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Isole contese e richieste cinesi: azioni e prospettive della risposta statunitense.

La Repubblica Popolare Cinese non intende arrestare la propria corsa per divenire la potenza dominante in Asia. Oggi il Mar Cinese Meridionale è il teatro in cui le ambizioni di Pechino puntano a minare direttamente lo status quo a guida statunitense della regione.

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Nel 1947, l’allora leader della Cina nazionalista Chiang Kai Shek delineò le richieste cinesi circa le acque che, a suo giudizio, Pechino aveva diritto di controllare. Si trattava della linea degli 11 punti e comprendeva l’arcipelago delle Isole Spratlys, le Isole Paracels e le Isole Scarborough Shoal. In tal modo, Pechino avrebbe avuto il controllo di buona parte del Mar Cinese Meridionale. Nel 1949, il governo nazionalista fu rovesciato e Mao Zedong fondò l’attuale Repubblica Popolare Cinese (RPC) che, pur ideologicamente opposta al regime precedente, mantenne intatte le pretese formulate dal governo nazionalista. Tali richieste non furono mai riconosciute dalla comunità internazionale e la stessa RPC per lungo tempo non ebbe modo di imporre il proprio punto di vista sulla questione.

Con l’avvento al potere nel 2012 dell’attuale Presidente Xi Jinping, tuttavia, la RPC pare decisa ad abbandonare la tradizionale politica del basso profilo e del sorriso per perseguire più decisamente quelli che ritiene essere propri legittimi interessi in un’area che sente sempre più di sua competenza. Sotto la Presidenza di Xi Jinping è partita la costruzione di isole artificiali nel pieno del Mar Cinese Meridionale: pur tenendo conto di quelle che il Diritto del Mare riconosciuto dalla Convenzione delle Nazioni Unite chiama zona economica esclusiva propria di ogni Paese, Pechino si è spinta ben oltre le 200 miglia dalla costa concesse. I principali Paesi coinvolti sono Filippine e Vietnam che, come la RPC, mantengono piccoli avamposti civili per legittimare le proprie pretese sul Mar Cinese Meridionale: le Filippine, in particolare, hanno cercato di richiamare l’attenzione della comunità internazionale su quello che potrebbe trasformarsi in un focolaio di tensione estremamente pericoloso poiché vedrebbe direttamente a confronto le due maggiori potenze del pianeta: la Cina e gli Stati Uniti. Sin dalla fine del secondo conflitto mondiale, infatti, Washington è militarmente presente e attiva in Asia: legati al Giappone da un trattato di difesa bilaterale, gli Stati Uniti sostengono la Repubblica di Cina (Taiwan), hanno buoni rapporti con l’India e, da quando salvarono la Corea del Sud dall’invasione nordcoreana, mantengono permanentemente circa trentamila loro militari nel Paese. Forti sono anche i legami economici statunitensi con tutti i Paesi della regione e, del resto, con la stessa Pechino.

