IN EVIDENZA

La crisi in Porto Rico e la “PROMESA” degli USA

Il Porto Rico sta soffrendo nell’ultimo periodo per i problemi strutturali che lo accompagnano da 40 anni. Inoltre l’abbattersi di due uragani in pochi mesi ha gettato la popolazione in una condizione di disagio e stenti. In tale situazione gli USA tengono un atteggiamento ambiguo, adottando provvedimenti a favore dell’isola, ma entrando in azione in modo lento e poco efficace.

Una delle forme di governo più rare e particolari al mondo è quella del Porto Rico. Esso è infatti uno stato associato, sottoinsieme del concetto di territorio non incorporato. La denominazione è utilizzata attualmente soprattutto dal Governo degli Stati Uniti per riferirsi ad alcuni possedimenti che non fanno parte di alcuno Stato dell’Unione né della Federazione in senso stretto e che hanno sovranità limitata ai soli affari locali. Lo Stato associato, o i suoi equivalenti negli altri sistemi giuridici, è l’evoluzione moderna dei casi residui di colonialismo armonizzati coi principi democratici dell’ONU. I cittadini di tali territori hanno infatti pieno autogoverno amministrativo locale, ma sono viceversa esclusi dal voto politico, situazione che viene solitamente tollerata se non anche supportata dalla popolazione locale in virtù della correlata esclusione dal regime fiscale della nazione sovrana.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – le bandiere di USA e Porto Rico

Questo Stato insulare, situato nella regione dei Caraibi, sta vivendo un periodo di profonda crisi. Ha infatti un debito pubblico di 123 miliardi di dollari, un tasso di povertà infantile del 58%, un tasso di povertà del 46% (più del doppio del Mississippi, lo Stato più povero degli USA), un tasso di disoccupazione del 11,4% e un tasso di partecipazione attiva al lavoro inferiore al 40%. Se si sommano questi dati a un’altissima emigrazione, si ottengono i numeri di un disastro economico e di una grave crisi fiscale.

Secondo alcuni studiosi i problemi per il Porto Rico hanno avuto inizio nel 2006, il primo anno di recessione sull’isola; invece secondo José Villamil (economista, Presidente e CEO della società leader in consulenze e strategie economiche e di marketing del Porto Rico) “i problemi non sono cominciati nel 2006; se si considera la performance economica del Porto Rico dal 1975 al 2000, si può osservare che la crescita attestata fu solamente del 2%”.

Negli ultimi 40 anni le Amministrazioni portoricane sono riuscite a mascherare la mancanza di crescita economica con fondi federali e l’emissione di bond il cui rendimento gode di esenzione dalle tasse locali, statali e federali garantita dal Jones-Shafroth Act, in vigore da un centinaio di anni. La strategia, che sembrava condurre a facili profitti, ha invece innescato un pericoloso circolo di prestiti per sanare i deficit nel bilancio statale cresciuti col passare di decenni e Amministrazioni. Villamil aggiunge poi, in un’intervista ad Americas Quarterly, che “il problema di Porto Rico era la carenza di una legislazione economica, quindi la cosa più importante è assicurare l’ampliamento e l’efficacia di questa legislazione”.

Infine, l’Amministrazione portoricana si è trovata ad affrontare un altro problema quando, nel ’96, il Congresso ha annunciato la progressiva abolizione della Sezione 936 dalle leggi fiscali, il che ha reso più onerosa la produzione sull’isola per le imprese statunitensi. Così, quando le società si sono allontanate all’approssimarsi del 2006, data di scadenza della graduale imposizione delle tasse, il Porto Rico non è riuscito a trovare un nuovo traino per la sua crescita.

Un’altra visione della crisi è data da David Lewis, vice presidente del Manchester Trade, il quale ha commentato in un’intervista: “Questa è un’economia ancora basata su una dimensione stato-centrica tipica degli anni ’50. Siamo nel 2017, ma il Porto Rico è ancora imperniato su di un modello di monopolio nel settore dei servizi (energia, educazione, salute); è tutto stato-centrico in un mondo che non lo è più”.

Questa crisi è inoltre aggravata dal peculiare status del Porto Rico, il quale non ha l’autonomia necessaria per ristrutturare il proprio debito in maniera indipendente dal Governo statunitense. Questo limbo istituzionale in cui si trova lo Stato caraibico è causa di divergenze con la madrepatria. Non pagando le imposte federali, il Porto Rico è infatti sottoposto a un regime differenziato per ciò che riguarda fondi e sussidi. Si possono riportare due casi esemplificativi:

