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Trump e il conflitto afghano: l’ambiguo ruolo del Pakistan

Nuovo invio di soldati sul territorio afghano da parte degli USA, dopo la dichiarazione del 21 agosto di Trump. Il rapporto col Pakistan sempre più debole, dopo le nuove accuse di collaborazione con gruppi terroristici. Visita a sorpresa del Generale Mattis in Afghanistan.

Nuove dichiarazioni sul conflitto afgano

È il 2011, quando Donald Trump affida a Twitter, principale mezzo di comunicazione usato dal futuro Presidente degli Stati Uniti, le proprie opinioni riguardanti il conflitto afgano, definendo la presenza statunitense sul territorio come “una completa perdita di tempo e di vite”, ribadendo questa posizione durante la campagna elettorale, considerandola come uno dei punti di forza del futuro mandato presidenziale.

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Fig. 1 – Arlington, Virginia, il Presidente parla della nuova strategia in Afghanistan

Sono state proprio tali premesse a lasciar interdetti molti quando, la sera del 21 agosto 2017, nel discorso tenuto dal Presidente alla base militare di Fort Myer ad Arlington, Virginia, Trump ha cancellato con un colpo di spugna tutte le promesse elettorali riguardanti l’Afghanistan: invece di mettere fine al conflitto più lungo combattuto dagli USA, ha promesso l’invio di un numero cospicuo di soldati (si parla di una cifra che si aggira tra i tremila e i cinquemila militari), che si andranno ad aggiungere ai diecimila soldati già presenti sul territorio afgano. La decisione sembra essere stata presa assecondando le pressanti richieste di diversi membri dell’Amministrazione Trump, in particolare John Kelly, capogabinetto da luglio, Herbert Raymond McMaster, Consigliere per la sicurezza nazionale, e James Norman Mattis, attuale Segretario della Difesa: non una scelta casuale, ma certamente connessa al licenziamento di Steve Bannon, membro di spicco dello staff del Presidente e considerata la figura più controversa dell’Amministrazione Trump, in quanto legato all’ambiente dell’estrema destra USA, ma anche il più forte sostenitore del ritiro delle truppe dal suolo dell’Afghanistan.

La politica statunitense è sempre stata divisa sul conflitto afgano, iniziato ufficialmente nell’ottobre del 2001, in risposta all’attentato delle Torri Gemelle del mese precedente, con il lancio della missione che prendeva il nome di Operation Enduring Freedom: sostenuta inizialmente da Regno Unito e Canada, la coalizione si è rapidamente allargata a più di quaranta Stati, tra cui tutti i membri NATO e alcuni Paesi esterni alla stessa, come Pakistan e India. Sebbene l’Operazione sia stata formalmente conclusa successivamente la morte di Osama Bin Laden nel 2014 e il riconoscimento della responsabilità per la sicurezza del territorio in capo al governo afgano, la Coalizione ha mantenuto i quasi tredicimila soldati sul campo, con il compito di aiutare le truppe locali nella lotta contro Al Qaeda e nella cacciata dei Talebani.

Nuove accuse al Pakistan

Nel discorso di Trump a Fort Myer non sono mancati appelli verso alcune forze facenti parti della Coalizione per la stabilizzazione dell’Afghanistan, in particolare chiedendo maggiore collaborazione all’India, e un’accusa diretta al Pakistan, definendolo come un “safe havens for terrorist organizations”, ricordando più volte come lo Stato del subcontinente indiano rappresenti spesso un rifugio sicuro per diversi gruppi terroristici. Già a giugno il Generale Mattis aveva dichiarato al Congresso statunitense l’intenzione di negare ulteriori fondi (per una somma di circa 50 milioni di dollari) al Pakistan, in quanto non vi erano prove sufficienti dell’impegno di Islamabad nei confronti di Haqqani, una branca dei Talebani attiva in Afghanistan e Pakistan, con sede nel territorio di quest’ultimo.