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Questa massiccia presenza statunitense è sempre servita a mantenere quanto più possibile lo status quo geopolitico dell’area, uno status quo che la RPC, in forza della sua crescita economica e non solo, intende forse modificare a proprio favore. Le porzioni di acque e i relativi atolli che Pechino reclama, infatti, non hanno solo un valore strategico e difensivo ma anche concretamente economico: quei fondali sarebbero ricchi di risorse petrolifere e di gas e inoltre in quelle acque transita l’intero commercio della regione. Ancora, vi sono ricchissimi banchi di pesca che vedono pescatori cinesi, filippini e vietnamiti rivaleggiare pesantemente, non sempre in assenza di incidenti.  Se a questa situazione di tensione nel Mar Cinese Meridionale si aggiunge la disputa in atto tra Giappone e RPC per il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale, ci si può render conto della precarietà di una situazione che vede da un lato Pechino rivendicare con sempre maggior forza le proprie pretese e dall’altro molti Paesi asiatici minori reagire cercando rifugio spesso nelle rassicurazioni statunitensi. Dall’altro lato, Washington ha tentato in diversi modi di reagire alle crescenti pressioni cinesi. Già a maggio 2007 Washington tentò di creare un dialogo strategico permanente assieme a Giappone, India e Australia. L’iniziativa, tuttavia, fallì anche a causa delle forti pressioni della RPC.  L’Amministrazione Obama da parte sua fece chiaramente intendere che gli Stati Uniti avrebbero posto sempre più attenzione all’Asia. Il Pivot to Asia  non piacque a Pechino che subito lo intese come un tentativo di contenere la Rpc e le sue ambizioni sulla regione dell’Asia – Pacifico. Tuttavia, la crisi siriana prima e quella ucraina poi costrinsero gli USA concentrarsi su altre parti del mondo. Con l’intenzione di rassicurare gli alleati asiatici circa l’impegno statunitense in Asia, nell’aprile del 2014 Obama intraprese un viaggio che lo portò a visitare Giappone, Corea del Sud, Malesia e Filippine. Tale intento fu reso ancora più esplicito dal fatto che durante la visita a Manila il Presidente USA firmò con l’allora Presidente filippino Benigno Aquino III un accordo secondo il quale le Filippine avrebbero garantito l’accesso a forze aeree e navali statunitensi ad alcune proprie basi militari. Obama dichiarò inoltre nella stessa occasione che la crescita cinese, pur bene accolta, non sarebbe avvenuta a spese di altri Paesi.

Le mosse USA non paiono essere state sufficienti a scoraggiare la Cina nelle proprie ambizioni. Il nuovo Presidente filippino Rodrigo Duterte, eletto a maggio 2016, ha assunto una politica decisamente meno conciliante nei confronti di Washington e più orientata ai buoni rapporti con Russia e Cina. Pechino ha continuato nella costruzione delle proprie isole artificiali e le ha dotate degli armamenti necessari alla difesa nonostante il presidente Xi avesse dichiarato che non ci sarebbe stata alcuna militarizzazione dell’area. Pare si tratti di soli armamenti difensivi, ma il fatto pare comunque in contraddizione con le precedenti dichiarazioni. Ancora, Pechino ha dichiarato che tutti i velivoli in transito sulle acque rivendicate dalla RPC dovranno farsi identificare dalle autorità cinesi.

Tutte queste azioni unilaterali non hanno trovato appoggio nella comunità internazionale. Anzi, la Corte Permanente Arbitrale dell’Aja ha stabilito che la RPC non ha alcun diritto in base al quale rivendicare la sovranità sul 90% del Mar Cinese Meridionale. Questo non ha tuttavia scoraggiato Pechino: dopo aver boicottato i lavori del Tribunale, la RPC ha dichiarato di non riconoscere la sentenza dell’Aja. Da parte loro, gli Stati Uniti si sono sempre espressi in difesa della libertà di navigazione in tutto il mondo e del diritto internazionale: la nuova Amministrazione Trump, pur essendo generalmente giudicata più dura della precedente verso Pechino, pare più interessata alle questioni economiche e valutarie. Tuttavia, il Segretario alla Difesa statunitense J. Mattis ha duramente attaccato la RPC accusandola di ignorare il diritto internazionale e disprezzare gli interessi delle altre nazioni. Washington dunque, nonostante la retorica isolazionista del Presidente, pare intenzionata a sostenere gli alleati asiatici. L’impressione, comunque, è che la RPC non tema affatto i richiami della comunità internazionale e degli Stati Uniti, e che sia disposta ad alzare la tensione pur di raggiungere i propri obiettivi, nella convinzione che Washington non reagirà se non verbalmente. È dunque probabile che gli Stati Uniti continuino a mantenere e rinsaldare le proprie alleanze asiatiche ma, fino a che non verrà a crearsi un concreto deterrente economico e/o militare capace di intimorire la Cina, Pechino continuerà a portare avanti le proprie iniziative unilateralmente.

Elia Sartor

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