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Le elezioni del 7 Novembre disegnano un quadro inaspettato 

Al netto dei risultati dello scorso martedì, il quadro che emerge dalle urne è ben favorevole ai democratici. I repubblicani staranno a guardare o si rimboccheranno le maniche cercando di recuperare in vista delle midterm del 2018?

  • DEM: sotto una Presidenza normale, le elezioni in New Jersey e in Virginia sarebbero state osservate solo dagli abitanti degli stati in questione e solo dagli addetti ai lavori. Quando non si ha una Presidenza normale, ogni evento elettorale viene usato e strumentalizzato nell’ottica dell’andamento della Casa Bianca, usato come termometro su quanto stia accadendo al 1200 di Pennsylvania Avenue, Washington D.C. È un po’ come avviene in Italia, dove anche l’elezione comunale di una città di 18mila abitanti in provincia di Milano può esser vista, da alcuni, come un referendum sul governo di Roma.
    Dal 8 novembre 2016 gli Stati Uniti non hanno un Presidente “normale”, bensì un Presidente che ha giocato a polarizzare qualsiasi argomento, in un Paese che ancora non si è risollevato dopo le elezioni divisive dello scorso anno. Lo stesso clima lo abbiamo visto alle special election, quelle del Kansas, Montana, Georgia e South Carolina. In questo 2017, in questo clima, persino il seggio di un sobborgo di Atlanta è diventato un caso nazionale, con una competizione alla Camera che ha visto il più alto numero di fondi raccolti.
    I democratici hanno giocato queste special election come se fosse un referendum sull’operato del Presidente, anche in collegi stravinti da Trump alle presidenziali di novembre di un anno fa. E, infatti, i risultati sono stati catastrofici. Quando hai un Presidente con un calo costante di popolarità mensile e perdi quattro elezioni di fila, vincere la nuova tornata elettorale diventa quasi un obbligo. Specie quando i governatori degli Stati che vai ad eleggere sono nelle zone che hanno votato per Hillary Clinton nel 2016.
    Il primo stato in questione è il New Jersey, che dal 1992 ha scelto sempre il candidato democratico, ma che ha avuto, negli ultimi otto anni, un Governatore repubblicano.
    Il secondo Stato andato al voto per la carica di governatore è la Virginia (molto più swing), nel quale si è votato per i democratici nelle ultime tre elezioni presidenziali. Queste due vittorie democratiche, in particolare quella della Virginia, sommate ai risultati in giro per le grandi metropoli americane, hanno cominciato a costituire la vera base per le elezioni di medio termine -non è un segreto per nessuno, che i democratici puntino a vincere Camera e Senato il prossimo anno-.
    La dipartita di Flake dall’Arizona e di Coorker dal Tennessee hanno reso appetibili seggi che altrimenti avrebbero davvero faticato a vincere. Contestualmente, come dimostrano gli exit poll della Virginia, la principale preoccupazione è la sanità e questo ha senz’altro aiutato Northam a vincere con 9 punti di distacco -si pensi che il precedente governatore democratico, McAuliffe, aveva vinto con uno scarto di 2.6 punti percentuali nel 2013-. Sappiamo, infatti, con certezza che il principale obiettivo dell’attuale amministrazione è la cancellazione dell’ObamaCare e, solo in un secondo momento (e solo se si trovano i voti), il suo rimpiazzo con una riforma alternativa. Questi dati ci mostrano quindi che se i repubblicani continuassero senza alcuna novità legislativa (sembrava impossibile, ma a 10 mesi dall’elezione non si ha ancora alcuna riforma in porto), ma al massimo con degli sterili tentativi a riguardo, al Senato i democratici potrebbero mantenere il controllo dei seggi e chissà, magari riuscire davvero a vincere qualche altro Stato.
    Anche alla Camera la situazione comincia a diventare rosea per i Democratici. Le vittorie presso la Camera dei Delegati della Virginia dimostrano che il partito si sta organizzando sul territorio, scelta che sarebbe dovuta arrivare anni fa. Questo ha permesso il guadagno di 13 seggi, arrivando a meno 2 dal controllo della Camera bassa. Molti di questi risultati non sarebbero stati possibile senza l’aiuto di organizzazioni nate dopo l’8 novembre, come Run For Something e Onward Together (la seconda è di nientepopodimeno che di Hillary Clinton) che hanno incoraggiato, finanziato e aiutato la candidatura di diverse persone. Questo è il genere di risultati che fa sì che la base del proprio partito venga galvanizzata e stimolata a far campagna.
    Secondo quanto si apprende in Shattered: inside Hillary Clinton Doomed Campaign, parte del problema in alcuni swing state era la mancanza di volontari. Che sia davvero arrivata l’onda blu?
  • GOP: I DEM hanno vinto, il GOP ha perso. La matematica non è mai stata un’opinione. Il distruttivo anno di Donald Trump, i candidati presentanti nelle elezioni dello scorso martedì, gli Stati nei quali si votava vedevano ben radicati i democratici e i repubblicani uscire da governi burrascosi. È un mix letale. Basti pensare al New Jersey: Chris Christie usciva da un anno dove le brutte notizie si susseguivano giorno dopo giorno. Non si poteva pensare ad una notizia positiva dalla Virginia, non potevano immaginare, i repubblicani, di vincere a New York contro un Bill De Blasio degno di una maggioranza bulgara. Non potevano sognare una vittoria a Detroit, dove Mike Duggan, sindaco uscente, dopo aver risollevato la città dalla crisi ha vinto senza troppe ansie. Ora ci chiediamo, noi come voi, come il GOP, come i giornalisti americani e i sostenitori del partito: il Presidente e il suo partito riusciranno ad arrivare pronti alle midterm del 2018? Riusciranno a portare nuovamente a votare quella pancia degli States che ha permesso al POTUS di vincere le ultime presidenziali? Riusciranno a far tornare i repubblicani al voto, con l’ombra delle presidenziali del 2020, con la paura di una sconfitta? Uno scrittore francese disse: “c’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino, e consiste nel togliergli la voglia di votare.”
  • FINAL QUESTION: Le ultime elezioni hanno dimostrato che i DEM hanno cartucce più forti da sparare e che il GOP sta inseguendo: McConnell&Company riusciranno a far scattare la rincorsa o resteranno a guardare con il rischio di una sconfitta decisiva per il Presidente?N.B: fra tre settimane si vota per il seggio in Senato dell’Alabama. Moore ha più di un semplice problema in uno stato storicamente repubblicano. Perderlo significherebbe ripartire dall’anno zero. Sarebbe inaccettabile per il partito.

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