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Roy Moore è nei guai

Tutto iniziò quando Donald Trump propose Jeff Sessions, Senatore dello Stato dell’Alabama, per la carica di Procuratore Generale. In alcuni stati USA accade che, in questi casi, il Governatore dello Stato in questione nomini un “sostituto”, in attesa delle elezioni suppletive. Come sostituto di Sessions fu nominato Luther Strange, vicino all’attuale majority leader Mitch McConnell (R-Kentucky), da sempre bersaglio prediletto dell’Alt-Right, alla quale la scelta di un uomo dell’“establishment” (sia pure dimostratosi estremamente leale verso Trump) non poteva certo andare giù; così, uno dei primi atti dell’ormai ex-Chief Strategist Steve Bannon, liquidato dall’Amministrazione in agosto, fu di raddoppiare gli sforzi per far sì che a vincere le elezioni speciali di dicembre non fosse Strange.

Già in settembre, in attesa delle primarie, il consenso si era ben polarizzato: contro Strange la destra populista schierava Roy Moore, ex-giudice della Corte Suprema dell’Alabama, estremamente conservatore, e soprattutto decisamente trumpiano, sebbene senza l’appoggio del Tycoon; quest’ultimo, infatti, aveva deciso di scommettere sul candidato “pro-establishment”, non tanto per ossequio a McConnell – naturalmente –, quanto per la fedeltà assoluta dimostrata da Strange, in particolare sull’abrogazione dell’Obamacare. Purtroppo per il Senatore “facente funzioni”, però, l’impegno profuso da Trump, McConnell ed in generale tutta la leadership del GOP nei suoi confronti non era stata sufficiente ad evitare una sconfitta abbastanza netta alle primarie. La vittoria di Moore sembrava averlo già proiettato trionfalmente verso Capitol Hill, per «realizzare il programma del Presidente», da lui mai rinnegato – in questo caso non si può non rilevare il successo nel raffinato tentativo di Breitbart di separare, momentaneamente, il “trumpismo” da Trump, dimostrando come, in ultima analisi, la vittoria di Moore sarebbe tornata a suo vantaggio.

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In questo periodo, però, dove la dichiarazione “traditrice” attende al varco numerosi personaggi dello spettacolo, la più grande forma di intrattenimento moderna, ovvero la politica, non poteva naturalmente uscirne indenne. E così, il 9 novembre è arrivata la “breaking news” del Washington Post: Roy Moore, lo stesso giudice che si era rifiutato di far rimuovere un monumento con i Dieci Comandamenti da un edificio pubblico, ultraconservatore, difensore dei valori della famiglia tradizionale, sembra – lui stesso, interpellato da Sean Hannity su FOX News, ha smentito – aver tentato di abusare, a 32 anni, una quattordicenne. A questa prima avance avrebbero fatto seguito altri tentativi, almeno con altre tre donne, viene sempre rivelato dal giornale.

A seguito di questa dichiarazione, in un caso in cui non è necessaria una conferma o una smentita («Innocente fino a prova contraria è un concetto che si applica per dei crimini, non per delle elezioni», ha commentato lapidariamente Mitt Romney in merito), molti repubblicani, che si erano in qualche modo “adattati” a convivere con Moore – e probabilmente si erano rassegnati ad avere a che fare con futuri candidati “trumpiani” come lui –, hanno fatto immediatamente retromarcia, da John Kasich, governatore dell’Ohio, al Senatore Mike Lee (R-Utah), passando per il Republican National Committee (RNC), che ha cancellato una campagna di raccolta fondi per l’aspirante Senatore; ovviamente è arrivata anche la prevedibile condanna senza appello di Mitch McConnell, che si è detto convinto della veridicità delle affermazioni delle accusatrici di Moore.

Il Presidente, attraverso il suo portavoce Sarah Sanders, si è detto fiducioso che «Moore farà un passo indietro, se le accuse dovessero essere vere»; successivamente, senza sbilanciarsi troppo, ha aggiunto che «dovrebbero essere gli elettori dell’Alabama a decidere da chi essere rappresentati alle prossime elezioni». I repubblicani temono soprattutto che le rivelazioni su Moore possano fornire ai democratici nuove cartucce da sparare contro i loro avversari, in particolare quelli in constituencies meno salde di altre. Pochi sono rimasti ormai i gruppi in difesa di Moore: soprattutto Breitbart News, partita fin da subito al contrattacco, e la sezione del GOP dell’Alabama, rimasta fedele al vincitore delle primarie.

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Tuttavia, al di là delle considerazioni di parte che se possono trarre, va fatto notare, come è stato evidenziato da un articolo di Politico, che i repubblicani potrebbero in ogni caso rimanere “incastrati” con Moore: quest’ultimo è difatti riuscito ad arraffare la nomination senza rendere conto a nessun membro del GOP, anzi, vincendo su un candidato in favore del quale l’establishment aveva investito milioni di dollari, con il solo aiuto di se stesso, di Steve Bannon e pochi altri.

Ci sarebbero inoltre delle problematiche di tipo squisitamente “legale”. Le leggi dell’Alabama infatti proibiscono a qualsivoglia candidato di “cancellare” il proprio nome dalle schede elettorali quando mancano meno di 74 giorni all’elezione – programmata per il 12 dicembre. Inoltre un eventuale ritiro del candidato vorrebbe dire annullare tutti i voti già espressi in suo favore.

Dunque, tutti quei repubblicani che avevano fatto il nome dell’attuale Senatore dell’Alabama, Luther Strange, affinché considerasse un’eventuale ritorno in scena, dovrebbero prevedere questa possibilità. Bisogna anche aggiungere che, essendo per legge proibito a chiunque venga sconfitto alle primarie di presentarsi nuovamente, anche come indipendente, Strange dovrebbe presentarsi come write-in candidate: non potendo far apparire il proprio nome sulle schede elettorali, chi lo volesse votare dovrebbe scrivere il suo nome sulla scheda stessa. Questo sistema, assolutamente legale negli Stati Uniti – il Senatore Lisa Murkowski (R-Alaska), che si era fatta avanti proponendo una possibilità del genere a Strange, ha vinto sfruttando proprio questo metodo –, rappresenterebbe in ogni caso un elemento di rischio in più, se lo sommiamo al già esposto problema dei voti per Moore che andrebbero persi.

Ovviamente la situazione potrebbe “risolversi”, per così dire, con la vittoria del candidato democratico, Doug Jones, attorno al quale ha fatto quadrato il DNC, fiutando l’insperata opportunità di strappare ai repubblicani un seggio in uno dei suoi feudi più inamovibili – l’Alabama, nelle ultime venti elezioni presidenziali, ha votato per un candidato democratico solo due volte. La distanza tra i due candidati non appare più così incolmabile: la media dei sondaggi rilevati dopo le rivelazioni su Moore lo dà al 47%, contro il 43% di Jones, con un distacco di soli 4 punti percentuali rispetto ai 10 di prima (50% contro 40,5%). Questa distanza, tuttavia, sembra ricucirsi sempre di più giorno dopo giorno – recentemente un sondaggio condotto da FOX News ha assegnato a Jones un vantaggio di 8 punti percentuali). Il GOP adesso rischia seriamente di perdere il seggio, rendendo ancora più precaria la striminzita maggioranza in Senato (51-49, più il voto di Pence).

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