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Tour in Asia di Trump: tante speranze, pochi risultati

Il 3 novembre 2017 è iniziato il primo tour in Asia del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il viaggio ha visto il tycoon newyorkese fermarsi in Giappone, Corea del Sud, Cina, Vietnam e infine le Filippine. Il tour doveva svelare la strategia politica dell’attuale Amministrazione per l’area del Pacifico, con principali temi la crisi coreana e il deficit commerciale con la Cina.

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Fig.1 – Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla all’Assemblea Nazionale l’8 novembre 2017 a Seul, Corea del Sud.

Il problema “Corea del Nord” – Le prime tappe del tour, Tokyo e Seoul, hanno visto il Presidente occuparsi principalmente della crisi coreana. La minaccia del regime di Pyongyang si è fatta più viva da quando Trump è entrato alla Casa Bianca. Il Presidente, soprattutto tramite i social network, ha più volte stuzzicato il leader coreano Kim Jong-un che, senza farsi scrupoli, ha risposto a ogni provocazione, accendendo ancora di più la situazione, già di per sé incandescente. Trump, atterrato in Giappone, ha reso sin da subito chiaro il suo intento riguardo la Corea del Nord: massimizzare la pressione. Sia Trump che Abe hanno utilizzato quest’espressione nei giorni in cui il Presidente è stato nel Paese del Sol Levante. La volontà di quest’Amministrazione, in totale accordo con gli alleati giapponesi e sudcoreani, è pressare il più possibile, economicamente e diplomaticamente, il governo di Pyongyang. Una tattica completamente differente se non opposta a quella di Obama, che faceva della “pazienza strategica” il suo baluardo contro il regime nordcoreano. Le sanzioni ONU, il reinserimento nella lista degli Stati sponsor del terrorismo, le richieste di tagliare i rapporti diplomatici ed economici con la Corea del Nord a tutti i Paesi del mondo fanno parte di questa strategia. L’intenzione è di portare il regime nordcoreano allo sfinimento, costringendolo a negoziare il blocco del proprio programma nucleare e la riduzione del proprio arsenale rischiando al contempo una crisi umanitaria di dimensioni incalcolabili, dato che il leader Kim Jong-un non cederà facilmente o, forse, non cederà affatto.

In Corea del Sud, il Presidente ha rimarcato il concetto nel discorso all’Assemblea Nazionale, dove ha promesso una risposta militare adeguata in caso di attacco nordcoreano agli USA e ai suoi alleati. Anche in quest’occasione, il Presidente ha nuovamente sollecitato tutte le Nazioni a isolare la Corea del Nord, implementando completamente le sanzioni ONU, declassando le proprie relazioni diplomatiche con Pyongyang e tagliando i rapporti commerciali e tecnologici. L’invito però è stato rivolto principalmente a Russia e Cina; soprattutto quest’ultima è l’ago della bilancia in grado di spostare gli equilibri in favore di Washington. Nella tappa cinese, il Presidente Trump è parso meno aggressivo rispetto alle precedenti, limitandosi a chiedere un maggiore aiuto da parte di Pechino e facendo leva sul rapporto che si è venuto a creare tra lui e Xi Jinping, definendolo un “uomo molto speciale” che “può fare la cosa giusta” con la Corea del Nord.

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Fig.2 – I leader dei Paesi membri dell’ASEAN posano per la foto di rito insieme ai leader delle maggiori economie, tra cui il Presidente USA Trump, per la cerimonia d’apertura del meeting ASEAN a Manila, Filippine, il 13 novembre 2017

La grande sfida di Trump: il commercio – Il secondo obiettivo dell’Amministrazione Trump per il tour era ridisegnare gli equilibri economici e commerciali tra gli Stati Uniti e i suoi partner asiatici. La strategia si può articolare su due principali temi: rinegoziare gli accordi bilaterali dopo l’uscita dal TPP e ridurre il deficit commerciale con la Cina.

A Tokyo, Trump, al fianco di Abe, ha nuovamente criticato il Partenariato Trans-Pacifico (TPP), considerando un’area di libero scambio tra Stati americani e asiatici un progetto dannoso per l’economia e il commercio statunitense, favorendo piuttosto una serie di accordi bilaterali che possano essere adattati in base alle Nazioni coinvolte. Con il Giappone, con il quale gli USA hanno da molti anni un elevato deficit commerciale, il Presidente ha affermato che al momento non è presente un giusto e libero commercio, ma ha reso noto che presto ci sarà.

