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Guerra ibrida: tutti ne parlano, ma cos’è realmente?

Abbiamo visto in un precedente articolo il pensiero militare di McMaster in relazione alle innovazioni dottrinarie del Pentagono nella scorsa decade e abbiamo visto come, almeno in teoria, la Casa Bianca voglia perseguire una nuova strategia afghana che in realtà potrebbe portare a rivedere anche molto del metodo di conduzione delle operazioni di stabilizzazione statunitensi. Presto affronteremo anche la nuova strategia complessiva dell’US Army di cui proprio ad ottobre 2017 è stata pubblicato il primo draft.

Per comprendere pienamente il contesto e molte delle idee del nuovo concetto strategico proposto dallo US Army e dal TRADOC in particolare (TRADOC da cui viene proprio McMaster) è necessario però fare un passo indietro è parlare della così detta guerra ibrida, almeno usando il termine più comunemente usato (e spesso usato a sproposito, anche proprio in relazione a molti degli accadimenti dell’ultima campagna elettorale US) per definire il fenomeno che nel documento del TRADOC che si vedrà in un successivo articolo è implicitamente richiamato.

Il termine guerra ibrida è balzato agli onori delle cronache del 2014 ed oramai viene ampiamente usato anche al di fuori dell’ambito degli esperti in materia di sicurezza, ma cosa si intenda realmente con questo termine in realtà c’è piuttosto confusione.

Nella stampa generalista spesso guerra ibrida viene usata come sinonimo di cyber warfare1 e pure in ambito accademico la discussione è stata, qualche tempo addietro, pure accesa sull’uso o meno del termine ibrida come verrà brevemente accennato più avanti.

Si pone il problema di definire cosa sia la guerra ibrida, ma innanzitutto è bene porre alcuni caveat spiegando l’origine del termine almeno per sommi capi, in quanto elemento di grande confusione.

Innanzittuto si può dire che non è una forma di guerra ‘nuova’, ma ne è una definizione dottrinaria, pure applicata sul terreno, come mai era stata messa nero su bianco da un attore statale nell’ambito di conflitti verso altri attori statali.

Nell’immaginario collettivo due stati si confrontano solitamente su un campo di battaglia con le unità ben identificabili. Al più possono esserci guerre di prossimità tra due attori statali che in realtà combattono per conto ‘terzi’.

Questa è quella che nel grande pubblico viene vista come guerra convenzionale, per quanto la realtà sia poi ovviamente molto più sfumata.

Una guerra definitiva non convenzionale (o assimetrica o di quarta generazione, anche in questo caso le definizione si sprecano e sono ricche di sfumature) solitamente vede coinvolti un attore statale contro attori irregolari o addirittura una guerra tra soli attori irregolari. Una guerra lontana dalle battaglie campali, ma fatta di scontri veloci, sabotaggi e via dicendo.

La guerra ibrida vorrebbe, già dalla definizione che ne è stata data con l’uso del termine ibrido, porsi nel mezzo di questi antipodi (in realtà più immaginari che pratici).

Il termine in tempi recenti si diffonde giornalisticamente in occidente fino all’ambito NATO a partire da 2014 inoltrato;2 ancora durante l’annessione della Crimea, su Foreign Policy, si usava ‘guerra non lineare’ (altro contendente al termine ibrido per definire questa tipologia di scontro) per indicare quanto stava accadendo, peraltro rifacendosi ad un articolo di Vladislav Surkov, consigliere di Putin, pubblicato il 12 marzo 2014 in coincidenza proprio con l’annessione della Crimea.3

Il termine guerra ibrida (o non lineare) viene usato per indicare una precisa tipologia di operazioni russe che si basano su una chiara dottrina che poi verrà illustrata, ma il termine è stato coniato in tempi meno recenti dal Maggiore statunitense William J. Nemeth in un suo testo intitolato Future War and Chechnya: A case of Hybrid Warfare del 2002. Scritto nel quale si analizzava la condizione ibrida della società cecena divisa tra elementi pre-moderni ed uno stato contemporaneo, una società ibrida che fece sorgere un modo di condurre la guerra originale con elementi regolari ed irregolari mixati in maniera molto efficace. Senza entrare nei dettagli dello scritto di Nemeth si capisce come siamo di fronte ad uno scenario molto diverso rispetto a quello per il quale viene usato il termine guerra ibrida oggi giorno.

