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Sweet home Alabama

Cantavano così i Lynyrd Skynyrd, gruppo rock americano nato alla fine degli anni 60.

Sicuramente è un dolce ritorno a casa per Doug Jones, il noto giudice delle cause contro il KKK, che dopo 25 anni ha vinto un seggio al Senato in uno degli Stati più conservatori d’America.

Non è un dolce rientro, invece, per Roy Moore, già Chief of Justice dell’Alabama, scaricato dal suo stesso partito e da quella frangia conservatrice che ha votato “write-ins”, pur di impedirgli di arrivare al Senato.

La storia ci insegna che il GOP non ha mai avuto problemi in questo Stato, basti pensare all’elezione dell’attuale Segretario di Giustizia, Jeff Sessions, che nel 2014 vinse correndo da solo con oltre il 90% dei voti.

Eppure il vento di favore intorno a Moore è cambiato quasi subito dopo la sua vittoria alle primarie repubblicane contro Luther Strange, il senatore chiamato a sostituire Sessions. Le accuse di molestie sessuali, quelle di pedofilia, le sue posizioni ultraconservatrici, non hanno fatto altro che aiutare Jones in una lotta che sembrava già scritta. Riaprire questa partita e perderla dignitosamente, sarebbe già stata una vittoria per il democratico. Eppure Jones ha fatto di più, l’ha vinta.

Sostenuto sin dal principio dall’ex VP Joe Biden, si è trovato dalla sua parte anche dei repubblicani, fra i quali spiccano i nomi di Jeff Flake, senatore dell’Arizona, che ha commentato la vittoria con un tweet emblematico: “decency win”, e del governatore del Massachusetts Charlie Baker, il quale ha sempre attaccato Moore dopo le accuse che ha ricevuto, sostenendo che se fosse stato eletto si sarebbe dovuto immediatamente dimettere.

Jones è stato bravo nel non perdere voti nelle due maggiori contee, quelle di Jefferson e di Montgomery, dove ha vinto con delle maggioranze bulgare. Ha avuto dalla sua una percentuale altissima di neri ed è riuscito ad intercettare un buon voto fra i bianchi, specialmente nelle periferie delle grandi città, dove, per ammissione di Steve Flowers, editorialista politico dell’Alabama, “i giovani bianchi sono più sofisticati e urbani rispetto a quelli delle zone rurali, e se decideranno di andare a votare, visto l’imbarazzo che nutrono nei confronti di Moore, hanno votato per Jones”. Tutti questi fattori, oltre a un numero maggiore di repubblicani che hanno deciso di scaricare il loro candidato, hanno traghettato Doug Jones verso una vittoria insperata.

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D’altronde, i primi segnali di una debacle per il GOP si erano avvertiti intorno alle 2 di notte, ora italiana, dove l’affluenza definitiva era pari al 40,4%, 15 punti in più di quella stimata dalla Segreteria di Stato dell’Alabama.

Moore, dopo la sconfitta, non ha chiamato Jones per congratularsi, bensì ha affermato che la partita non è ancora chiusa e che esistevano possibilità per il riconteggio. La legge statale dell’Alabama, prevede che il riconteggio scatti in automatico qualora lo scarto sia inferiore o pari allo 0,5%. Con il 100% delle schede scrutinate, il distacco fra i due è pari all’1,5%. Se il giudice vuole avvalersi di questa opportunità, dovrà pagare di tasca propria affinché la stessa venga effettuata. Gli Stati maggiori del partito repubblicano dell’Alabama, al contrario, hanno riconosciuto la vittoria di Jones.

A prescindere da un possibile riconteggio, il dato di fatto è che il vento in Alabama è cambiato. Il merito sicuramente non è solo di Jones, ma anche di Moore. Presumibilmente, come sostengono alcuni, se ci fosse stato Luther Strange, questa notte, non staremmo qui a parlare delle elezioni, bensì di una vittoria già scritta. Ma con i “se” e con i “ma”, la storia non si è mai scritta e sicuramente oggi, in Alabama, più che un vincitore, esiste un vinto.

Il Presidente, dunque, si troverà con un solo voto di maggioranza al Senato, dove festeggiano i DEM, invocando gli dei affinché la scia continui anche nel 2018, quando alle midterm proveranno ad avere la maggioranza in almeno una delle due Camere, se non in entrambe.

Ovviamente, la corsa ai ripari dei repubblicani era già partita questa notte, quando il leader della maggioranza Mitch McConnell ha affermato che il vincitore giurerà solo dopo la fine dell’anno.

Meglio avere un voto in più, dunque due, viste le dimissioni di Al Franken e il ritardo nella nomina del sostituto da parte del governatore Mark Dayton, il quale solo ieri ha nominato Tina Smith come successore, per accelerare e portare a casa le varie votazioni previste entro la fine dell’anno, fra le quali spicca la riforma fiscale, anche se questo strategemma potrebbe essere reso molto difficile da un gentlemen agreement esistente fra le due fazioni.

Basti ricordare che quando Scott Brown vinse a sorpresa le elezioni speciali in Massachusetts nel 2009 i repubblicani, guidati sempre da McConnell, chiesero all’allora super maggioranza democratica di attendere che Brown giurasse come senatore del Massachusetts prima di approvare la legge di riforma sanitaria oggi conosciuta come ObamaCare ed i democratici acconsentirono. Oggi per reciprocità, McConnell acconsentirà lo stesso trattamento, pur mettendo a rischio l’approvazione della riforma fiscale? Staremo a vedere.

Ad ogni modo, dopo il giuramento di Jones, dopo che Tina Smith, la sostituta di Al Franken avrà giurato, saremo 51-49, con la possibilità di vedere Mike Pence al Senato più volte di quante egli voglia.

Il countdown verso le midterm è iniziato. I DEM hanno voglia di cavalcare l’onda, il GOP sta cercando di tappare i buchi: chi la spunterà?

Attendendo che sia il popolo a decidere, riprendendo la famosa canzone sul Camellia State, ho pensato di modificarla così, pensando proprio al vincitore di questa notte, l’ex avvocato ed ora senatore in pectore Doug Jones: “…now how about you? Sweet home Alabama, I’m going to represent you.”

Informazioni su salvatorestanizzi ()
Laureando in Giurisprudenza. Vivo la mia vita una pagina alla volta, senza fretta.

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