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L’Esercito US alla prova del 21° secolo

Recentemente il TRADOC, il comando dell’esercito statunitense per l’addestramento e la dottrina, ha rilasciato la prima versione del nuovo concetto strategico dal titolo:

Multi-Domain Battle: Evolution of Combined Arms for the 21st Century 2025-2040

Tale documento è ancora in sviluppo e nella versione definitiva potrebbero cambiare alcuni dettagli, ma l’impostazione generale è data e così i punti cardine. Bisogna da subito notare come il fulcro dell’analisi siano proprio le operazioni Joint tra diverse forze armate in un ambito multidominio (aria, suolo, acqua, cyber, elettromagnetico, informativo, ecc…).

Del TRADOC fu direttore lo stesso McMaster, oggi consigliere presidenziale alla sicurezza nazionale; McMaster che, come avevamo visto in un precedente articolo, era stato molto critico verso alcune evoluzioni dottrinarie passate dello US Army e questo nuovo concetto strategico pare proprio recepire in toto le critiche del generale traducendole in un nuovo concetto strategico che farà da base allo sviluppo delle dottrine future dell’Esercito Statunitense.

Il contesto

Il documento nasce con l’intento di rispondere alle minacce emergenti e allo stesso tempo prendere atto del venire meno della differenza tra momento di guerra e di pace.

Per quanto continuino ad essere presenti le classiche minacce irregolari come terrorismo ed insurrezione si aggiungono allo scenario anche avversari statali che operano però tramite sovversione, guerra informativa e guerra non convenzionale (pagina 6) rendendo difficile colpire attribuire e colpire i mandanti, avversari in grado di mettere davanti al fatto compiuto (a pagina 2 viene citata proprio la Hybrid Warfare).

Gli avversari hanno accesso a tecnologie molto avanzate in grado di erodere se non annullare il vantaggio tecnologico statunitense, sia con strumenti fisici di A2/AD (anti-access/aria-denial, strumenti particolarmente sviluppati da Russia e Cina) sia nel campo elettromagnetico, politico ed informativo (p. 5).

Siamo in uno scenario in cui gli avversari hanno espanso il campo di battaglia in 4 modi: tempo, domini interessati (oltre ai classici terra, aria, mare quello informativo e politico per esempio rientrano a pieno titolo), geografico ed attori. Al contempo però hanno concentrato anche le catene di comando e controllo mettendo a fattore comune le operazioni nei vari domini. Ultima, ma non ultima, c’è stata anche una compressione comprimendo i livelli strategici, operazionali e tattici nel quale le forze statunitensi si trovano ad operare rendendo quindi il campo di battaglia decisamente più fluido.

Per quanto non siano esplicitamente citati i veri attori nel testo (ma lo sono nelle fonti e nelle note) a cui si fa riferimento questi sono Russia e Cina, non mancano indicazioni su come gli avversari siano riusciti ad ottenere quell’effetto sui campi di battagli grazie ad una concentrazione dei sistemi politici e militari e alla possibilità di trasformare territori amici in aree vietate per le forze US ottenendo l’iniziativa (p.7).

Descrizione che si taglia perfettamente proprio alla dottrina e situazione politica russa come abbiamo visto sul precedente articolo sulla guerra ibrida, ma chiaramente espandibile anche alla stessa Cina che, oltre a sviluppare sistemi A2/AD sempre più performanti vede il presidente Xi Jinping concentrare potere politico e militare. Inoltre viene dato un buon risalto alle implicazioni delle armi nucleari in questa tipologia di conflitto (p.46).

D’altronde, scorrendo le stesse note del documento, non si può non notare come molti dei concetti siano evoluti proprio dall’analisi e dalla necessità di cercare una risposta alle strategie russe di cui si era parlato nell’articolo sulla guerra ibrida. Si pensi che sul totale delle fonti segnalate dal documento ben 9 citano la Russia e correlati fin nel loro stesso titolo e 3 la Cina, tutte queste fonti riguardano proprio la strategia russa e cinese. Andando a valutare il contenuto delle singole fonti tali numeri salgono ancora, ma in ogni caso, già così, sono presenti 12 rimandi espliciti e specifici su Russia e Cina su un totale di 45 fonti (di cui larga parte è invece il rimando a svariati manuali militari e documenti tecnici dello stesso US Army).

La zona grigia ed il problema dei nuovi campi di battaglia, dal conflitto alla competizione e viceversa

Nel discorso viene inserito il fattore delle ‘zone grige’, con questa terminologia si cerca di identificare in maniera univoca quell’area situate tra le normi di pace e quelle di guerra nel quale si sviluppa la competizione militare armata.

Cosa si intende per competizione in particolare? Nella competizione le forze statunitensi e gli alleati convergono per combinare le capacità fisiche, virtuali e cognitive nel tempo e luogo prescelto per mantenere una posizione favorevole evitando la escalation in un conflitto armato avendo l’avversario meno vie e mezzi di esercitare coercizione in questa fase che durante un conflitto diretto (p. 29).

Questo passaggio, oltre ad essere il nocciolo dell’intero documento, è particolarmente interessante in quanto è una formalizzazione chiara e netta di quell’area grigia particolarmente indicata nell’hybrid warfare, ma non così delineata. Nel concetto strategico si valuta (p. 12) che questo stadio sotto il conflitto armato è particolarmente ricercato dall’avversario in maniera intenzionale per evitare di mettere in mostra le sue singole vulnerabilità e rimanere in una posizione ambigua usando una serie di metodologie non convenzionali (milizie reclutate localmente, proxy attività criminali, strike specifici), convenzionali, di ricognizione ed informative. In particolare l’information warfare, insieme alla cyber e alla space warfare diventano strumenti per influenzare direttamente le politiche degli attori nell’area creando una propria narrazione che verrà capitalizzata dalla diplomazia.

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Uno schema interpretativo delle operazioni nemiche in fase di competizione. A tutti gli effetti si può considerare uno schema interpretativo non a sviluppo temporale, ma spaziale (al contrario di quello proposto da Gerasimov), di strategie come quelle ibride.

Nel concetto strategico la risposta alla Information Warfare, alla contronarrativa e alla influenza sulle politiche però è e rimane principalmente militare con il dispiegamento delle unità nello scenario di crisi impedendo lo sviluppo della strategia militare avversaria. Tanto è che non si arriva neanche a parlare del superamento della fase di competizione, evidentemente demandata ad accordi politici più alti e non determinabile dalle sole azioni sul terreno (in questo con una certa differenza -più teorica che reale invero- con il concetto russo). Viene messo molto l’accento sulla necessità di risposte rapide e flessibili tramite l’invio delle unità militari nei settori interessati e con il contrasto delle operazioni nemiche, ma non viene sviluppata una strategia di info e/o political warfare di risposta.

Questo non è casuale in quanto l’obiettivo del concetto strategico rimane quello di rispondere alle mosse dell’avversario impedendo di guadagnare terreno ed evitando le escalation. Il documento tradisce una forte postura difensiva molto reattiva, ma al contrario dei concetti russi e cinesi non sviluppa ad ora tali concetti in una ottica più offensiva. Chiaramente questo è determinato anche dal diverso contesto politico ed informativo di riferimento degli attori con nette divisioni tra ambiti civili e militari all’interno delle organizzazioni statali occidentali e con una più o meno marcata indipendenza dei media rispetto ai governi e leadership al potere.

Per quanto concerne la IW infatti viene prevista solo una risposta a quella avversaria in due vie e non una IW propria organica, tali metodi di risposta (p. 32) sono piuttosto basici e consistono:

  1. Nello sviluppo di una propria narrazione degli eventi tramite adeguata comunicazione delle proprie azioni e della stessa narrazione
  2. In misure attive nel campo cyber e misure fisiche per impedire al nemico di diffondere la propria narrativa (ad esempio in Afghanistan più volte in passato sono state attaccate stazioni radio talebane).

Il concetto strategico non solo prevede di bloccare l’evoluzione della fase di competizione ad una fase di conflitto, ma prevede anche un ragionamento sulla de-escalation dalla fase di conflitto ad una fase di competizione.

In questo ultimo caso l’obiettivo è arrivare ad impedire qualsiasi forma di guerra manovrata (p. 46) all’avversario mantenendo la superiorità ed il controllo sulle zone e obiettivi considerati strategici. In caso di un passaggio da una situazione di conflitto ad una di competizione il livello di violenza possibile è considerato molto più alto di una situazione di competizione normale, salvo non si raggiunga un accordo politico.

Il passaggio ad una situazione di competizione non può però non accompagnarsi anche al consolidamento delle istituzioni legittime e con lo smantellamento delle capacità residuali nemiche. Tutto ciò implica presenze militari ed impegni politici prolungati, si ha quindi l’abbandono delle idee su campagne veloci, risolutive e che permettano di ritirarsi velocemente dalle situazioni di crisi.

Le Deep Fires Areas e la Deep Maneuver Area.