Tale teoria di Nemeth fu sviluppata nel 2008 da John McCuen sulla rivista Military Review allargando il discorso anche ad altri conflitti come il Vietnam o il Libano con il caso di Hezbollah, su questo ultimo caso si concentrò molto l’attenzione di Frank G. Hoffman che delineò una vera e propria prima definizione di guerra ibrida:

Le minacce ibride incorporano un range completo di metodologie differenti di modi di fare la guerra, includendo capacità convenzionali, tattiche e formazioni irregolari, atti terroristici inclusi violenza indiscriminati e coercizione, disordine criminale. La guerra ibrida può essere condotta sia dagli stati che da una varietà di attori non statali. Queste attività multi modali possono essere condotte da unità sperate o anche dalla stessa unità, ma sono generalmente a livello operativo e tattico dirette e coordinate all’interno dello stesso spazio di battaglia per raggiungere in maniera sinergica effetti a livello fisico e psicologico nel conflitto. Questi effetti possono essere guadagnati in tutti i livelli di guerra.4

Successivamente fu Russel Glenn a darne un’altra definizione ulteriormente sintetica a seguito di un war game statunitense-israeliano nel 2008 focalizzato sulle minacce ibride:

Un avversario che contemporaneamente ed a seconda dei casi impiega alcune combinazioni di (1) mezzi politici, militari, economici, sociali ed informativi, e (2) metodi di guerra convenzionali, irregolari, catastrofici, terroristici e criminali. Questo può includere una combinazione di attori statali o non statali.5

Questo è uno dei tanti motivi per cui la denominazione ‘non lineare’ ad esempio è preferita alla denominazione ‘ibrida’ per indicare l’agire russo in quanto guerra ibrida indicherebbe un fenomeno diverso, ma dato che la NATO e le autorità militari US hanno denominato in tal modo l’agire russo in questa sede si utilizzerà la denominazione ‘ibrida’.  Fatta questa doverosa premessa, in particolare dopo aver spiegato il come mai questo termine appaia già in correlazione con ben altre faccende, si passa ora a vedere come si evolve il pensiero militare russo per arrivare alla teorizzazione della guerra ibrida, in maniera anche da capirne gli stessi fondamenti teorici ed ideologici.

L’evoluzione del pensiero militare russo

La Russia innanzitutto non chiama la sua dottrina guerra ibrida, ma parla di guerra di nuova generazione ed il pensiero che porterà allo sviluppo di un sistema di guerra ibrida/di nuova generazione efficace affonda le sue radici almeno nel 1995 con il libro Se la guerra arriverà domani dal generale russo Makhmut Gareev dove si affermava che il progresso tecnologico di fatto rendeva possibile raid in profondità nel territorio nemico con relativa poco dispendio di forze e che grosso risalto assumeva la information warfare.

Prevedeva un largo affermarsi di sistemi di comunicazione computerizzati e di un largo uso della guerra elettronica, ma prevedeva anche un uso ancora più aggressivo rispetto al passato dell’elemento informativo tramite:

La trasmissione di materiale affetto da bias ideologico e psicologico di natura provocatoria, mixato a parziali verità e oggetti falsi di informazione […] che potrebbero risultare in una psicosi di massa, disperazione e paura della fine e minare la fiducia nel governo e nelle forze armate; e, in generale, portare alla destabilizzazione della situazione in quei paesi che sarebbero oggetto della information warfare, creando un terreno fertile per l’azione del nemico.6

La information warfare diventa quindi un elemento fondamentale e non solo accessorio ed il generale Vladimir Splichenko estremizzerà ulteriormente il concetto immaginando le guerre future come guerre di ‘non contatto’ con focus volto non solo a distrutture l’apparato militare nemico, ma anche quello politico ed economico senza ingaggiare i nemici in un attacco diretto.

In realtà non erano concetti del tutto nuovi alla Russia, l’uso massivo di una campagna politica come elemento di guerra basilare, anche se relativamente solo ad alcuni aspetti, era già radicato nella teoria sovietica per quanto riguardava in particolare le insurrezioni e rivoluzioni comuniste in stati esteri quale elemento apripista all’insurrezione stessa. Tutte operazioni che si riconducono all’ambito della political warfare.

L’analista Mark Galeotti ad esempio in Hybrid War or Gibridnaya Voina cita Trotsky che nel 1932, nel suo scritto Cosa c’è dopo, metteva a fuoco come:

Dove la forza è necessaria, deve essere applicata arditamente, decisamente e completamente. Ma uno deve conoscere i limiti della forza; uno deve sapere quando fondere forza con manovra, un colpo con un accordo.

E sempre Galeotti nello stesso libro ricorda come personaggi come Mikhail Tukhachevskii con il concetto di Battaglia in Profondita o M.A. Drobov con il suo manuale sulla guerra partigiana, oltre che l’URSS in generale con la struttura del COMINTERN, avevano permesso ai sovietici di sviluppare una profonda pratica e teoria nello sviluppo di strategie militari dove ampio ricorso aveva la stessa political warfare.

Non si può non dimenticare che alcuni tratti che nell’immaginario collettivo e giornalistico sono caratterizzanti della guerra ibrida già si potevano intravedere nelle operazioni contro l’Estonia nel 1924 (descrite dal punto di vista operativo ne La Teoria dell’Insurrezione di Emilio Lussu in italiano) o in quelle contro la Lituania nel 1991: l’uso di truppe senza insegne coadiuvate o a supporto di milizie e supporter locali.

L’innovazione vera attuata a partire dagli anni ’90 nel pensiero militare russo (ma lungi ancora dal diventare pratico e con applicazioni reali nelle forze armate russe) quindi sta nel far diventare lo spazio informativo lo spazio principale di confronto trasformando in un facilitatore e precondizione per le azioni sia politiche che militare. Inoltre, altra innovazione, a sua volta il nuovo pensiero porta a fondere gli aspetti più propriamente militari con quelli politici, economici e sociali in maniera simbiotica. Questo è possibile in quanto nello stesso stato russo, nonostante la caduta di un regime accentratore come quello sovietico, la divisione tra questi elementi veniva (o meglio: continuava) a mancare o almeno tale era la percezione.

La prima riforma seria dello strumento militare russo, dopo il tracollo sovietico (dal quale la Russia ha ereditato la quasi totalità dell’organizzazione militare, degli ufficiali, dei centri di comando, delle accademie e gran parte degli equipaggiamenti), si ha con il libro bianco della difesa del 2003 che recepisce molte delle innovazioni dottrinarie e tecnologiche del periodo riconoscendo la centralità degli armamenti di precisione (sui quali la Russia era ed è ancora oggi piuttosto indietro tecnologicamente) e della information warfare.

Tali idee saranno sviluppate da Nicolay Makarov prima di essere sostituito da Valery Gerasimov, che a livello pubblico è considerato come il creatore della grande hybrid warfare russa; Gerasimov è capo di stato maggiore delle forze armate russe dal 2012 ed è attualmente sotto sanzioni europee proprio per la guerra in Ucraina e l’annessione della Crimea.

Gerasimov scrisse nel 2013, alla luce delle primavere arabe, di guerre di nuova generazione sul giornale Voenno – promishlenniy kurier7, ampliando ulteriormente un report del gennaio dello stesso anno ed in un qualche modo diventando presso il grande pubblico l’ideatore di tale strategia.

La guerra ibrida

In tale articolo Gerasimov presentò uno schema della Hybrid Warfare che ad oggi rimane il più diretto e pratico sistema di comprensione della dottrina stessa.

Tali guerre si caratterizzerebbero da una combinazione di uso della diplomazia, dell’economia, della politica e di altri metodi non militari insieme alla forza militare propriamente detta, senza che ci sia un palesarsi dell’attore statale se non in ultima istanza. Ossia verrebbe a mancare una guerra propriamente aperta. Gerasimov sottolinea come i metodi non militari oggi siano spesso più efficaci di quelli militari per determinare la conduzione di una guerra e ne prefigura un ampio uso prima di qualsiasi azione militare in una ottica di guerra perenne nel quale la Russia sarebbe condotta a causa di una guerra sotterannea condotta dall’Occidente stesso secondo le tecniche che Gerasimov descrive attribuendole all’avversario.

Lo stesso capo di stato maggiore riconosce l’uso non aperto della forza come elemento basilare di questa nuova forma di guerra tramite il ricorso a unità paramilitari e insurrezioni civili, nonchè tramite largo uso di forze robotiche e speciali, per questo la guerra deve includere lo spazio informativo in maniera completa. Le forze convenzionali diventano quindi solo una ultima risorsa da impiegare comunque tramite inganno come peacekeeper o truppe di interposizione.

Gerasimov individua 6 fasi:

  1. Origini sotto copertura: durante la fase iniziale, possibilmente prolungata, vengono create forme di opposizione al regime al potere. La resistenza prende forma di partiti politici e sindacati. La Russia in prima persona si occupa di portare avanti una campagna di contro informazione tramite i suoi network. Se le operazioni hanno successo si apre la strada a possibili operazioni militari.

  2. Escalation: se il conflitto aumenta la Russia comincia a fare pressioni diplomatiche ed economiche verso lo Stato obiettivo e verso attori non statali contrari alle sue politiche. Le azioni possono essere: sanzioni economiche, contromisure diplomatiche. In questa fase i leader della regione devono cominciare a prendere posizione sul conflitto incipiente

  3. Inizio delle attività conflittuali: le forze di opposizione cominciano attività contro le altre forze politiche. Questo sotto la forma di: manifestazioni, proteste, sabotaggi, sovversione, formazione di unità paramilitari e assassinio. L’intensificarsi della minaccia viene fatto vedere come una diretta minaccia militare agli interessi e alla sicurezza nazionale della Russia. Comincia la predisposizione strategica di forme militare vicino alla regione oggetto di conflitto.

