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Littoral combat ship: storia di un fallimento annunciato

(U.S. Navy photo by Lt. Jan Shultis/Released)

A fine novembre il Congresso ricevette il report sullo status di uno dei programmi di punta della US Navy: le Littoral Combat Ship.

Il programma è da tempo al centro dell’attenzione e delle critiche, nato come programma per navi da combattimento a basso costo ha finito per vedere schizzare i conti con unità dalle scarse capacità e dall’esorbitante costo di 600 milioni per nave; le ben più prestanti fregate FREMM italo-francesi hanno un costo di circa 450 milioni di dollari a nave, per dare un termine di paragone.

Lo stesso report ripropone tutti i dubbi che si sono sollevati anche dal punto di vista tecnico, in particolare da parte del GAO e del DOT&E, i due principali organi di valutazione tecnica/finanziaria del Pentagono. Report del GAO e DOT&E che sostanzialmente hanno demolità la validità e l’affidabilità della navi stesse.

Recentemente la marina statunitense ha optato quindi per l’avvio di un nuovo programma per l’acquisto di una nuova tipologia di fregate FFG(X) sancendo la precoce conclusione del programma LCS considerato insoddisfacente.

Il programma LCS è così stato ridotto da 52 a 32 unità e si concluderà con il finanziamento dell’ultima unità nel FY2019; sotto la denominazione LCS rientrano in realtà due unità differenti, una di configurazione tradizionale (la classe Freedom) ed una a trimarano (la classe Independence), dalle prestazioni simili.

USS Independence (LCS-2) at Naval Air Station Key West on 29 March 2010 (100329-N-1481K-298).jpg

USS Independence, in questa foto si può apprezzare la sua particolare configurazione. Fonte immagine: US Navy


Sarà quindi necessario partire da lontano capendo ed illustrando lo scenario e contesto operativo e pian pian avvicinandosi alle LCS in sè per capire perché si parla di fallimento annunciato.

Lo scenario operativo

Le Littoral Combat Ship sono state ideate per operare in ambiente litoraneo, almeno questa era l’intenzione iniziale e al contempo rimpiazzare le 51 fregate classe Perry che nel 2015 sono state definitivamente radiate.

La US Navy dopo il 1991 ha visto una ristrutturazione che l’ha portata ad una riduzione significativa del naviglio maggiore in particolare, a fronte di ciò sono aumentate le crisi a cui doveva rispondere e, oltretutto, ne è aumentata anche la loro durata. Dal punto di vista strategico poi il focus si è spostato dal tenere aperte le rotte marittime in alto mare, contrastando la flotta dell’URSS, a fare vera e propria proiezione di potenza, spesso in ambito litoraneo.

Questo ha spinto le maggiori navi US sempre più vicino alle coste aumentando però i rischi. Artiglierie terrestri, missili antinave basati a terra, mine, naviglio nemico leggero dotato di pesante armamento missilistico, aerei da attacco convertiti al ruolo antinave, fino ad arrivare ai missili anticarro da fanteria (che inaspettatamente alle Falkland diedero buona mostra di se nel ruolo), il tutto unito alle difficoltà di operare in acque poco profonde, spesso strette ed ottime per le imboscate.

Però le unità disponibili al contempo sono diventate sempre più importanti. Senza citare le grandi navi da trasporto anfibio, le portaerei nucleari ed i sottomarini nucleari d’attacco (questi ultimi due a prescindere impossibilitati ad operare sotto costa ed in acque basse per via delle loro dimensioni o di problemi tecnici), ed escludendo i sottomarini nucleari lancia missili balistici che ricoprono principalmente un ruolo di deterrenza, si pensi solo a come la flotta di superficie sia ridotta sostanzialmente ad una ottantina di unità principali. 22 incrociatori AEGIS classe Ticonderoga e 66 cacciatorpedinieri classe Arleigh Burke. Numeri all’apparenza importanti, ma che vanno divisi per cinque oceani, senza contare le unità che devono fare da scorta ai gruppi di battaglia. Unità che negli ultimi tempi hanno acquisito anche ruoli anti missile balistico.

La perdita di una sola di queste unità può mettere in crisi una flotta, figurarsi quando si perdono due navi, come capitato recentemente alla Settima Flotta del Pacifico -già oberata di impegni nell’ambito della sorveglia al regime di Pyongyang- a seguito degli incidenti del  USS Fitzgerald e USS McCain, entrambi due unità classe Burke messe fuori gioco a seguito di incidenti con navi civili. La 7a flotta disponeva infatti di 8 caccia e 2 incrociatori prima degli incidenti. La perdita di 2 caccia su 8 equivale alla perdita del 20% del proprio naviglio da combattimento d’altura.

Due sono gli scenari tipici litoranei: il Golfo Persico e le acque adiacenti alla Nord Korea. Attori caratterizzati da tutti quanti gli elementi sopra citati.

Nel 2006, al largo del Libano, una corvetta israeliana, la INS Spear, fu colpita da un missile C-802 cinese fornito ad Hezbollah tramite l’Iran, contemporaneamente fu colpito anche un piccolo cargo cambodiano causandone l’affondamento. Il missile dal range di 100km circa non è particolarmente sofisticato, ma ha già più volte dimostrato la sua efficacia e tale missile, nonostante avesse mancato di poco la Spear, ha causato gravi danni all’imbarcazione mettendola fuori combattimento e causando diversi morti nell’equipaggio. Ciò costrinse la marina israeliana ad allontanare le proprie unità dalla costa riducendo le capacità israeliane in maniera importante.

Nel 2010 in Korea del Nord, nella serie di isole a ovest della penisola, una ben armata ed equipaggiata corvetta multiruolo sud koreana, la Cheonan (dotata di sensori e armamento di tutto rispetto), fu affondata proditoriamente da due siluri lanciati da uno o più sommergibili tascabili nord koreani, causando la morte di 46 militari. I sommergibili in questione sono piccole unità da 130t e da 370 in immersione a pieno carico, non particolarmente sofisticati, ma diffusi in grande numero nella marina di Pyongyang; del  primo tipo diversi esemplari sono stati esportati anche in Iran, insieme ad un tipo pure più piccolo da 80t circa, da cui poi dovrebbe essere stata sviluppata una serie di produzione autoctona (in particolare la classe Ghadir).

Sempre nello stretto di Hormuz non si contano poi le esercitazioni iraniane che coinvolgono artiglierie di vario calibro e tipo terrestri operanti in stretta cooperazione con posamine, motoscafi veloci, da sommergibili tascabili di 10t posamine fino ad arrivare ai prestanti classe Kilo di produzione russa e motomissilistiche, tra cui si possono citare le evoluzioni cinesi della classe OSA e alcune produzioni locali nel range 200-500t, fino alle piccolissime motomissilistiche cinesi CAT 14 da sole 20t dotate di 4 missili con range di 20km circa. A queste si aggiungono un piccolo numero di frigate ed in costruzione ci sarebbero anche delle navi di tipo destroyer.

Il 9 ottobre 2016 il cacciatorpediniere USS Manson è stato fatto oggetto di lancio di due missili mentre navigava al largo dello Yemen, da un’area controllata dai ribelli Houtni appoggiati dall’Iran. Per abbattere i missili sono stati impiegati due missili antiaerei a lungo raggio SM-2 ed un RIM-162 di medio raggio, più sistemi di disturbo attivi tipo Nulka. Il 12 ottobre, sempre il Manson, è stato fatto oggetto di un ulteriore lancio di missile antivane, andato a vuoto; i ribelli Houtni hanno replicato l’attacco il 15 ottobre con ben cinque missili antinave, sempre tipo C-802, che ha costretto l’unità statunitense a lanciare una salva di SM-2 che hanno intercettato quattro missili, mentre un quinto è stato ingannato da un decoy di un’altra unità statunitense nei paraggi.

La stessa strategia cinese nella prima catena di isole è stata incentrata per molti anni sull’uso di unità sottili, dal basso costo, ma dalla grande potenza di fuoco e solo recentemente la marina cinese si sta orientando su una marina più da alto mare pur mantenendo vive le sue capacità nell’ambito litoraneo. A questo affianca comunque capacità missilistiche sempre più spinte e dal maggiore raggio che di fatto hanno reso obsoleti i missili Harpoon, arrivando ad avviare lo sviluppo di missili balistici basati a terra con ruolo antinave, i DF-21D, dalla dubbia efficacia, ma la cui minaccia non si può ignorare.

La stessa trasformazioni di atolli ed isolotti in fortezze, da parte cinese, difficilmente annientabili costituisce una gravissima minaccia per numeri, capacità e capacità di interdizione geografica alle forze navali US e alla strategia dei mari aperti.

I russi hanno inoltre sempre molto curato la difesa navale terrestre con unità miste dotate di artiglierie specializzate, radar e missili antinave. Tecnologie spesso esportate nel resto del mondo in particolare in paesi che non possono permettersi marine degne di nota.

L’idea di usare forze terrestri per contrastare forze navali non è nuova, ma molto antica, d’altronde un forte terrestre banalmente non è affondabile ed in grado di subire molti più danni di una nave, senza essere messo fuori combattimento, basterebbe pensare come nonostante i violenti bombardamenti aerei e navali le difese tedesche del vallo Atlantico in Normandia risultarono sostanzialmente intatte nel giugno del ’44, ma si può anche citare il grave danno assestato alla marina tedesca nel 1939 dai forti costieri norvegesi (si pensi all’affondamento dell’incrociatore pesante Blucher), nonostante gli ordini contraddittori da Oslo che ne limitarono l’efficacia.

Lo stesso impiego di unità sottili con grande potenza di fuoco non è una novità e si sviluppa in particolare con la comparsa del siluro che per potenza e capacità di arrivare sul bersaglio non intercettato lo rende l’antisegnano del missile sotto il profilo tattico.

I primi a fare un uso estensivo in scenario bellico di unità veloci dotate di tale arma furono gli italiani durante la prima guerra mondiale con i Motoscafi Assalto Siluranti, usati estensivamente nel frastagliato Adriatico Orientale; gli italiani svilupparono poi il Siluro a Lenta Corsa a metà tra un sottomarino tascabile, una mina ed un siluro a guida umana. Nonostante gli insuccessi (non necessariamente con perdita di unità)  di queste unità non si contano i pochi risultati conseguiti furono però di altissimo livello con l’affondamento di corazzate austroungariche e britanniche.

A fronte di costi contenuti si ha quindi la possibilità di assestare gravi danni al nemico  usando questi sistemi interdicendo addirittura il passaggio o l’uso di interi specchi d’acqua con conseguenze sia militari che politiche importanti.

Si pensi che durante tutta la guerra Iran-Iraq degli anni ’80 una delle maggiori difficoltà fu proprio difendere il naviglio civile da trasporto preso di mira dalle fazioni in campo e più volte bersagliato da missili ed armi anti nave, ciò costrinse gli US ad intervenire e questo fu generatore di ulteriore tensioni e ciò non evitò l’alzarsi dei costi di trasporto sulla tratta, strategica in particolarmente per il trasporto di petrolio. Coinvolgimento US che si tradusse anche nel diventare bersaglio per gli stessi missili antinave, come nel 1987 quando fu colpito la fregata USS Stark da due Exocet iracheni, missili di produzione francese che già diedero buona prova di loro durante la guerra delle Falkland in mano argentina.

USS Stark.jpg

Lo USS Stark fu colpito dai due Exocet in meno di 30 secondi. Perirono 37 marinai e l’unità fu impossibilitata a muoversi in autonomia. Il primo missile non detonò nonostante colpì l’unità causando gravi danni, questo colpo di fortuna evitò molto probabilmente l’affondamento dell’unità. Fonte immagine: DoD

L’esigenza quindi di una unità in grado di manovrare vicino alla costa, dai costi relativamente contenuti e quindi spendibile e disponibile in grandi numeri è quindi chiara.