Una della più interessanti innovazioni del nuovo concetto strategico risiede proprio nell’aggiunta di questi due spazi geografici all’interno della suddivisione in aree del campo di battaglia. Fino ad oggi i pianificatori US dividevano il terreno in tre macrocategorie: Aree di supporto, Area chiusa e Area profonda.

La prima area è quella dove avviene la preparazione logistica ed incomincia quella di intelligence, la seconda è quella che vede il contatto vero e proprio con il nemico ed infine l’area profonda si può sintetizzare come l’area alle spalle del dispositivo militare nel quale avvengono in particolare i suoi movimenti logistici e preparatori.

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Schema classico di suddivisione delle Aree Operative dal Army Techniques Publication No. 3-94.2

Questa suddivisione è stata considerata limitante in quanto non permette la piena comprensione delle interazioni tra avversari, in particolare per quanto riguarda le operazioni al di fuori dello scontro convenzionale classico tra due eserciti, per questo sono state aggiunte diverse aree operative (p.9). L’area di supporto è stata ampiamente approfondita con la divisione in:

  1. Area di Supporto Strategica. Dove avviene il coordinamento ai più alti livelli e si possono impiegare appieno le capacità cyber, spaziali e nucleari).
  2. Area di Supporto Operazionale. Area dove avviene il comando e controllo e dove hanno sede le capacità di strike e di sostentamento.
  3. Area di Supporto Tattica. Dove hanno sede i supporti tattici di fuoco e le capacità logistiche, a grosso rischio di minaccia nemica

In maniera similare è stata suddivisa l’area profonda divisa in:

  1. Area di Manovra Profonda. Una area altamente contestata tra le forze in campo -indicativamente alle immediate spalle dei dispositivi militari avversari- dove la manovra convenzionale (terrestre e navale) è pienamente possibile, ma richiede una forte implementazione di capacità anche da altri domini (ad esempio quello cyber).
  2. Area di Fuoco Profondo Operazionale.  Laddove le forze convenzionali non possono operare, ma dove possono operare soluzioni di fuoco joint (interarma, es: armi standoff a lungo raggio, artiglieria missilistica, ecc…), forze per operazioni speciali, unità di raccolta informazioni e capacità virtuali possono essere impiegate pur con limiti derivanti dal diritto internazionale o da elementi geografici.
  3. Area di Fuoco Profondo Strategico. Vale quanto detto per le aree di fuoco profondo operazionali, ma in questo caso il livello strategico indica una ulteriore difficoltà e profondità operativa
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La nuova suddivisione delle aree secondo la bozza del TRADOC

Per operare in questo nuovo tipo di campo di battaglia è necessario sviluppare nuove unità più letali, in grado di muoversi tra i vari domini ed in grado di operare in maniera semi-indipendente (p.18 e p.24): queste unità dovranno essere resilienti (in grado di sostenere quindi perdite e danni), dovranno avere una bassa osservabilità ed essere capaci di operare senza rifornimenti e senza sicurezza dei fianchi per lunghi periodi operando in condizioni degradate, inoltre dovranno avere pieno supporto e capacità ISR (intelligence, sorveglianza, ricognizione) e di fuoco. La capacità di operare in maniera semi-indipentente si traduce in particolare nella possibilità di poter operare con larga autonomia a livello operativo in assenza della normale catena di controllo e supporto, con evidenti implicazioni anche a livello di organizzazione logistica (p.2).

Tali capacità sono volte ad incrementare la resilienza e dovrebbero poter diventare patrimonio comune di tutte le forze terrestri US, ma questo non farebbe venire meno la possibilità di concentrare le stesse forze per operare in maniera più convenzionale. In pratica il concetto propone una capacità di risposta maggiormente adattabile alle esigenze ottenibile dalla maggiore flessibilità delle stesse unità dal punto di vista organizzativo e del comando (p.2), questo con l’obiettivo di avere unità in grado di tenere, contendere o reclamare all’avversario territori dall’alto valore.

Concetto per altro non molto diverso, dal punto di vista filosofico, per quanto molto più raffinato e potenziato sotto l’aspetto multidominio e di raccolta intelligence, del BTG russo: unità multiarma di ridotte dimensioni in grado di rispondere a svariate minacce in maniera flessibile e di operare con limitato supporto logistico per lunghi periodi di tempo. Nella pratica i BTG russi hanno dimostrato grossi limiti mancando di supporto ISR, essendo unità sostanzialmente a consumo dalla scarsa resilienza e dalla scarsa capacità manovriera, ma non di meno la loro capacità di tenere settori considerati di importanza vitale e di poter compiere attacchi e difese mirate con grande capacità è un fattore che evidentemente le accomuna -per ora almeno in teoria- alle proposte unità semi-indipendenti.

Dal conflitto alla competizione: l’effetto nucleare

Essendo Russia e Cina i due principali paesi al centro dello sviluppo di questo nuovo concetto strategico chiaramente si è imposta una riflessione articolata sulle capacità nucleari degli avversari.

La prima considerazione, non così ovvia, è che la presenza delle armi nucleari impedisce di risolvere la questione militarmente, ciò provoca uno spostamento dal focus dell’annientamento delle capacità militari nemiche a quello del controllo delle zone di valore contestate, volute e possedute dal nemico. Questo ritorna in particolare nel discorso sulla de-escalation da conflitto a competizione (p.46).

D’altronde il rischio di information warfare aggressive rischia di legittimare l’uso di armi nucleari tattiche da parte dell’avversario per passare da una situazione di competizione ad una di conflitto (p.19) che terminerebbe con l’uso delle armi nucleari stesse.

La stessa sola minaccia di uso di armi nucleari ha una importanza particolare in ambito di information warfare avendo effetti psicologici e fisici tangibili in quanto va a cambiare lo scenario decisionale dei decisori politici e cambia le percezioni della popolazione locale interessata. Un eventuale uso inoltre permetterebbe all’avversario di ottenere effetti militari tattici di grossa portata (ad esempio annientando una concentrazione di forze -tipica di un ponte aereo- o impedendo l’accesso ad un’area) anche se un uso di armi nucleari contro gli US o un suo alleato provocherebbe una escalation nucleare a livello strategico con il rischio di distruzione generalizzata. Tale precisazione è presente nel documento in esame ed è molto interessante in quanto in diretto contrasto e risposta con alcune ipotesi di operazioni nucleari tattiche limitate unilateriali che si sono riaffacciate con lo sviluppo di missili balistici e cruise nucleari tattici da parte della Federazione Russa.

Considerazioni Finali

Rivoluzione od evoluzione? Novità o recupero del passato?

C’è sicuramente un mix di tutte queste cose in questo concetto strategico. Ad esempio non si può non notare come molte delle capacità delle proposte unità semi-indipendenti siano già riscontrabili nell’organizzazione, almeno fino agli inizi degli anni ’90, della Cavalleria Corazzata statunitense che aveva in particolare il compito di tenere l’area strategica di passo Fulda. La Cavalleria Corazzata (si prenda sull’argomento ad esempio Tom Clancy, Cavalleria Corazzata, 1a ed. del 1995) rispetto alle unità corazzate ordinarie aveva una ridotta impronta logistica, una maggiore capacità di operare in maniera cooperativa con assetti aerei, una forte capacità manovriera sul campo di battaglia ed era improntata all’operare in solitaria o quasi per il tempo necessario, con gli stessi fianchi a rischio se non scoperti.

Quel che però è importante sottolineare è come tale concetto strategico sia il primo a sviluppare una risposta militare alla strategia ibrida russa e alle strategie similari cinesi inquadrando tali risposte all’interno di una necessaria ristrutturazione complessiva dottrinaria e potenzialmente delle stesse forze impiegate sul terreno.

L’impronta di McMaster nel documento è forte: il continuo sottolineare l’iniziativa dell’avversario e la sua possibile superiorità o parità tecnologica in vari campi era uno dei punti forti della critica del generale alle dottrine statunitensi nate durante la prima decade del nuovo secolo. Il fatto stesso di rimarcare la necessità di unità semi-indipendenti sottolinea come le unità sul campo debbano avere una maggiore autonomia decisionale anche a livello operazione ed in parte strategico, netta cesura con il passato che vedeva le unità anche ai livelli più bassi dover rispondere in maniera fortemente gerarchica anche ai massimi gradi di comando.

In questo il cambiamento di mind-setting è evidente e d’altronde già anticipato dai numerosi proclami della amministrazione Trump, dalla presentazione della nuova strategia regionale per l’Afghanistan alla stessa nuova dottrina di impiego dei droni che lascia maggiore autonomia ai comandi militari e di sicurezza statunitensi in loco.

La versione finale del documento potrebbe variare in diversi punti di dettaglio, ma l’impostazione generale è oramai definita ed anche per questo è stata resa pubbica. Un documento estremamente interessante che sicuramente segnerà molto lo sviluppo futuro delle forze terrestri statunitensi.

La bozza del TRADOC discussa nell’articolo:
20171003_-_working_draft_-_concept_document_for_multi-domain_battle_1_0

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