In questo contesto, torna alla ribalta quell’idea di una “libera e aperta area Indo-Pacifica” che dovrebbe competere con il progetto cinese della nuova Via della Seta, la One Belt, One Road. Nella dichiarazione della Casa Bianca riguardo i risultati raggiunti durante il vertice tra Trump e Abe, un’intera sezione riguarda la creazione di una libera e aperta area Indo-Pacifica, con il lancio di diverse iniziative per promuovere alternative nella regione. Alternative al progetto cinese, ovviamente. Anche con il Vietnam, durante il summit APEC a Da Nang, Trump e il Presidente vietnamita Tran Dai Quang hanno ribadito la volontà di potenziare ed espandere il proprio Partenariato, promuovendo accordi bilaterali e investimenti dal valore di 12 miliardi di dollari e rafforzando la cooperazione militare. Ma, ancora una volta, è con la Cina che si gioca la partita più importante.

Anche in questo caso, Trump è parso accondiscendente nei confronti del suo collega cinese. Se in passato il Presidente aveva ripetutamente accusato la Cina di pratiche sleali, al fianco di Xi Jinping il Presidente ha accusato le precedenti Amministrazioni USA per la situazione commerciale e il deficit nei confronti della Cina, affermando piuttosto che “non posso incolpare la Cina. Dopotutto, chi può incolpare un Paese che si è avvantaggiato nei confronti di un altro per il benessere dei propri cittadini?”. Il risultato più importante raggiunto da Trump nei 3 giorni in Cina è stato l’accordo tra compagnie di entrambi i Paesi dal valore di 250 miliardi di dollari, record storico nelle relazioni sino-statunitensi. Ma di deficit commerciale non si è parlato molto, tranne in alcune dichiarazioni di circostanza. Nessun programma o progetto è stato presentato per equilibrare la bilancia commerciale tra le due Nazioni.

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Fig.3 – Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping arrivano alla cena di stato presso la Grande Sala del Popolo a Pechino, Cina, il 9 novembre 2017

Trump in Asia. Vittoria per la Cina? – Nonostante venga considerato un “enorme successo” da Trump, il tour in Asia del Presidente si è concluso con pochi risultati raggiunti. Pur avendo avuto amichevoli incontri con Giappone e Corea del Sud, il viaggio ha riscosso lo stesso hype ricevuto in passato da altri Presidenti. Trump ha riconfermato la presenza degli Stati Uniti nei meccanismi di sicurezza dell’area del Pacifico, tema che premeva particolarmente gli alleati e, in generale, i Paesi che si affacciano sull’oceano, intimoriti dall’America First di Trump e quindi di un eventuale ritiro delle truppe statunitensi, atteggiamento che avrebbe favorito l’avanzata cinese. Ma ciò non è successo e anzi, il Presidente ha aumentato attraverso alcuni accordi la presenza statunitense nell’area. Ma i risultati significativi si sono fermati qui.

Per quanto riguarda il commercio, con le sue azioni, Trump si è allontanato dal multilateralismo tipico di Obama e l’esclusione degli Stati Uniti dal TPP ne è l’esempio lampante. Tuttavia, la proposta del Presidente di attivare una serie di accordi bilaterali con i vari Stati asiatici non ha riscosso successo; infatti al momento nessuna Nazione ha risposto all’appello e i Paesi coinvolti nel Partenariato hanno deciso di continuare ad andare avanti anche senza gli USA. Il suo progetto di area Indo-Pacifica formata da accordi bilaterali tra le varie Nazioni non ha richiamato l’attenzione sperata. Con il vuoto lasciato dagli USA, la Cina sta provando a ritagliarsi il suo spazio vitale per diventare il principale interlocutore commerciale della regione, provando a conquistarsi il titolo di campione del multilateralismo e del libero scambio. Lo stesso dicasi per il Giappone, che all’interno del Partenariato ha assunto il ruolo di Nazione guida, ormai rassegnata all’idea di dover sostituire gli Stati Uniti.