Le capacità delle navi

Le Littoral Combat Ship sono caratterizzate da un basso armamento missilistico e risultano sotto potenziate anche nell’aspetto dell’armamento artiglieresco. In uno scontro con qualsiasi altra unità di pari tonnellaggio risulterebbero svantaggiate  dalla mancanza di armamento missilistico nave nave. Il 57 mm bofors ha un range effettivo di soli 8 km bene inferiore a quello da 76 mm (effettivo circa 10/15km, con possibilità di andare oltre a 40km con il munizionamento di nuova generazione) in genere installato su  tutte le fregate e questo a fronte comunque di una minore testata bellica. Si pensi che 7/8 km è il range massimo di molti missili AT installati su mezzi leggeri o adoperati dalla fanteria.

USS Freedom. Fonte immagine: US Navy


Oltretutto il sistema di puntamento del 57mm sulle LCS è esclusivamente elettro-ottico e durante i test, come riportato dal DOT&E ha mostrato una grave mancanza di precisione che chiaramente ne limita il suo uso nei range massimi e la possibilità di essere usato contro bersagli aerei o addirittura missilistici. A tutt’oggi lo stesso 57mm ha dimostrato gravi problemi di affidabilità ed il suo rateo di fuoco è limitato alla metà di quella teorica (60 colpi al minuti rispetto ai 120 colpi al minuto dichiarati).

Nelle classe Freedom ed Independence l’armamento missilistico è esclusivamente terra aria nella forma di un sistema missilistico di punto missilistico a breve raggio (max 9km) SEARAM, con il modulo SUW (guerra navale di superficie) si ha una espansione dell’armamento missilistico nelle due navi con l’aggiunta di 24 missili anticarro e anti imbarcazione leggera AGM-114 Hellfire.

Solo a metà del 2016 (replicato alla RIMPAC 2017) è stato fatto un test per valutare la possibilità di installazione di un modulo di due sistemi di lancio Mk141 di missili Harpoon sulle Independence, questa soluzione è lontana dall’essere una soluzione ideale: al di là della ridotta autonomia di fuoco (i Burke dispongono sempre del doppio impianto binato, ma dispongono anche di 90 celle verticali per missili di vario tipo, tra i quali in futuro i nuovi missili antinave LRASM) la nave infatti non ha potuto neanche effettuare il targeting in autonomia dovendo ricorrere agli elicotteri MQ-8 e al SH-60 per il targeting. Ciò è  molto limitante in un reale contesto operativo dove l’avversario dispone di capacità anti aeree per quanto minimali e l’installazione di tale modulo ovviamente va a detrimento dell’installazione di altri moduli.

Immagine correlata

Lancio del missile Harpoon dal USS Coronado nel 2016, classe Independence. Fonte immagine: US Navy

Nelle due tipologie di LCS trovano spazio anche armamenti minori come alcune calibro .50 ed un paio di cannoncini a tiro rapido da 30mm per la difesa ravvicinata navale.

A ciò si vanno affiancare i già citati gli elicotteri Seahawk (solitamente 1) ed i senza pilota MQ-8 (solitamente 2) imbarcati con compiti di lotta anti sommergibile e pattugliamento.

Anche a livello di sensoristica le due navi non se la passano meglio avendo radar 3D a corto raggio e solo col modulo AsW montato dispongono di un sonar trainato passivo/attivo per la lotta antisommergibile. Un sistema da solo molto limitato e che solo la presenza del Seahawk contribuisce a mitigare. Le capacità AsW delle due unità senza modulo preposto sono sostanzialmente nulle e la stessa acquisizione dei moduli AsW è stata continuamente rimandata e dilazionata causa fondi.

Bisogna considerare peraltro come le LCS se possono trovare un ruolo antisommergibile a supporto dei gruppi di battaglia in alto mare, aumentando le possibilità di screening, il loro ruolo principale rimane quello di operare sotto costa in solitaria o piccoli gruppi dove la minaccia dei sommergibili tascabili iraniani e nord koreani, in primis, è più alto.

Tali capacità risultano chiaramente insoddisfacente rispetto alle esigenze reali:  le LCS hanno infatti sostituito le fregate classe Perry il cui armamento e sensoristica era nettamente superiore disponendo di radar di scoperta a medio-lungo raggio, una completa suite anti sommergibile, siluri atti a questo ultimo scopo, sonar a scafo e rimorchiabile missili SAM a medio raggio tipo Standard, missili antinave Harpoon, un sistema di difesa di punto Phalanx CIWS ed un cannone a tiro rapido Oto-Melara da 76mm.

Le unità Perry avevano quindi un maggior firepower offensivo, ma anche un maggior firepower difensivo potendo ingaggiare con maggiore anticipo eventuali missili lanciati contro di esse. Lo stesso staying power della nave, ovvero la capacità di continuare a combattere incassando danni, è inferiore sulle LCS classificate come livello 1+ rispetto al livello 2 delle Perry (anche se le LCS hanno standard progettuali sicuramente più moderni rispetto alle vecchie Perry che contro siluri e missili dotati di testata moderna hanno dimostrato una bassa capacità di incassare).

In sostanza le LCS non sarebbero in grado di far fronte alla missione per la quale sono state progettate, problema sollevato in particolare dal vice ammiraglio Samuel Perez che ha evidenziato le capacità di combattimento della classe limitata al contrasto di piccole unità navali non dotate di armamento missilistico. Addirittura la classe Independence, avendo una larghezza elevata, ha un problema di manovrabilità nelle acque strette tipiche dello scenario costiero.

Come visto nella parte relativa al contesto operativo anche le unità navali più leggere dei principali avversari futuribili (e non quelli più hi-tech) dispongono di missili antinave (spesso supersonici, cosa che rende veramente questione di pochi secondi lo spazio di ingaggio per i missili RAM, il 57mm o il Phalanx), la minaccia sottomarina è forte ed il rischio di essere bersagliati da terra è altissimo, a tutto ciò si potrebbe aggiungere anche l’uso di aerei veloci dotati di armamento di caduta anche non specializzato, eppure le LCS non hanno, né singolarmente né in gruppo, le capacità per affrontare in maniera efficace una sola di questa minacce senza essere in inferiorità di potenza di fuoco (addirittura netta senza i moduli aggiuntivi SUW comprendenti gli Hellfire o senza i pochi Harpoon del nuovo modulo in fase di sviluppo) e range d’attacco. Non solo: non hanno neanche le capacità di vedere tali minacce per tempo date le limitate capacità dei loro sensori riducendo anche molto la loro utilità di unità in avanscoperta.

Inoltre le stesse LCS, nella variante Independence, pur mostrando una autonomia superiore al previsto, hanno dimostrato una velocità reale spesso inferiore ai 40 nodi (in un test una sottovariante ha raggiunto poco meno di 38 nodi dichiarati a causa di problemi con le superfici di manovra e con l’alimentazione dei motori. La variante Indipendence inoltre sembrerebbe quella più affetta da problema di affidabilità dei sistemi interni in generale, compresi quelli di condizionamento, che chiaramente per una nave a cui è richiesto di operare a lungo in acque calde anche dal punto di vista climatico è un grosso problema.

L’asino di buridano

All’epoca gli US riuscirono a scegliere tra Panama e Nicaragua per lo scavo del canale. In tempi più recenti ciò non è riuscito sulle LCS. Fonte immagine: New York Herald, 1900

Doppio design per la stessa esigenza, doppi costi di sviluppo a carico del contribuente, comunanza logistica per quanto spinta comunque mai al 100% e almeno in parte doppia catena addestrativa. Perché verrebbe da chiedersi?

Se prima abbiamo visto come le LCS siano una risposta debole, ad essere generosi, ad una esigenza concreta operativa, l’avere due navi similari con compiti e fini identici prodotte in parallelo non trova spiegazioni dal punto di vista operativo e logistico.

Se il programma LCS ha avuto un grosso guaio fin dalla sua nascista questo ne è stato sicuramente uno dei più indicativi, dettato esclusivamente da motivazioni di politica industriale.

Il programma nacque nell’ottobre del 2001 dalla cancellazione del programma DD-21, tale progetto prevedeva lo sviluppo di una nuova classe di cacciatorpedinieri pesanti multiruolo a principale uso costiero e di supporto di fuoco. Si preferì sviluppare invece una famiglia di mezzi specializzati. Dalle ceneri del DD-21 nacque il programma Zumwalt (anche quello oramai defunto con sole 3 unità e con grossi problemi di maturità tecnologica) ed il programma LCS.

Il programma prevedeva la costruzione di unità da 40 nodi e dal costo di circa 200 milioni di dollari, a cui aggiungere 150 milioni di dollari in moduli specializzati da montare alla bisogna. Nel 2004 si finalizzarono le proposte di Lockheed Martin, Raytheon e General Dynamics.

Venne deciso di produrre due unità per tipo delle proposte LM (Freedom) e GD (Independence) in maniera da effettuare le valutazioni e poi scegliere il design definitivo. Inaspettatamente si decise di non decidere ed ambo i design continuarono ad essere prodotti.

Infatti ambo i design riuscirono a restare sotto il tetto di spesa massimo di 500 milioni di dollari (peraltro poi sforato successivamente) per unità fissato dal Congresso (nonostante la spesa di circa 8 miliardi di dollari per il completamento delle prime quattro unità…) e la Navy nel 2010 avanzò l’idea, accolta, di acquistare 10 unità per tipo. La non scelta, nonostante l’aperta contrarietà di McCain al Senato, fece felici molti congressisti in grado così di garantire lavoro in ambo i cantieri: i Marinette Marine in Wisconsin per LM e Austal US per GD in Alabama.

Il crepuscolo delle LCS

A seguito delle prime valutazioni operative, come viste disastrose, Chuck Hegel, segretario alla difesa sotto Obama, nel febbraio del 2014 decise l’avvio di un nuovo programma per unità più prestanti Questo ha portato fin dal 2014 a tagliare il programma da 52 a 32 unità, avviando inizialmente il programma FF di 20 unitò che, sempre sulla base delle due LCS, avrebbe creato una evoluzione marcata.

Ashton Carter ad inizio 2015 prese il posto di Hegel e questo portò ad un nuovo capitolo nella vicenda. Una delle sue prime azioni fu ridurre il numero delle LCS e FF ad un totale di 40 dalle 52 previste per accelerare l’acquisizione degli SM-6, F-35, dei classe Burke e per l’aggiornamento dei sottomarini nucleari classe Virginia.

Il programma stesso di nuove acquisizioni sulla base delle LCS aggiornate è stato definitivamente abbandonato sotto l’amministrazione Trump ottenendo il plauso dei critici storici del programma. Si è deciso infatti di lanciare un programma completamente nuovo per l’acquisizioni di nuove fregate aprendo anche a design già utilizzati da marine estere e da adattare opportunamente, tra i design che sono stati presentati alla RFI emanata dalla Navy risultano ad ora proposte di varianti delle italo-francesi FREMM , delle britanniche Type 26 e delle spagnole De Bazán (per queste non c’è ancora nulla di ufficiale, ma il loro design è molto nominato negli US).

Non mancano resistenze interne alla Marina e resistenza politiche all’abbandono delle LCS per cui l’ultima parola potrebbe non essere ancora stata scritta, ma sicuramente il programma LCS rimarrà a lungo come esempio di come non si deve condurre un programma navale. Insieme al programma cugino, quello della classe Zumwalt, ma questa è un’altra storia.

Fonte immagine di copertina: US Navy. Classe Independence in primo piano, classe Freedom in secondo piano. Manovra congiunta delle prime unità delle due classi LCS. 2 maggio 2012.

Per molti degli spunti su guerra missilistica e guerra in ambiente litoraneo, citati nell’articolo, si rimanda alla lettura di Fleet Tactics and Coastal Combat, second edition di Wayne P. Hughes Jr. dove ne viene data una trattazione completa ed approfondita.

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