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L’interclassismo nei partiti politici americani. Crisi sociale e populismo nel GOP 

di Domenico Bilotti(*)

La conformazione dei partiti politici americani li rende pressoché indisponibili a una lettura omologante e statica. Il dato, talvolta rilevato dalla dottrina europea, che lo sottolinea con sorpresa quasi inspiegabile, è, invece, sostanzialmente dato per acquisito nella pubblicistica nord-americana, salvo, in parte, quella canadese. Entrambi gli approcci impediscono di visualizzare adeguatamente l’indiscutibile vitalità interna e i conseguenti riflessi giuridici tipici delle organizzazioni di partito negli Stati Uniti: non meramente correntizie, in contatto con le lobbies che orientano o concorrono a orientare l’agire legale e anche il costume sociale, dotate di propri riferimenti estetici, valoriali, di politica economica.
Questa situazione, per quanto contraddittoria, rende, perciò, difficile, oltre che inesatto, immaginare uno stereotipo del dirigente o del candidato medio del partito politico. I democratici vengono identificati con una visione ampiamente liberale dei diritti civili e con una certa accentuazione dell’intervento pubblico in economia. Eppure, nelle fila del partito, troviamo i blue dogs, che si assestano su posizioni di centrismo cattolico e che su una serie di temi (aborto, matrimonio tra persone dello stesso sesso, depenalizzazioni) hanno posizioni ben più prudenti del proprio partito generalmente inteso. Si pensa, poi, che i democratici americani abbiano posizionamenti in materia di diritti sociali assolutamente non assimilabili a quelli che, ad esempio, provengono dalla tradizione socialdemocratica europea. Questa considerazione di carattere politico-economico, pur fondata, si stempera e di molto quando ci si imbatte in personalità, anche autorevoli, della galassia democrat, come l’ex sindaco di Cleveland, Dennis Kucinich, emerso dalla temperie politica e dalla contestazione di fine anni Settanta, o John Edwards, che proviene dalla sinistra del partito in Nord Carolina.

La singolare combinazione di interclassismo e di irriducibilità a uno schema ideologico uniforme e statico riguarda anche i cd. third parties, quei partiti, cioè, che a turno si contendono il terzo posto delle competizioni elettorali, pur difficilmente superando il 4%, e giocando contro competitori che, invece, tendono a collocarsi anche ben sopra il 40. I Verdi rappresentano qualcosa di simile ai movimenti antagonisti in Italia e in Europa? Se le loro posizioni generali sono effettivamente laico-radicali, si trovano poi nei massimi quadri del partito personalità del tutto originali, come il medico socialista Jill Stein, attivista per i diritti umani e l’ambientalismo, influenzata, tra l’altro, dall’ebraismo riformista e della cultura rabbinica umanista.

Il Partito Libertario, inoltre, nasceva come movimento estremamente minoritario, che si nutriva soprattutto di un certo ceto intellettuale e accademico (Murray Rothbard, Robert Nozick). Negli ultimi due decenni, l’accento sulla defiscalizzazione ha portato, tra i sostenitori del partito, numerosi imprenditori della provincia americana che, in alcuni contesti produttivi, sono generalmente inquadrati nel novero dei sostenitori del Partito Repubblicano. Adesso il quadro si sta nuovamente modificando, perché le problematiche internazionali, che vanno dalla minaccia neofondamentalista fino alla questione nord-coreana, hanno suscitato, in quello stesso elettorato, una richiesta di sicurezza preventiva che mal può essere raccolta dal rigido non interventismo della cultura libertarian.

