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Il Congresso del Partito Comunista Cinese: Xi Jinping si rafforza all’interno per agire con maggior forza all’esterno

Il diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese svoltosi a fine ottobre 2017 è stato il più importante evento proposto dalla politica cinese negli ultimi anni: esso ha confermato e ulteriormente consolidato prestigio e potere del Presidente Xi Jinping sul Paese e sul partito. Rafforzato sul fronte interno, nei prossimi anni Xi potrà con ancora maggior vigore tentare di fare della RPC la potenza di riferimento nella regione dell’Asia-Pacifico.

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Dal 18 al 24 ottobre ha avuto luogo il diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), evento cardine per gli equilibri politici interni alla Repubblica Popolare Cinese e, in misura minore, anche per il resto del mondo: al Congresso infatti,  non solo sono uscite fuori le linee guida della politica cinese per i prossimi cinque anni, ma sono stati tracciati anche gli obiettivi a lungo termine di Pechino e indicati gli uomini che, salvo mutamenti, dovranno guidare il Paese verso i traguardi prefissati. Pur trattandosi in ogni occasione di un evento quindi di eccezionale importanza per il Paese, la storiografia ufficiale cinese ha enfatizzato particolarmente il ruolo di pochi Congressi del PCC: il primo, svoltosi clandestinamente a Shanghai, durante il quale venne redatto il documento fondativo del neonato Partito Comunista Cinese a cui contribuì lo stesso Mao Zedong; il settimo, nel quale Mao fu riconosciuto leader del Partito; il nono, svoltosi nel 1969, durante la Rivoluzione Culturale, nel quale Mao ottenne l’espulsione di più dell’80% dei membri del Comitato Centrale. Da quel momento il Congresso, come componente cardine della vita politica del partito e del Paese, perse peso essendo divenuto evidente il totale controllo del leader su entrambi. Fu Deng Xiaoping, in occasione del dodicesimo congresso del 1982, a ridare credibilità alle procedure congressuali e a costituzionalizzarne la funzione.

Dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao Zedong, è possibile individuare cinque generazioni di leader che hanno fino ad ora guidato il Paese: Mao fu leader incontrastato dal 1949 sino al 1976, rappresentando come detto un’anomalia estremamente personalistica nell’esercizio del potere. Dal 1978 al 1997 fu Deng Xiaoping a essere protagonista indiscusso della politica cinese e fu colui che traghettò il Paese verso una nuova dimensione economica e politica nei rapporti con la comunità internazionale, assieme a Jiang Zemin ( 1992-2002 ). Fu poi la volta del potere duale che caratterizzò il decennio tra il 2002 e il 2012, durante il quale appunto la leadership fu equamente suddivisa tra il Presidente della Repubblica Hu Jintao e il Primo Ministro Wen Jiabao. Con l’arrivo di Xi Jinping al potere nel 2012, era dato per scontato che quest’ultimo avrebbe proseguito su questa linea di potere armoniosamente condiviso con il Primo Ministro Li Kequiang. Tradizionalmente, infatti, il Segretario Generale del partito e Presidente della Repubblica si occupa delle questioni prevalentemente politiche mentre il Primo Ministro degli aspetti più concretamente economici. Xi tuttavia non ha rispettato per nulla questa impostazione basata su un’idea di condivisione del potere: nel corso dei primi cinque anni di mandato infatti ha gradatamente concentrato su di sé cariche e responsabilità oscurando, di fatto, la figura del premier.

In particolare, questo Congresso risulta essere stato specialmente importante perché non solo ha, come di consueto, tracciato le linee guida per il Paese per i successivi cinque anni e le aspirazioni di medio-lungo periodo, ma ha anche avuto un risvolto diretto sul futuro di Xi Jinping. Oltre al fatto di essere stato riconfermato, com’era prevedibile, alla guida della RPC anche per il prossimo quinquennio, Xi ha ottenuto una vittoria totale in termini di consolidamento del proprio prestigio e potere personale. Xi ha infatti ottenuto che il suo pensiero e contributo sia riconosciuto all’interno della Costituzione del Partito. Anche altri leader, come Deng Xiaoping, hanno ottenuto questo riconoscimento ma mai nessuno, da Mao Zedong in poi, aveva visto inserito nelle Costituzione del Partito il proprio contributo teorico sotto forma di “pensiero”. Ad esempio, Deng Xiaoping vide il proprio contributo riconosciuto come “teoria”, un gradino sotto il “pensiero” nella gerarchia ideologica e terminologica cinese. Ora Xi è l’unico ad aver ricevuto un simile riconoscimento, ponendosi al fianco del leader fondatore. Al di là del prestigio acquisito da Xi nel Partito e nel Paese, questo fatto ha importanti risvolti politici: è la consacrazione del processo di accentramento dei poteri avviato sin dall’entrata in carica da parte di Xi nel 2012.

