IN EVIDENZA

Riforma fiscale: la vittoria al novantesimo minuto del Partito Repubblicano

L’approvazione del Tax Plan è indubbiamente il maggior successo dell’anno per il Partito Repubblicano e per l’Amministrazione, che sono riusciti a riformare un codice fiscale che non era stato più toccato dal 1986, ossia dai tempi di Reagan. Un successo a lungo agognato da Trump e dai leader del GOP in un’annata povera di vittorie legislative, iniziata con la nomina di Gorsuch alla Corte Suprema, ma soprattutto segnata dai ripetuti fallimenti nell’abrogazione di Obamacare. Ed era anche necessario conseguire il risultato entro fine 2017, sia perché Trump l’aveva promesso, sia per dimostrare ai cittadini, che tra quasi un anno torneranno alle urne, che il Presidente e il suo Partito sono in grado di portare a casa alcuni degli obiettivi prefissati.
Eppure con il Tax Plan c’era il concreto rischio di impantanarsi come con Obamacare: le linee guida date inizialmente dall’Amministrazione erano molto vaghe, i democratici non ne volevano sapere di dare il loro appoggio, parte dell’opinione pubblica e dei media era molto ostile e il Partito presentava diverse fratture: tra chi voleva tagli permanenti e chi temporanei, tra “deficit hawks” e quelli a favore di una politica fiscale più permissiva, tra rappresentanti di Stati liberal e di Stati conservatori.
Eppure, e di questo bisogna darne atto, il GOP ha saputo muoversi con notevole rapidità e  efficacia: in poco più di un mese c’è stata l’approvazione della Camera, seguita da quella del Senato, il lavoro della “conference committee” per armonizzare i due testi, e per finire il definitivo assenso delle due Camere.
D’altronde, un po’ tutti i repubblicani erano consapevoli del fatto che la posta in palio era altissima: era necessario ottenere una vittoria che, dopo un’annata controversa e difficile, rilanciasse l’immagine del Partito, tanto più con le midterm in avvicinamento; per di più, l’avere la maggioranza in entrambe le Camere era un’occasione troppo ghiotta. E così, i rappresentanti e (soprattutto) i senatori repubblicani sono stati maggiormente propensi a trovare un compromesso, tanto più su un tema che era centrale nel programma elettorale del Presidente, importantissimo per la filosofia del GOP e molto sentito dalla nazione.
Dal canto suo, Trump ha saputo defilarsi e dedicarsi alla parte di “pubblicizzazione” della riforma, delegando il dossier innanzitutto ai “Big 6” (gruppo di lavoro composto da Mnuchin, Cohn e da alcuni importanti esponenti del Congresso), per lasciare in seguito spazio alla discussione nelle Camere. Pertanto, Casa Bianca e Partito si sono rivelati collaborativi e pragmatici al momento del dunque.
E’ dunque una vittoria sicuramente per Paul Ryan e Mitch McConnell, tante volte sotto il fuoco del Presidente (soprattutto il secondo) per non essere stati abbastanza efficaci nel far procedere l’agenda trumpiana. I due hanno portato avanti la battaglia congressuale su linee di partito, ovvero con i soli voti repubblicani. Una mossa rischiosa, ma con cui si è riusciti a concretizzare la maggioranza repubblicana a Capitol Hill (vantaggio del quale non si erano ancora visti i frutti, essendo lo schieramento repubblicano molto composito).

Embed from Getty Images

In estrema sintesi, il Tax plan stabilisce una riduzione delle aliquote sulle imposte sul reddito (anche se è previsto che decadano tra circa dieci anni, per rispettare le regole di bilancio del Senato) e un abbassamento della corporate tax dal 35% al 21% (questa in modo permanente, anche per assicurare una certa stabilità per le imprese).
Dopo aver considerato le dinamiche tra Presidenza e Campidoglio, sorgono ovviamente due domande che tante volte abbiamo sentito – anche se non si potrà qui rispondere approfonditamente, anche perché legate a dinamiche complesse e difficilmente prevedibili – : Quali saranno le conseguenze sull’economia? Ne beneficerà soprattutto la classe media o solo più ricchi?
Riguardo alla prima, uno dei maggiori punti di criticità della riforma sta nell’aumento del deficit che causerà, il che porta a pensare: conveniva davvero una misura che peggiora il bilancio in una fase in cui il Pil è in crescita (certo non a livelli notevoli, ma comunque invidiabili per molti altri Paesi) e la disoccupazione molto bassa? Non era forse l’occasione per una riforma più misurata – magari anche più timida – che desse un po’ di ossigeno ai conti pubblici?
Quanto alla seconda domanda, si può dire che dalla riforma fiscale la classe medio-alta sicuramente trarrà beneficio. Del resto, il provvedimento è in linea con una filosofia importante nel Partito Repubblicano, ovvero la teoria della “supply side economy”, secondo cui abbassare la pressione fiscale (specie sui redditi medio-alti) porta a miglioramenti nell’economia nel complesso, facendo crescere redditi e salari, causando dunque anche un aumento del gettito dello stato. Dai contestatori, la teoria viene anche chiamata “trickle down economics” visto che l’idea è, per l’appunto, quella che tagliare le tasse ai più ricchi può avere ricadute “a discesa” sull’economia (per questo lo “sgocciolamento”).
Tuttavia, dire che ci guadagnerà solo l’1% più ricco, come hanno sostenuto alcuni media e avversari politici, è fuorviante. Infatti, il Tax Plan ha subito diverse modifiche che ne hanno limitato questo tipo di criticità, fra cui il mantenimento, anche se ridimensionata, della “Alternative Minimum Tax”, (un’imposta che colpisce soprattutto i più ricchi), il mantenimento di gran parte delle deduzioni sulle spese mediche e il raddoppio del child credit. Inoltre, ciò che sembra ragionevole dire è che una risposta chiara a tale domanda la si avrà solo tra un paio d’anni, quando i dati mostreranno più chiaramente quali fasce di reddito avranno maggiormente contribuito al gettito federale.

D’altro canto, il progetto della Casa Bianca potrebbe benissimo avere successo: se i tagli alle tasse renderanno ancora più robusta la crescita, le conseguenze sull’economia non potranno che essere positive, in particolare riguardo alla crescita dei salari (appello delle caratteristiche di un’economia pienamente lanciata, come dimostrano le ancora prudenti mosse della FED), portando anche a un miglioramento dell’immagine del GOP in vista  delle nuove sfide del 2018 e delle midterm  – è bene ripeterlo – .
Quel che è certo, intanto, è che Trump e i repubblicani potranno mangiare il panettone con maggiore ottimismo: sebbene in zona Cesarini, le promesse sono state mantenute e il “giant tax cut for Christmas” è arrivato.

Antonio Pilati

 

Informazioni su antoniopilati ()
Da Brescia, classe 1995. Sono studente di Scienze politiche internazionali. Amo da sempre la storia, di qualsiasi periodo, e la geografia, soprattutto nel fare ricerche sui vari Paesi e le loro caratteristiche. Sono molto interessato agli Stati Uniti sotto ogni aspetto, in quanto Paese che ritengo avvincente e unico: non solo differente rispetto a qualsiasi altro, ma anche estremamente variegato al suo interno. Sono inoltre appassionato di calcio, di videogiochi strategici, di viaggi -specialmente per le grandi città-, che adoro preparare con la massima precisione. Per “The American Post”, mi occupo del Partito Repubblicano e curo la “Rubrica storica”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: