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I nuovi equilibri in Asia dopo la rottura tra Pakistan e Stati Uniti

I rapporti tra Stati Uniti e il Pakistan sono andati deteriorandosi dopo la nuova strategia dell’Amministrazione Trump in Afghanistan. A gennaio, il Presidente ha deciso di bloccare gli aiuti economici allo Stato, chiedendo una maggiore collaborazione nella lotta al terrorismo.

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01 – La visita di Jim Mattis

  Dicembre – I rapporti tra il Pakistan e gli Stati Uniti non sono migliorati con l’inizio del nuovo anno. Le accuse degli Stati Uniti al Pakistan di supportare i gruppi terroristici non si sono fermate da inizio settembre, e le minacce di diminuire i fondi sembravano essere sopite a dicembre, quando la visita del Segretario della Difesa Jim Mattis aveva calmato i toni tra i due Stati. Mattis aveva infatti dichiarato di “apprezzare l’impegno del Pakistan contro il terrorismo” ma aveva anche sottolineato che vi era bisogno “di raddoppiare gli sforzi contro i militanti ai bordi dello Stato”. Durante l’incontro non si era fatto cenno dei possibili tagli ai fondi statunitensi, e diversi membri del Governo pakistano avevano ricordato gli apprezzamenti di Mattis all’impegno del Pakistan, un chiaro segno che qualcosa poteva essere cambiato nei rapporti tra i due Stati, in un’apparente ritrovata fiducia reciproca.

Stop agli aiuti – Speranza che si è arenata dopo il primo Tweet del Presidente Donald Trump a gennaio, in cui ha mosso accuse contro lo Stato. “Stanno dando una casa sicura ai terroristi che combattiamo in Afghanistan, aiutandoli!”, ha tuonato il Presidente. “Gli Stati Uniti hanno consegnato al Pakistan più di 33 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni, e loro non ci hanno dato niente in cambio, se non considerarci dei folli!”.

I rapporti sono andati a deteriorarsi soprattutto dopo la nuova strategia dell’Amministrazione Trump in Afghanistan, concentrata in particolare nell’invio di nuove truppe sul suolo afghano per l’eliminazione dei diversi gruppi terroristici ancora presenti sul territorio. Accanto a queste scelte, l’Amministrazione ha avuto dure parole anche per il Pakistan, soprattutto accusandolo di essere un alleato dei terroristi ed in particolare della Rete Haqqani, responsabile della maggior parte degli attentati in Afghanistan, la cui ubicazione del centro operativo è il Pakistan: a supporto di queste dichiarazioni, diversi esponenti del governo di Donald Trump hanno richiesto un reale impegno del Pakistan, usando come punto di forza soprattutto la minaccia di ritirare gli aiuti militari e civili consegnati negli ultimi anni.

Scelta di bloccare gli aiuti che non è tardata ad arrivare: il 4 gennaio, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato di aver bloccato la consegna di circa 255 milioni di dollari. “Oggi possiamo confermare che stiamo sospendendo gli aiuti per la sicurezza al Pakistan, almeno finché il governo pakistano non prenderà serie misure contro i Talebani e in particolare la Rete Haqqani. Ciò che stanno facendo è destabilizzare la regione e colpire il personale statunitense”. Una scelta che ha portato diversi Ministri pakistani, in particolare il Ministro degli Esteri Khawaja Muhammad Asif, a dichiarare di non considerare più gli Stati Uniti come degli alleati.

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02 – Le proteste in Pakistan dopo la scelta di Trump

La Cina – La scelta ha certamente contribuito a modificare gli equilibri geopolitici della zona: in particolare, l’avvicinamento del Pakistan alla Cina. Un primo segno di questi cambiamenti si era già visto con l’iniziativa della Cina chiamata Belt and Road, una nuova Via della Seta pronta ad unire e a rafforzare i rapporti nella zona dell’Eurasia, che avrebbe permesso al Pakistan di avere una maggiore visibilità internazionale. Proprio durante l’ultimo World Economic Forum a Davos, in Svizzera, il Primo Ministro Shahid Khaqan Abbasi ha sottolineato l’importanza dell’iniziativa, e soprattutto ha tessuto le lodi del CPEC (China-Pakistan Economic Corridor), il segmento della nuova Via della Seta che toccherà il Pakistan, dichiarando che ciò potrà aiutare a rafforzare i rapporti tra gli Stati e rendere sicuro e libero lo scambio di merci nell’area. Oltretutto, complice il ritrovato equilibrio tra i Paesi, anche un accordo militare è stato stretto tra Pechino e Islamabad, rafforzato dalle esercitazioni congiunte delle forze d’aviazione che avvengono dal 2012 circa ogni due anni nella base cinese di Korla.

Il ruolo di Washington – Quello che è certo, è che il ruolo di superpotenza degli Stati Uniti in Asia e in Medio Oriente è messo in discussione dalle nuove relazioni tra gli Stati. Da una parte, la nascita di una nuova potenza economica come l’India e l’incapacità degli Stati Uniti di stringere legami con la stessa, e dall’altra i rapporti trilaterali tra Cina, Pakistan e Iran, che sono andati a rafforzarsi alla fine dell’anno passato, soprattutto dopo le indiscrezioni secondo cui i Ministri della Difesa degli ultimi due si sono più volte incontrati per siglare accordi di cooperazione militare. Nel rafforzare queste posizioni, anche la Turchia ha compiuto una serie di dichiarazioni a favore dell’Iran, chiedendo più volte agli Stati Uniti di non inserirsi nella politica interna mediorientale. Per ultimo, anche la Russia potrebbe sfruttare questi nuovi equilibri, e un esempio è certamente stata l’adozione di una azione comune con Iran e Turchia sul problema siriano.

Anche le relazioni tra Russia e Pakistan si sono rafforzate. Tra i Paesi vi sono sempre stati rapporti cordiali, aumentati in particolare dopo l’accordo del 2014 in favore di una cooperazione militare tra Mosca ed Islamabad: scelta presa dalla Russia soprattutto in risposta all’India, e alla scelta della stessa di avere come primo partner commerciale non lo Stato euroasiatico ma gli Stati Uniti. Oltre ad accordi militari, i due Stati hanno collaborato anche nel settore energetico, con una serie di accordi culminati nell’Ottobre 2017 con un incontro bilaterale sulle forniture di gas.

Scenari futuri – Il Tweet di Trump ha portato complicazioni in una situazione già debole e frammentaria. La scelta di non fornire più sostegni al Pakistan ha certamente permesso alla Cina di entrare in stretti rapporti con lo Stato, rafforzando la propria posizione non solo nell’area, ma anche nella politica internazionale. D’altro canto, la chiusura di questo rapporto di alleanza porta gli Stati Uniti a dover cercare un nuovo alleato nel continente, la cui scelta potrebbe ricadere nell’India, storica rivale del Pakistan: il desiderio di Nuova Delhi di diventare la prima potenza economica dell’area, superando così Pechino, è però contenuta dalla riluttanza della stessa nello stringere forti legami con Washington, lasciando ogni scenario aperto per l’India, che però sembra essere sempre più spinta nell’orbita statunitense. Se anche l’India decidesse di non stringere nessun accordo con gli Stati Uniti, per Washington questo porterebbe a due possibili strade: o ritrovare una nuova armonia con i vecchi alleati (il Pakistan o la stessa Cina, dovendo così abbandonare le speranze di ricostruire un’egemonia statunitense in Asia) o di perdere definitivamente ogni influenza, commerciale e politica, sul territorio asiatico.

Elena Buttelli

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