Nel corso del suo discorso di apertura del Congresso, il leader cinese ha voluto fissare chiaramente gli obiettivi che il Paese dovrà raggiungere nei prossimi trent’anni. Si tratta, per la prima volta, di obiettivi dichiaratamente volti ad ottenere il primato mondiale in diversi settori. Quasi a voler completare la formula pronunciata a suo tempo da Deng Xiaoping di “socialismo con caratteristiche cinesi”, Xi ha preferito parlare di “socialismo con caratteristiche cinesi in una nuova era“. Naturalmente, l’era della Cina. Xi ha poi dichiarato che la RPC dovrà diventare il primo Paese per innovazione tecnologica entro il 2035 e che le forze armate dovranno essere messe in condizione di combattere una guerra moderna e di vincerla. Xi, considerandosi il fondatore, l’apripista di questa nuova era che dovrebbe condurre la Cina ai vertici del potere mondiale in più settori, si propone, pur senza dirlo mai esplicitamente, di scalzare da tali vertici gli USA. Acquisito infatti il controllo il più possibile stretto sul governo, sul Partito e sul Paese, Xi può affrontare con maggior sicurezza le sfide provenienti dall’esterno. La volontà cinese di farsi valido sostituto degli Stati Uniti, ad esempio nel campo dell’economia e del commercio, risalta tanto più in un periodo come quello attuale durante il quale l’inquilino della Casa Bianca cerca in ogni modo di sottrarre il proprio Paese a intese economiche multilaterali. Durante la recente visita di inizio novembre in Asia infatti, il Presidente Trump ha sfruttato il vertice APEC per affermare una volta di più la sua intenzione di allontanare gli USA da accordi commerciali multilaterali, a suo giudizio infruttuosi, per dare priorità a trattative bilaterali. Nel successivo intervento del Presidente Xi, questi ha viceversa affermato la volontà della Cina di sostenere le attuali dinamiche regolatrici del commercio mondiale, elogiando la globalizzazione come un “evento storicamente irreversibile” e proponendo di lavorare assieme per rendere le intese economiche “più eque, più equilibrate e più fruttuose per tutti”.

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Un richiamo generale quindi per tutti i Paesi della regione e non solo a non sottostimare la volontà di Pechino di riempire i vuoti che gli USA potrebbero lasciare in conseguenza delle loro nuove politiche economiche. Più preoccupanti di questi richiami verbali sono le concrete azioni intraprese dal governo cinese in violazione della legislazione internazionale. Ad esempio nel Mar Cinese Meridionale, la pressione di Pechino ai danni di Paesi minori come Vietnam e Filippine si sta facendo sempre maggiore. L’impressione è che la scarsa attenzione dell’Amministrazione Trump, troppo affaccendata in sterili scambi di accuse con la Corea del Nord, unitamente all’incapacità delle Nazioni Unite di far rispettare le norme internazionali, sia una combinazione di fattori che consente a Pechino di farsi sempre più assertiva nella regione. Già l’estate scorsa, una sentenza dell’Aja dichiarò illegittime le pretese cinesi sul Mar Cinese Meridionale e condannando le azioni unilaterali di Pechino, ma il governo cinese fece sapere immediatamente di non riconoscere la sentenza. Negli ultimi mesi inoltre la Cina ha avviato la costruzione di nuove basi aeree presso le Isole Spratly, aumentato sensibilmente la presenza di navi della propria Marina Militare nelle acque contese e, a quanto pare, convinto il Vietnam a non proseguire le ricerche di idrocarburi in quella che sarebbe, secondo la legislazione internazionale, zona economica esclusiva di Hanoi. Tutto questo senza concreta reazione da parte della comunità internazionale. Anzi, come visto, il Presidente Xi non manca di farsi paladino, in ogni occasione, di valori che poi però, la Cina pare disattenda nei fatti. Senza una decisa presa di posizione da parte di Nazioni Unite e USA, ora che Xi ha ulteriormente rafforzato il proprio potere interno, difficilmente Pechino deciderà autonomamente di rendere la propria politica estera più malleabile.

Elia Sartor

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