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Crisi del Kashmir: passaggio fondamentale per gli USA in Asia

La possibile soluzione della crisi del Kashmir permetterebbe agli Stati Uniti di trovare due importanti alleati, Pakistan e India, non più in lotta tra loro ma vicendevolmente sostenitori della politica statunitense nell’area.

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Fig.1 – Operazione delle forze governative indiane nei confronti di un sospetto gruppo di ribelli a Srinigar, uno dei due capoluoghi del distretto del Kashmir e Jammu, il 3 ottobre 2017.

AntefattiOggigiorno, quando si parla di politica estera statunitense in Asia meridionale, la quasi totalità dei media tende a concentrarsi esclusivamente sulla questione iraniana e sulla guerra in Afghanistan. Se questi temi rappresentano delle top priorities per l’Amministrazione statunitense, a sbloccare l’azione politica USA nell’area potrebbe essere la possibile risoluzione della crisi del Kashmir.

Teatro di una delle dispute più prolungate dal secondo dopoguerra, il Kashmir è oggetto di discussione tra India, Pakistan e anche Cina. Tutto nacque nel 1947 dalla spartizione dell’India britannica nell’Unione Indiana, a maggioranza hindu, e nel Pakistan musulmano. Per una serie di contingenze esterne, il Principato del Kashmir dovette decidere se essere annesso all’India o rischiare un’invasione pakistana. Pur di preservare l’unità del Paese, il Kashmir aderì all’Unione nonostante gran parte della popolazione fosse musulmana, generando non poche proteste da parte del Pakistan e della cittadinanza stessa. La divisione britannica e la scelta del Maharajah del Kashmir, pur tenendo conto delle differenze etniche e religiose delle popolazioni stabilite lungo i confini, per ragioni diverse non riuscirono a evitare le tensioni successive. Da questa situazione, infatti, sono nati numerosi scontri tra India e Pakistan, e in più di un’occasione i due Paesi sono stati vicini alla guerra nucleare.

Kashmir indianoIl Kashmir, però, oltre a essere una contesa tra Stati, India e Pakistan, è allo stesso tempo un grave problema interno per New Delhi. Se infatti da un lato l’azione del Pakistan crea non poche tensioni lungo la LoC (Linea di Controllo), il distretto indiano del Kashmir & Jammu si presenta come una polveriera pronta a scoppiare a ogni minima sollecitazione; la crisi interna al Kashmir, nata nell’89 come mobilitazione civile per una maggiore autonomia, si è ben presto trasformata in una ribellione separatista, guidata da gruppi di resistenza, jihadisti e mujaheddin dall’Afghanistan; alcune fra queste milizie vennero e vengono ancora oggi sostenute dalle forze armate pakistane. La forte repressione da parte dei governi indiani e le violenze perpetrate dalle forze di sicurezza ai danni della popolazione, così come documentato da Amnesty International e da diverse organizzazioni internazionali, fanno sì che gli abitanti della regione, soprattutto le nuove generazioni, continuino incessantemente a protestare e a richiedere in maniera sempre più aggressiva nuove forme di autonomia e indipendenza.

La posizione degli USAIn questo concitato quadro di invasioni, scontri, radicalizzazione e abusi continui contro la popolazione del Kashmir, la posizione degli Stati Uniti negli ultimi anni, fino all’entrata in scena di Donald Trump, è stata per lo più attendista, preferendo mantenere un certo grado di neutralità e affidandosi per lo più agli organismi internazionali. Anche nei rapporti con le due potenze nucleari gli USA hanno tenuto una posizione imparziale, privilegiando relazioni amichevoli con entrambe le nazioni e invitando ripetutamente al dialogo; il Pakistan, valido alleato degli statunitensi durante la Guerra Fredda e la guerra in Afghanistan degli anni ’80, è un importante interlocutore regionale per gli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda lo scenario afghano dal 2001 e la lotta al terrorismo islamico. L’India, che negli ultimi decenni si è avvicinata molto alla Casa Bianca, è diventata ben presto uno dei principali partner degli Stati Uniti in Asia, tanto da venire considerata nel 2016 dall’Amministrazione Obama un Major Defence Partner, status poi riconfermato da Trump. Proprio con Obama le relazioni con il Pakistan si sono deteriorate progressivamente; infatti, Islamabad ha da sempre avuto un rapporto ambiguo con i gruppi terroristici sia in Afghanistan sia in casa propria, così come nel Kashmir e in India. Se da un lato le forze armate pakistane hanno affiancato le truppe statunitensi nella guerra contro i talebani, non sono poche le accuse mosse al Pakistan di essere uno sponsor of terrorism, garantendo rifugio ai gruppi jihadisti del Kashmir e dell’Afghanistan, compreso al-Qaeda (esemplari le accuse al governo e alle forze di sicurezza pakistane di aver protetto Osama Bin Laden prima della sua morte nel 2011 ad opera degli statunitensi). Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, la situazione è decisamente cambiata. The Donald ha infatti invertito la rotta, spostando significativamente l’ago della bilancia verso New Delhi.

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Fig.2 – Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Primo Ministro indiano Narendra Modi durante la conferenza stampa congiunta nel giardino delle rose della Casa Bianca, il 26 giugno 2017

La svolta di Trump – “L’India ha un vero amico alla Casa Bianca”; così ha esordito il Presidente degli Stati Uniti durante il vertice con il Premier indiano Narendra Modi, lo scorso 26 giugno a Washington. L’incontro, il primo faccia a faccia tra il nuovo inquilino della Casa Bianca e il capo del governo indiano, ha sancito un netto avvicinamento tra i due Paesi. La visita di Modi nella capitale statunitense ha aperto nuovi scenari sulla presenza degli USA nell’area del subcontinente indiano e dell’Asia meridionale. A conferma di ciò, lo stesso giorno il Dipartimento di Stato ha designatoSyed Salahudeen, capo del gruppo jihadista Hizb-ul-Mujahideen attivo nel Kashmir, come Specially Designated Global Terrorist. Il Pakistan ha definito la scelta come ingiustificata, dichiarando come il movimento e il suo capo siano al fianco dei kashmiri nella loro lotta all’indipendenza e non un gruppo dedito ad atti di terrorismo.

Nel discorso ai militari del 21 agosto, Trump ha illustrato la nuova strategia per l’Afghanistan; in questo contesto, il Presidente ha ammonito pesantemente il Pakistan, accusandolo di dare rifugio ai terroristi e al contempo ricevere miliardi di dollari in aiuti dagli USA. Tali dichiarazioni hanno reso chiara l’idea che il Pakistan sta perdendo lentamente ma inesorabilmente il suo status di alleato privilegiato nell’area. Oltre ai legami che Islamabad ha con diversi gruppi terroristi, a far cambiare la politica di Washington è anche lo stretto rapporto che il Pakistan ha creato con la Cina, diretto competitor degli USA nella regione; infatti, le relazioni economiche e militari tra le due nazioni sono sempre più strette, e non è un caso che nella “Via della Seta 2.0”cinese il Pakistan rivestirà un ruolo fondamentale, tramite il Corridoio Economico Cina-Pakistan.

La situazione del Kashmir per gli Stati Uniti ha quindi un collegamento diretto con l’Afghanistan; il 23 agosto, la portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert ha affermato che la politica USA in Kashmir non cambierà, continuando a sollecitare un dialogo pacifico tra India e Pakistan. Tuttavia, la pressione di Washington verso Islamabad potrebbe sbloccare la situazione e una pacificazione del Kashmir permetterebbe agli USA di avere il sostegno necessario del Pakistan, sia per il conflitto in Afghanistan sia per l’intera politica statunitense nella regione, ricordando come anche l’India sia necessaria per la riconciliazione dell’area, viste le continue e persistenti violazioni dei diritti umani e le pesanti violenze contro la popolazione, fra le quali si possono annoverare: detenzioni arbitrarie, omicidi extragiudiziari e abusi.

Francesco Generoso

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