Il ruolo del Pakistan

Il Pakistan, il cui confine con l’Afghanistan è simboleggiato dalla Linea Durand, ha infatti una lunga storia di collaborazione con gli USA, soprattutto nei rapporti tra l’ISI (inter-Service Intelligence) e la CIA (Central Intelligence Agency), iniziata durante la Guerra Fredda e diventata sempre più fitta nella Guerra sovietico-afghana degli anni 1979-1989. Il Paese ricopre un’importanza strategica fondamentale nel quadro geopolitico locale, oltre ad avere un ruolo centrale nella comunità mondiale: Paese islamico con potenza nucleare, non firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare (decidendo comunque di mantenere un regime di “deterrenza minima” per la sola difesa personale), è membro fondatore della OIC (Organization of the Islamic Cooperation) e lo Stato più impegnato nella lotta al terrorismo non appartenente alla NATO. In aggiunta alle già precarie relazione con l’India (principale rivale economico nel subcontinente indiano), e alle nuove accuse degli USA, si aggiungono i rapporti sempre meno stabili con l’Afghanistan stesso. Le relazioni tra i due Stati sono instabili già dal loro sorgere quando, nel 1947, il Pakistan conquista l’indipendenza e riconosce la Linea Durant come confine tra gli Stati, senza mai avere una formale ratifica di questo accordo da parte del governo afghano: i rapporti si deteriorano ulteriormente negli anni ’70, quando il Pakistan sostiene apertamente gruppi terroristici contro il governo afgano, e successivamente accusa l’Afghanistan di sostenere Al-Zulfikar, gruppo terroristico pakistano il cui intento principale era di abbattere il regime militare ivi regnante. La posizione del Pakistan diventa sempre più ambigua quando, nel 1994, aiuta i Talebani a conquistare Kandahar, in Afghanistan, e poi il resto del territorio, portando nel 1996 all’instaurazione dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan (territorio conosciuto per aver dato rifugio a figure di spicco del terrorismo come Osama Bin Laden e a organizzazioni come Al Qaeda) e che cadrà solo nel 2001, dopo l’invasione statunitense, e l’appoggio della stessa a favore dell’Alleanza del Nord, che torna ad avere controllo sul territorio. I rapporti riprendono a deteriorarsi nuovamente con le reciproche accuse tra gli Stati: in particolare, il Pakistan viene tacciato di collaborazione, sia morale sia materiale, con i Talebani, e principalmente con la rete Haqqani, organizzazione terroristica colpevole di una serie di attentati in Afghanistan, tra cui l’attentato di maggio 2017 a Kabul: accuse corroborate anche da influenti politici esteri, tra cui Hillary Clinton, che ha più volte chiesto chiarezza nelle intenzioni del Pakistan nella lotta al terrorismo, e dal Presidente afghano Ashraf Ghani, che ha denunciato l’attentato a Kabul come una dichiarazione di guerra, accuse rigettate dal Pakistan per mancanza di prove.

 

La visita a Kabul

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Fig. 2 – Arrivo a Kabul del Generale Mattis e del Segretario NATO Stoltenberg

A un mese dal rinnovato impegno degli USA in Afghanistan, il Generale Mattis è volato, dopo l’India e senza preavviso, a Kabul, atterrandovi il 27 settembre insieme a Joel Stoltenberg, Segretario Generale della NATO, per incontrare le maggiori forze sul territorio e il Presidente Ghani: una visita iniziata con il lancio di cinque o sei razzi (il numero è ancora incerto) sull’aeroporto internazionale “Hamid Karzai” di Kabul, con l’intento di colpire il Generale, rivendicato successivamente dal portavoce dei Talebani, Zabihullah Mujahid. Tra gli obiettivi che si prefiggerà la Comunità internazionale nel prossimo futuro vi sarà certamente l’esercizio di una maggiore pressione sul Pakistan, affinché dichiari espressamente la propria posizione riguardante la lotta al terrorismo, e quali saranno le missioni in capo alla Resolutive Support Mission, lanciata nel 2015 dalla NATO, che ha come obiettivo principale la stabilità del Paese. Tra le poche certezze sul futuro del conflitto afghano vi è la dichiarazione del Presidente Ghani, che ha riconosciuto come conclusa la lotta della comunità internazionale al terrorismo in Afghanistan, ma che auspica un nuovo ruolo di “consiglio, assistenza e addestramento” dell’esercito locale da parte della Coalizione.

Elena Buttelli

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