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Elezioni in Virginia: un bilancio per il GOP. Sconfitta in uno Stato sempre meno “swing”

Le elezioni che si sono tenute la scorsa settimana hanno portato a risultati piuttosto negativi per Partito Repubblicano, dove hanno spiccato le vittorie dei democratici a New York City, nella corsa per il governo del New Jersey e nelle elezioni speciali per lo Stato di Washington. Al di là di questi risultati piuttosto prevedibili, è la Virginia che rappresenta la cartina di tornasole. Innanzitutto è importante considerare la tipologia di candidato che il Gop ha qui schierato: Ed Gillespie è un repubblicano “classico” e chiara espressione dell’establishment (è stato anche parte della Direzione nazionale del Gop e consigliere di George W. Bush). Ha fatto una campagna elettorale quasi del tutto incentrata sulle proposte economiche e, anche se si è avvicinato a Trump in tema di immigrazione e criminalità, Gillespie può essere considerato a tutti gli effetti come un moderato. E non potrebbe essere altrimenti.

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Ed Gillespie, il candidato repubblicano a governatore della Virginia.

In Virginia, infatti, il Presidente ha una popolarità bassissima, quindi mostrarsi troppo vicino a Trump sarebbe probabilmente stato deleterio per Gillespie. Il National Review, una rivista di orientamento conservatore, proponeva prima ancora delle elezioni una chiave di lettura interessante, affermando che il voto in Virginia sarebbe stato un banco di prova importante per vedere se un conservatorismo moderato e che rifugge da accuse di estremismo, efficacemente definito come “traditional pre-Trump Republicanism”, può vincere in uno swing state (o forse ex swing state, come vedremo).
Tuttavia, il New York Times mette in luce l’aspetto forse fondamentale: in pratica, Gillespie ha corso con una storia da moderato alle spalle, ma riprendendo una parte della retorica e delle dure proposte di Trump, in tema di immigrazione appunto, al fine di conquistare la base trumpiana. Nonostante ciò, in campagna elettorale Gillespie ha sempre evitato di pronunciare il nome del Tycoon e di apparire in pubblico con lui. Trump dal canto suo aveva inizialmente dato l’endorsement al candidato repubblicano, ma poi non ha mancato di bacchettarlo twittando: “Gillespie ha lavorato duro, ma non ha accolto me né quello che rappresento”. Il risultato di tutto ciò è stato che Gillespie ha conquistato l’elettorato rurale e più insoddisfatto della situazione, perdendo però nei distretti più ricchi e colti. Come osserva questo articolo del New Times insieme a diversi altri giornali, pare che il “Trumpismo senza Trump” non paghi, soprattutto negli swing states. A seguito di questa sconfitta, dal canto loro, gli alleati di Trump potrebbero invece ritenere che ormai la Virginia sia diventata difficile da vincere, e che quindi tanto varrebbe schierare candidati più populisti e radicali, come lo è stato Corey Stewart, battuto di misura alle primarie dallo stesso Gillespie.
Un’analisi della Cnbc fa notare un elemento estremamente interessante che permette di comprendere meglio la realtà della Virginia: questo è già di per sé uno Stato dove difficilmente la retorica anti-establishment riesce ad attecchire, dato che, trovandosi vicino a Washington D.C., il governo e la politica nazionale forniscono ricchezza e posti di lavoro alla Virginia. Pertanto, se la retorica populista e anti-establishment di Trump può portare a successi in varie parti degli Usa, questa non paga in Virginia, dove anzi è facile che venga malvista dall’elettorato.

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Richmond, capitale della Virginia. Qui, come spesso accade nelle aree urbane degli Stati Uniti, hanno vinto i democratici con un notevole margine.

Ad ogni modo, questa analisi riporta una visione meno pessimistica per il Gop, evidenziando un altro aspetto strutturale” della Virginia, ovvero le tendenze demografiche di lungo periodo. Qui, infatti, sta crescendo sia la popolazione non bianca sia quella giovane, due categorie statisticamente sfavorevoli al Partito Repubblicano, cosa che contribuisce a rendere sempre più inospitale l’ambiente per il Gop. Il primo gruppo è passato dal 22 al 28% dal 2009 al 2013, mentre il secondo dal 15 al 19%.
Dunque, conclude la Cnbc, questi aspetti demografici e politici dovrebbero portare a pensare che la Virginia ormai non sia più uno swing state, come dimostrano le vittorie sempre più ampie ottenute dei democratici negli ultimi tempi, con Obama, Clinton e il neo eletto governatore Ralph Northan. Pertanto, se ormai la Virginia va considerata come un territorio stabilmente democratico, questo ridimensiona la portata della sconfitta dei repubblicani: semplicemente la Virginia sta diventando sempre meno il loro “terreno di caccia”. Non a caso, solo il 30% degli elettori di questo Stato si indentifica come repubblicano, cifra che si attesta al 29% in New Jersey, dove il vicegovernatore Kim Guadagno ha perso contro il candidato democratico Phil Murphy. Questo aiuta a capire anche perché, in Virginia, i repubblicani non hanno perso solo l’elezione del governatore, ma anche molti seggi nel Congresso locale.

In conclusione, considerando la situazione attuale del Gop sembra importante dare un’ulteriore lettura: le elezioni di questa settimana sono state un test importante per valutare sia l’impatto del Presidente sul Partito sia la competitività attuale dei repubblicani. Questa tornata elettorale andrà dunque inserita nella partita più ampia, ovvero le midterm, dove è possibile che si presentino diversi candidati trumpiani, se riusciranno a trovare spazio nelle primarie contro gli esponenti più in linea con le posizioni storiche del Partito. A quel punto potremo forse capire, tra le tante cose, quanto il “Trumpism withouth Trump” possa essere una formula vincente.

 

Informazioni su antoniopilati ()
Da Brescia, classe 1995. Sono studente di Scienze politiche internazionali. Amo da sempre la storia, di qualsiasi periodo, e la geografia, soprattutto nel fare ricerche sui vari Paesi e le loro caratteristiche. Sono molto interessato agli Stati Uniti sotto ogni aspetto, in quanto Paese che ritengo avvincente e unico: non solo differente rispetto a qualsiasi altro, ma anche estremamente variegato al suo interno. Sono inoltre appassionato di calcio, di videogiochi strategici, di viaggi -specialmente per le grandi città-, che adoro preparare con la massima precisione. Per “The American Post”, mi occupo del Partito Repubblicano e curo la “Rubrica storica”.

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