Sul fronte nordcoreano le cose non sembrano migliori: se è stato un bene che Trump abbia messo in chiaro le cose con i suoi alleati, Corea del Sud e Giappone, e abbia richiesto aiuto alla Cina, vera ancora di salvezza dell’economia nordcoreana, la tensione è risalita vertiginosamente con il lancio di un nuovo modello di missile balistico intercontinentale che, secondo gli esperti, potrebbe raggiungere qualsiasi punto del territorio statunitense in America, dotando quindi il regime di Kim Jong-un dell’arma tanto cercata per minacciare in maniera efficace Washington. I colpi a disposizione di Trump sono pochi e, tralasciando le continue quanto inutili provocazioni verbali, soprattutto tramite social network, le sole sanzioni approvate dall’ONU sembrano essere insufficienti a far cadere il regime di Pyongyang. L’unico risultato a cui stanno portando è il continuo impoverimento della popolazione nordcoreana. La speranza di un regime change è quanto mai blanda, ed è impensabile credere che il piano dell’Amministrazione sia proprio questo. La sola strada percorribile per raggiungere dei risultati concreti sembrerebbe il coinvolgimento effettivo di Cina e Russia nella negoziazione, con la consapevolezza di dover scendere a compromessi, soprattutto con il gigante asiatico.

Considerando che non ci sono segnali di un’imminente guerra con la Corea del Sud, ancor meno con il Giappone, la Cina ha tutti gli interessi a mantenere il regime di Kim Jong-un in piedi. Pur non volendo una Corea nuclearizzata, la Corea del Nord funge da cuscinetto contro gli statunitensi che, in un’eventuale Corea unita sotto il controllo di Seul, potrebbero portare le proprie truppe ai confini di Cina e anche Russia. Altro fattore che preoccupa Pechino è la possibile crisi migratoria che colpirebbe la Corea del Nord in caso di conflitto o di caduta del regime di Kim: in migliaia tentano ogni anno di lasciare la Corea superando il confine con la Cina ma, in caso di caduta del regime, potrebbero essere milioni i coreani che proverebbero ad attraversare la linea di confine che divide la Cina dalla Corea del Nord, con scenari inimmaginabili. Infine, la continua minaccia della Corea del Nord nei confronti dei Paesi dell’area e degli Stati Uniti, fa sì che l’attenzione di questi ultimi si concentri prevalentemente verso Pyongyang, lasciando quindi la possibilità a Pechino di svolgere i propri movimenti, soprattutto nel Mare Cinese Meridionale, con una certa discrezionalità. Le richieste di Trump di un maggiore coinvolgimento della Cina nella questione non paiono aver sortito grandi effetti e, a parte le solite frasi di circostanza, non c’è stato un impegno concreto da parte di Pechino nel convincere o costringere Pyonyang ad aprire al dialogo. Lo stesso Trump pare essersene accorto.

La Cina quindi al centro di tutto; principale rivale nel commercio, principale interlocutore per una risoluzione della crisi nordcoreana. Questa interdipendenza mostra quindi come Pechino si stia ritagliando il proprio spazio, estromettendo passo dopo passo gli Stati Uniti dalla regione asiatica e dall’area pacifica. Gli investimenti esteri e l’iniziativa della “One Belt, One Road”, sono alcuni degli strumenti che permettono alla Cina di espandere la propria influenza globale. La visita a Pechino non ha permesso agli USA di rinegoziare il deficit commerciale, né ha sottolineato od ovviato alla questione riguardante la politica sleale della Cina nei commerci. Gli accordi raggiunti, seppur dal valore di 250 miliardi di dollari, non risolvono nessun punto dell’agenda di Trump. Nemmeno l’apertura del mercato cinese alle imprese statunitensi, altro tema rinviato. Così come non sono stati affrontati altri argomenti spesso imputati alla Cina, tra cui i diritti umani, la libertà di stampa, di parola e di manifestazione. Trump si è quindi dimostrato morbido, forse nel tentativo di strappare accordi vantaggiosi con Xi Jinping, ma ciò ha mostrato solamente una difficoltà degli Stati Uniti di imporsi nei confronti della Cina per risolvere le questioni inserite nell’agenda di Trump. La forza economica, la deterrenza e la rete di alleati di cui dispongono gli Stati Uniti, non rappresentano più quel sistema ideale che permette a Washington di raggiungere i propri obbiettivi strategici; era evidente con Obama, e non è cambiato con Trump.

Francesco Generoso

Informazioni su Francesco Generoso ()
Francesco Generoso, 23 anni, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università l’Orientale di Napoli. Responsabile della sezione esteri del blog “The American Post” e collaboratore per le riviste “Atlantico Quotidiano” e “Opinio Juris – Law & Politics Review“. Membro dello “Youth Atlantic Treaty Association” italiano e vice-responsabile della comunicazione di “Yata Italy”. Membro del Movimento Studentesco per l’Organizzazione Internazionale (MSOI) di Napoli e membro del Comitato Giovani del Club Atlantico di Napoli.

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