  1. Il Porto Rico riceve finanziamenti per Medicare e Medicaid inferiori rispetto agli Stati federati, forzando il Governo locale a coprire la differenza ed esacerbando quindi la crisi economica. Senza fondi addizionali il programma Medicaid portoricano finirà le risorse quest’anno, e i trasferimenti dal Governo statunitense copriranno meno di un terzo delle spese, originando una crisi della sanità portoricana.
  2. Nei tragici giorni che hanno seguito l’urgano Maria, che ha colpito l’isola il 20 settembre, il Governo federale ha tardato nell’invio degli aiuti necessari e nel dichiarare lo stato di emergenza, sebbene la quasi totalità della popolazione portoricana versasse in condizioni critiche, senza energia elettrica, cibo, carburante, acqua corrente e altri servizi di prima necessità. Oxfam, organizzazione che si occupa di portare aiuti umanitari e che quasi mai dirige i suoi sforzi verso Stati sviluppati quali gli USA, sta invece eccezionalmente aiutando il Porto Rico. La risposta nazionale nell’isola caraibica si pone in netto contrasto con quanto accaduto in Texas e in Florida, dove sono state inviate decine di migliaia di funzionari della Federal Emergency Managment Agency e dove le truppe della National Guard erano state posizionate addirittura prima che la tempesta colpisse.
Embed from Getty Images

Fig. 2 – il Presidente Trump in visita sull’isola di Porto Rico

Nondimeno né il Congresso né il Presidente Trump stanno trascurando le necessità del Porto Rico. Il secondo in un’intervista a Fox News dopo la sua visita sull’isola ha chiesto che Wall Street cancelli il debito portoricano. “Tra poco gli direte addio” ha detto “The Donald”; il primo invece, a giugno 2016 ha approvato il PROMESA (Puerto Rico Oversight, Management and Economic Stability Act) per fronteggiare la crisi economica su cui l’allora governatore Alejandro García Padilla aveva messo in guardia, in quanto avrebbe potuto trasformarsi in una spirale letale.

Uno dei primi passi del provvedimento PROMESA è l’istituzione del Financial Oversight and Management Board (FOMB) che, congiuntamente all’attuale governatore Ricardo Rosselló, ha elaborato un piano fiscale basato su austerità e nuove tasse al fine di risanare l’asfissiante debito che affligge l’isola. Il loro piano tuttavia prevede pochi interventi al fine di risolvere il quarantennale problema della stagnazione economica o dell’antiquato modello che si trova alla base di esso.

Quindi come risolvere la situazione e tirare fuori il Porto Rico dal buco nero che lo sta risucchiando? Il dibattito negli Stati Uniti si è acceso e molti hanno puntato il dito contro una vecchia legge, il Jones Act, contro cui si pronuncia anche Jossiana Arroyo-Martinez, esperta della regione caraibica alla University of Texas e lei stessa portoricana, che vorrebbe una abrogazione permanente dell’atto, non temporanea come avvenuto successivamente all’uragano Maria. Ma di che legge si tratta?

Partiamo dal suo predecessore, il “Tariff of 1798”, parte della seconda legge nella storia a passare al Congresso, provvedimento che regolava il cabotaggio, dando l’esclusiva del trasporto marittimo interno agli USA alle sole navi statunitensi, con equipaggio statunitense, possedute da compagnie statunitensi. Il Jones Act del 1920 non è altro che un aggiornamento di questa precedente legge. Infatti estende l’esclusiva del commercio a tutti i possedimenti statunitensi includendo il Porto Rico.

I detrattori di questa legge, che sono molti e di ogni colore politico, portano come maggiore argomentazione il fatto che la diminuzione della competizione porta a un aumento di costi e prezzi. E, nonostante i benefici per le compagnie e i lavoratori statunitensi protetti, gli utili sono minori delle perdite.

Ma in realtà l’impatto di questo atto sull’economia portoricana è molto basso: infatti, come sostiene Aaron Klein, membro associato del programma di Studi Economici e Direttore del Center on Regulation and Markets presso il Brookings Institution, il commercio rappresenta solo una parte dell’economia e soprattutto non è nulla in confronto ai problemi strutturali che il Porto Rico affrontava anche prima dell’uragano Maria. La dimostrazione di tali affermazioni è stata data dagli scarsi benefici che ha portato nell’isola la deroga temporanea approvata dal Congresso dopo il cataclisma.

Embed from Getty Images

Fig. 3 – manifestanti pro Porto Rico con cartelli contro il Jones Act

Alcune proposte per migliorare la situazione quindi potrebbero essere innanzitutto risolvere l’ambiguità politica diventando stato indipendente o facendo entrare a tutti gli effetti il territorio non incorporato nell’Unione. Questa seconda idea sarebbe un vantaggio per l’isola, ma è osteggiata dalle opinioni pubbliche USA e portoricana: la prima soprattutto perché più della metà degli abitanti statunitensi non sa che i portoricani sono loro concittadini; a dimostrazione della posizione della seconda invece, a giugno, si è tenuto un referendum non vincolante in cui la richiesta di unirsi agli USA ha ottenuto sì il 97% delle preferenze, registrando però solo il 23% di affluenza. Quello che gli Stati Uniti possono fare da subito è rimandare le misure di austerità e aumentare i finanziamenti per il sistema sanitario: già in maggio il Congresso ha approvato un aiuto di 295 milioni di dollari. Inoltre, al fine di migliorare la situazione di Porto Rico sia nel breve sia nel lungo termine, bisogna concentrarsi sui problemi dell’economia reale. E forse anche ripensare alla sostenibilità dell’isola, sia che rimanga Stato associato sia che si unisca come cinquantunesimo Stato degli USA.

Federico Iannuli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: