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I missili di Teheran

Nel 1979 la rivoluzione islamica divampava in Iran, e quello che sino ad allora era stato un fedele alleato degli USA divenne d’un tratto un nemico giurato. Al regime dello Scià Reza Pahlavi si sostituì quello dell’ayatollah Khomeini, e il Paese adottò una linea politica interna ed estera in netto contrasto con gli interessi statunitensi. Si trattò di una cesura ben più profonda di quella verificatasi quasi trent’anni prima con l’elezione del primo ministro Mossadeq, che si prefiggeva di nazionalizzare le risorse petrolifere del Paese – riequilibrando i relativi profitti – e di collocarsi su una linea politica più neutrale nel contesto della Guerra Fredda.

L’Iran non è né era importante solamente per le riserve di idrocarburi, ma anche per la sua posizione geografica. In caso di conflitto con i sovietici, infatti, i decisori politici e militari statunitensi sapevano bene di non poter contare sugli approvvigionamenti petroliferi mediorientali, troppo vulnerabili. L’importanza dell’Iran, come quella della Persia storica, risiedeva nella geografia: a cavallo tra il Levante e le steppe dell’Asia Centrale, tra Caucaso e Oceano Indiano, protetto longitudinalmente da quel bastione naturale che sono i monti Zagros, fungeva da chiave di volta nel complesso mosaico asiatico della Guerra Fredda.

Per tali ragioni, l’instaurazione di un regime apertamente ostile fu per Washington un duro colpo. In seguito alla serie di sanzioni, ONU e non, sulla vendita e l’acquisto di armamenti, alla tremenda guerra con l’Iraq (1980-1988) e a vicende ambigue come lo scandalo Iran-Contras, i decisori politici di Teheran cementarono la convinzione di doversi dotare di qualche capacità di deterrenza, in modo da scoraggiare eventuali attacchi e da poter esercitare una maggiore influenza sullo scacchiere regionale e internazionale. Il sanguinoso conflitto con gli iracheni aveva gravemente intaccato le scorte di materiale bellico convenzionale di produzione occidentale accumulato dai Pahlavi e, data la difficoltà nell’approvvigionarsi di materiale bellico dall’estero, fu necessario rivolgersi all’industria nazionale, nella fattispecie al gruppo Sanam. In tal modo, nel 1987 nacque il programma “Shahab” (Meteora), basato sulla convinzione che dei missili rappresentassero la soluzione meno costa e più efficace alle circostanze. Ironicamente, questo programma sorse dalle ceneri dell‘analogo progetto “Flower”, avviato dallo Scià poco prima della rivoluzione e basato su capitali persiani e tecnologia israeliana, in seguito al rifiuto statunitense di vendere missili balistici Lance.

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L’Iran ottenne da Libia e Siria alcuni missili R17 (SS-1C Scud-B, secondo la nomenclatura NATO), e dalla Corea del Nord degli Hwasong-5, una variante degli R17. Gli ingegneri iraniani studiarono a fondo questi esemplari, e nello stesso anno iniziarono a produrre lo Shahab-1, di fatto una copia dello Hwasong-5. Con una testata di quasi 6 tonnellate, un raggio di 300 km e un margine di errore stimato in circa 450 metri, si trattava di un missile balistico a corto raggio relativamente efficace, che vide l’azione già nel 1990 contro i guerriglieri del Mujahidin-e Khalq (MKO).

Sempre nel 1990, Teheran ottenne da Pyongyang degli Hwasong-6, a loro volta una versione degli Scud-C, e iniziò a produrre lo Shahab-2. Rispetto al predecessore il raggio era esteso (le autorità iraniane sostengono che arrivi a 2000 km, ma stime più prudenti e verosimili suggeriscono 500) ed era in grado di montare testate significativamente più potenti (6500 kg contro 5850) e di vario tipo. Lo Shahab-2 può infatti accomodare una testata a grappolo in grado di contenere fino a 1400 ordigni, conferendogli eccellenti capacità di saturazione contro veicoli e personale.

È solo con lo Shahab-3 (noto anche come Ghadr-101), però, che Teheran ottiene uno strumento che ne aumenta il peso strategico. Questo infatti è un missile balistico a medio raggio (derivato dallo Hwasong-7) con una portata di circa 1300 km, in grado di montare sia testate convenzionali – anche a grappolo – che nucleari. Questo dispositivo, sviluppato tra il 1998 ed il 2003, conferisce alle forze armate iraniane la capacità di colpire Israele, l’Europa Orientale e perfino Mosca. Le crescenti preoccupazioni statunitensi sul programma nucleare persiano e un suo conseguente impiego per scopi militari si comprendono appieno solamente se si considera anche la presenza di questo vettore. La sua importanza si deduce anche dai diversi programmi di ammodernamento e miglioramento di cui è stato oggetto, e che hanno portato allo Shahab-3B (Ghadr-110 o Shahab-4). Questo ha un tempo di messa in opera di soli 30 minuti, contro le diverse ore necessarie per il predecessore, una gittata di 1500 km ed è dotato di sistemi di guida ottimizzati che gli consentono di raggiungere velocità superiori (picchi di mach 7) e di cambiare traiettoria diverse volte, perfino durante la fase terminale, con ripercussioni sia sulla sopravvivenza contro i sistemi di contraerea sia sulla precisione.

A partire dall’inizio del millennio, l’Iran ha investito più di un miliardo di dollari in programmi missilistici nazionali, sia militari sia civili. Uno di essi è quello che ha portato alla creazione dei missili a medio raggio “Sajjil” 1 e 2, il primo svelato durante dei test nel 2008, il secondo in fase di miglioramento in seguito a diversi problemi tecnici riscontrati durante l’ultimo test noto, condotto nel 2011. Questi missili dalla gittata stimata in 2000km sarebbero indice di una capacità industriale e tecnologica accresciuta, essendo progetti interamente nazionali, in contrasto con la tradizione di basarsi su progetti stranieri. Una tale scelta si può provare a spiegare sia in termini di prestigio e propaganda che di volontà di rendersi autonomi e sicuri contro eventuali cambi di regime e conseguente cessazione di scambi.

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L’esperienza maturata nello sviluppo dei vettori ha consentito inoltre di avviare un ambizioso programma spaziale, col lancio del vettore “Safir” nel 2009 e la conseguente messa in orbita del primo satellite iraniano. Nel 2010 è stato svelato al pubblico il simulacro del “Simorgh”, un altro vettore ancora più potente e dotato di quattro motori che dovrebbe avvicinare Teheran al conseguimento dei suoi obiettivi di lungo termine nel campo delle telecomunicazioni e della telesorverglianza.

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Sebbene tali sviluppi possano senza ombra di dubbio fornire le competenze per produrre missili intercontinentali (ICBM) e nonostante alcune dichiarazioni ufficiali parlino di Shahab-5 e di nuovi missili da crociera, non è conosciuto alcun progetto in tale senso. La ricerca e lo sviluppo per dispositivi di tale complessità richiedono anni di lavoro e di finanziamenti, dei quali non c’è traccia. Questo non implica però che in futuro il Paese non possa varare simili programmi.

Il Governo iraniano considera armamenti di tale tipo come delle assicurazioni sulla vita in primo luogo, e in secondo come strumenti di contrattazione. La precisione dei missili di Teheran è limitata, e li renderebbe una minaccia credibile solo contro grandi centri urbani, piuttosto che contro specifici obiettivi militari come basi aeree o navali. A ciò si unisce la relativa penuria numerica, con stime che si aggirano su 2-300 tra Shahab-1 e 2 e tra 25 e 100 Shahab-3. Un attacco con testate convenzionali contro un bersaglio relativamente piccolo comporterebbe un alto dispendio di materiale per essere condotto a termine con efficacia, e un impiego prolungato eroderebbe le scorte in breve tempo. Alla luce di ciò, va considerata l’importanza del programma nucleare, che conferirebbe ben altro peso ai vettori esistenti e, di riflesso, all’Iran e al suo status di potenza regionale.

 

Informazioni su Alessandro Paparella ()
Friulano, classe 1991. Laureando magistrale in Scienze Diplomatiche con una tesi sulla politica estera russa nel Mediterraneo orientale, sono sempre stato appassionato di storia, questioni militari e politica. Condivido coi miei colleghi l'interesse per l'attualità e la geopolitica, e scrivo per la sezione "difesa e veterani".

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