sede del Governo israeliano: del Parlamento israeliano, della Knesset, della Corte Suprema israeliana, nonché la sede della residenza ufficiale del Primo ministro e del Presidente. È il quartier generale di molti ministeri”. Si è trattato di una mossa estremamente importante e simbolica che tuttavia non porta a un vero e proprio cambiamento nei confronti dello status quo di Gerusalemme. Secondo il Jerusalem Embassy Act of 1995, è già previsto il passaggio della sede diplomatica dalla città di Tel Aviv a Gerusalemme. Per prassi, tuttavia, lo spostamento della rappresentanza viene ripetutamente prorogato ogni sei mesi per motivi di sicurezza nazionale. Come già affermato precedentemente, questa mossa sicuramente vuole rinnovare il sostegno di Washington nei confronti di un’alleanza molto forte con Israele e dall’altra potrebbe far guadagnare credito a Trump nei confronti del governo dello Stato ebraico per ottenere concessioni durante futuri ed eventuali negoziati di pace con i palestinesi.

Le reazioni

 L’annuncio di Trump ha sicuramente fatto scalpore e, in un certo senso, scaldato gli animi tra i membri della comunità internazionale. Il mondo musulmano ha reagito con vere e proprie manifestazioni di rabbia non solo a Gaza, ma anche in Egitto, Marocco, Giordania, Libano e Turchia dove, durante il vertice straordinario dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica di Istanbul, hanno rimbombato le affermazioni pronunciate dal Presidente Erdogan inneggianti all’apertura di un’Ambasciata turca a Gerusalemme e il riconoscimento della Città Santa come capitale della Palestina. Ankara sta infatti cercando di sfruttare la situazione a proprio vantaggio, cercando di mostrarsi come faro nel mondo musulmano abbracciando nuovamente la causa palestinese. Il Parlamento giordano ha chiesto al governo di Amman di rivalutare gli accordi di pace con lo Stato ebraico e gli stessi alleati occidentali si sono unilateralmente schierati contro le parole di Trump: Francia, Regno Unito, Svezia, Germania e Italia hanno, tramite un comunicato alle Nazioni Unite, affermato che tale decisione non può in alcun modo allinearsi con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e non contribuisce alla costruzione della pace in quell’area.  Per la maggior parte degli israeliani, al contrario, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele è in sostanza l’ovvio perché è in questa città che hanno sede il Governo, il Parlamento, l’ufficio del Primo ministro e la Corte Suprema. Per Benjamin Netanyahu la decisione di Trump rappresenta un importante passo per arrivare a una pace concreta con i palestinesi. Secondo Netanyahu, infatti, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele non modificherebbe lo status quo della città e la libertà di culto verrebbe sempre e comunque garantita a ebrei, cristiani e musulmani. Curiosa invece la posizione dell’Arabia Saudita , che ha da una parte ha definito provocatorie le parole di Trump, ma dall’altra il riavvicinamento di U.S.A e Israele potrebbe effettivamente giovarle come  argine nei confronti dell’espansionismo di Teheran. L’Iran rappresenta, infatti, al tempo stesso un nemico diretto di Riyad nell’area e una minaccia per Israele. Resta il fatto che le affermazioni riguardanti lo spostamento dell’Ambasciata statunitense hanno nuovamente toccato un tasto dolente nel mondo islamico, che vede nella decisione di Trump un atto di prepotenza contro i musulmani.

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Le conseguenze

 Pur non essendoci stati ancora veri e propri casi di violenza né si sia registrato lo scoppio di una ennesima Intifada come fomentato durante i giorni della rabbia, l’annuncio di Trump non ha sicuramente portato alcun vantaggio agli Stati Uniti. Al contrario, gli U.S.A. hanno perso credibilità nel Medio Oriente come mediatore nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese, tanto da spingere il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas a volare a Bruxelles peresortarel’Unione Europea ad assumere il ruolo di guida nei processi di pace al posto di Washington. Aogni modo, se lo spostamento dell’Ambasciata dovesse realmente avvenire, il nuovo edificio non sarà certamente edificato nel breve periodo, stando a quanto affermato recentemente da Trump. La questione di Gerusalemme potrebbe ricompattare il mondo musulmano contro il nemico sionista e riaccendere la miccia dell’odio, mai realmente spento, verso Israele, nonché esporre gli Stati Uniti al rischio di azioni terroristiche e/o rimostranze. La mossa del Presidente però potrebbe anche nascondere una strategia ben più complessa rispetto a quanto si pensi: il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico andrebbe anche a giocare a sfavore degli israeliani durante i futuri negoziati. Israele potrebbe trovarsi a dover sottostare a qualche decisione che vada a soddisfare i palestinesi. È possibile che Trump stia anche testando il terreno per quello che sicuramente rappresenta l’ostacolo più difficile da arginare nei negoziati di pace tra Israele e Palestina (la questione di Gerusalemme, appunto) e il fatto che Gerusalemme Est possa essere presa in considerazione come la futura capitale di uno Stato palestinese non è da escludere in quello che il Presidente U.S.A definirebbe come “l’accordo del secolo”.

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Gli equilibri del Medio Oriente sono molto delicati e Trump non ha sicuramente agito in modo cauto, rischiando di riaccendere la miccia nella regione. Per ora nulla è stato concretizzato e non resta che seguire gli sviluppi della questione nei mesi a venire, auspicando una soluzione che possa soddisfare entrambe le parti.

Andrea Molinari

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