Tanto chiarito per realtà politiche demograficamente meno cospicue, questa frammentazione deve ritenersi ancora più ampia all’interno delle correnti tradizionali delle principali forze politiche. Le correnti di partito non sono sottoposte a una rigida conformazione statutaria (se si vedono prassi e regolamenti del Partito Repubblicano e di quello democratico), nemmeno dal punto di vista giuridico-formale (norme interne alle Camere, divieti o inibizioni di vario genere negli statuti partitici). Per un verso, la democrazia americana ha pacificamente accentato, sino a porla tra le proprie premesse, la vitalità del confronto interno, anche acceso, nell’ambito delle organizzazioni di partito; d’altra parte, questo fenomeno, così diffuso e radicato, salve occasionali e gravi fasi di empasse, non desta particolari apprensioni negli osservatori politici.

In altre parole, i gruppi interni ai diversi partiti – soprattutto, ai due principali – costituiscono capo di studio molto importante più per il contenuto delle istanze che intendono rappresentare, che per le modalità di formalizzazione e di evidenziazione politica volta per volta prescelte. Anche queste ultime, del resto, assecondando pienamente la realtà americana, sono spesso molteplici: sono frequentemente costituite da iniziative elettorali, campagne sulla stampa, gruppi di studio o commissioni nelle istituzioni rappresentative. Molto più semplicemente, in altre circostanze, sono alcuni esponenti politici, in quanto leader singoli e autonomi, a “drenare” il maggior consenso sulle proprie asserzioni e rivendicazioni. Potremmo concluderne che il lobbismo tipico della società politica americana, pur così diffusamente regolamentato, soprattutto se comparato alla inconsistenza di molte legislazioni sul punto nell’Europa continentale, ha bisogno anche di informalità, comunicazione, decisione.

Quanto al Partito Repubblicano, esso ha una strategia rivendicativa che spesso invoca petizioni di principio di contenuto ampiamente tradizionalistico – persino un “guastatore”, come voleva rappresentarsi il Presidente Trump durante la campagna elettorale, si intestava la necessità e la vocazione di dovere “rifare” grande l’America (come un tempo). È, perciò, molto utile vedere in che termini il conservatorismo repubblicano, identificato di solito nella sua staticità, nel suo conformismo osservante, sia, invece, espressione di quelle stesse mutevoli contraddizioni che addebita alla società statunitense nel suo complesso.

Le correnti nel sistema politico americano non corrispondono ad aggregati stabili. Nella storia dei partiti europei, invece, avevano maggiore durata e un collante ideologico sufficientemente tenace da prescindere dall’assunzione momentanea della leadership da parte di una singola figura carismatica. Nel Partito Repubblicano, ad esempio, è più facile vi siano “orientamenti”, più o meno condivisi, più o meno legati all’associazionismo interno al partito (i finanziatori, i network d’area, per un certo periodo le riviste di intervento culturale e alcuni centri studi e istituzioni accademiche). Si è soliti ritenere, anche in un quadro così composito, che nel GOP presidino i termini della discussione i tradizionalisti estremisti e quelli conservatori moderati. La bipartizione non solo non ha nulla di eminentemente tecnico-scientifico su cui poggiarsi (politologico, giuridico, istituzionale), ma sembra risentire eccessivamente della frammentazione vista in atto al tempo delle Primarie repubblicane, che a sorpresa intronarono Trump come candidato del GOP. Con pari sorpresa mesi dopo, il magnate diverrà Presidente degli Stati Uniti: affermazione (quasi) tutta personale, in realtà, visto che in voti assoluti i rivali Democratici erano risultati comunque il primo partito. Il GOP vinse qualificandosi proprio nella sua eterogeneità di consensi e rappresentazioni locali, aggiudicandosi i “grandi elettori” necessari nel sistema elettivo di secondo grado. Il voto per il Partito Democratico, territorialmente più omogeneo e numericamente più cospicuo, non fu sufficiente a premiare per la terza volta consecutiva un candidato democrat dopo i due mandati dell’era Obama.
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I Repubblicani sono stati più in sintonia, allora, con gli umori incerti del Paese e probabilmente questa non dichiarata empatia, di cui si è avvantaggiato il personale carisma e il discutibile aplomb propagandistico di Trump, è la ragione per cui rifarsi alle vecchie categorie correntizie, per descrivere il GOP, non basta più. La tradizione repubblicana è intrisa di municipalismo, civismo, economia ravvicinata di scambio: è la lezione di Nisbet, col senso estetico di Eliot e il racconto di una tradizione inesausta che parte dalla lotta per la libertà e arriva sino al dominio della globalizzazione. È questa narrazione il collante di base che giustifica l’unilateralismo interventista.

Basta, però, a garantire la governabilità anche internazionale in un quadro che perde direzione economica e strategica e diventa ostaggio della finanza e di una scoordinata multipolarità? La tradizione profonda del GOP ha poco a che vedere con la propaganda guerrafondaia e anche con i toni beceri che inneggiano alla sola difesa degli statuti proprietari. Il Partito Repubblicano nasce con ben altri scopi e la sua attenzione alle dinamiche locali non ha alcun ripiegamento egoistico, anzi si esprime attraverso l’identificazione nel corpus (bandiera, valori, leggi, cittadinanza) della nazione. Vista in modo così aulico, l’eredità culturale del GOP è destinata a risultare molto minoritaria nel concreto contesto repubblicano attuale.

Come in ogni tempo, le interpretazioni più estremistiche e sbrigative si sono affiancate all’idea di una religiosità civile di stampo chiaramente patriottico, esasperandone gli elementi più immediati. Si ricerca più la sicurezza che la concordia sociale: perciò, la repressione prevale sulla prevenzione. Le nobili e risalenti battaglie per lo Stato minimo, strumento e non padrone delle autonomie locali, nel Tea Party o nelle “schiere” antiabortiste della Palin, diventano mere invocazioni alla riduzione della pressione fiscale. Trump se ne è accorto: conosce il suo Paese e conosce il suo partito. Allentare il vincolo fiscale è una parola magica per quell’elettorato che dell’eredità repubblicana conserva i feticci più faciloni. E fa breccia pure, persino in una società di ispanici, afroamericani, migranti asiatici, far leva su un conservatorismo dei valori che ha poco di religioso (nonostante il ruolo del neocongregazionalismo, a cominciare dai Mormoni, nella politica repubblicana) ed è molto più banalmente promessa garanzia di ogni beneficio che già esista.

Il limite di tutto ciò è che ogni promessa nasconde purtroppo i suoi doni avvelenati. La tanto invocata riforma fiscale, che ha consenso sociale reale negli Stati Uniti di oggi, varata da Trump in pompa magna, è certo espressione di una strategia più chiara della politica economica obamiana sul mercato interno, quando si fluttuava senza particolare convinzione tra più spinte contrapposte (estensione della copertura sanitaria ma anche liberalizzazioni e semplificazioni amministrative, nuove regolamentazioni in materia di diritti civili ma anche misure quadro per fronteggiare le fasi critiche della produzione economica).

Negli anni in cui il debito pubblico americano è cresciuto così robustamente, anche per effetto delle politiche democratiche di allargamento delle prestazioni sociali, la riduzione del prelievo fiscale a beneficio di patrimoni ampi e variegati – perciò, già indirettamente tutelati dalla mutevole conformazione giuridica della loro consistenza negoziale, sovente elusiva rispetto alla pretesa del controllo statuale – annuncia venti di crisi, quasi pari ai venti di guerra su cui tutti, in casa e fuori, soffiano con pericoloso compiacimento.

N.B: il presente scritto riproduce, in forma ridotta e in lingua italiana, il testo di un intervento su lobbying religioso e rappresentanza politica tenuto presso la Rosenthal Library dell’Università di New York (4/5 Dicembre 2017)

(*) docente di “Diritto e Religioni” presso l’Università Magna Græcia di Catanzaro

Informazioni su salvatorestanizzi ()
Laureando in Giurisprudenza. Vivo la mia vita una pagina alla volta, senza fretta.

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