  4. Crisi: in questa fase la Russia comincia le sue prime operazioni militari propriamente dette, accompagnate da un ulteriore impegno diplomatico ed economico di convincimento. Lo spazio informativo si adatta al meglio per supportare l’intervento russo.

  5. Risoluzione: durante questa fase la leadership russa cerca un modo risoluto per concludere il conflitto a suo vantaggio. Tutta l’economia viene indirizzata agli sforzi bellici. In questa fase la Russia cerca di cambiare la realtà del sistema politico, economico, militare e sociale dello stato obiettivo, tramite una serie di interventi non solo diretti, ma anche indiretti e di ‘riflesso’ (su cui torneremo nell’ambito dello spazio informativo in specifico), in maniera da facilitare il ritorno alla pace e ritornare alle relazioni di routine.

  6. Ristabilire la pace: in questa fase finale, che può essere molto prolungata, la Russia continua ad attuare una serie di misure multi modali e ad avere una presenza sul territorio obiettivo con proprie forze qualificate come forze di peace keeping.

Sostanzialmente fino alla fase 2 abbiamo tutti gli strumenti della political warfare, strumenti in questo caso usati per preparare il terreno all’uso della forza, dalla fase 3 si passa alla fase bellica propriamente detta.

Non bisogna farsi ingannare dall’automatismo che potrebbe suggerire lo schema: il passaggio da una fase all’altra non è automatica. In ogni fase l’autorità di comando può decidere se portarsi avanti con la fase successiva, bloccarsi a quella fase o eseguire una de-escalation. In realtà lo schema può e deve essere letto in maniera che il decisore possa muoversi liberamente (almeno in teoria) sull’asse orizzontale.

Questo modello di Gerasimov è stato largamente impiegato in Ucraina anche se se ne trovano tracce già nelle crisi del 2008 in Georgia.

Tale schema, oltre ad avere il vantaggio di essere stato proposto dallo stesso Gerasimov, permette di estraporlarne versioni parziali nelle quali vengano a mancare alcuni elementi e/o nel quale chi lo attua decida di fermarsi ad una fase in particolare (per esempio rimanendo in ambito di political warfare o decidendo di congelare il conflitto). Permette inoltre di fare analisi separate, pur interdipendenti, delle azioni politiche e quelle militari almeno fino alla fase 3, dopo la quale le azioni militari vere e proprie si palesano con un attore statale che utilizza metodi tipici del terrorismo o delle organizzazioni criminali per minare lo strumento di sicurezza nemico.

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In Occidente abbiamo usato il termine guerra ibrida per definire tutto il complesso delle operazioni russe, ma in realtà il complesso delle operazioni russe andrebbe scisso in due parti secondo molti esperti (di questa divisione in particolare è fautore Mark Galeotti) per una migliore comprensione:

  • Political Warfare – come visto affonda le sue tradizioni almeno nell’epoca sovietica, guerra politica che si sviluppa anche in periodo di ‘pace’ in una sorta di guerra permanente non combattuta anche al netto di eventuali paci, tregue o accordi siglati con gli stati vicini e le potenze regionali/mondiali.

  • Hybrid Warfare – quella che si svolge nel teatro militare propriamente detto e ricomprende azioni politiche, militari, economiche, mediatiche, culturali e sociali volte ad indebolire l’avversario e ottenere la vittoria.

La prima a sua volta diventa un enabler della seconda, senza la prima non può esserci una seconda compiuta e sviluppata, ma non necessariamente la political warfare porta alla hybrid warfare: non è automatico. In campo occidentale questo sovrapporsi di definizioni ed interpretazioni genera non poca confusione anche interpretativa così che le azioni di political warfare vengano lette come tali solo nell’ambito di una strategia militare propriamente detta e non venga vista la loro esistenza come azioni a se stanti che non necessariamente portano ad azioni militari quando per l’appunto queste azioni mancano.

Questo crea anche non pochi problemi a livello di percezione in quanto crea fenomeni di sopravvalutazione/sottovalutazione almeno nel grande pubblico.

Nel caso che la political warfare sia effettivamente volta alla creazione di una situazione di tensione e attività militari si può ragionevolmente parlare correttamente di una strategia di hybrid warfare per parlare del combinato in quanto la political warfare diventa uno strumento integrato della hybrid warfare. 9

La guerra ibrida non è uno strumento originale, la sua originalità, urge sottolineare, è coordinare assieme aspetti e strumenti che generalmente venivano usati per scopi differenti o che al più avevano un coordinamento solo a livello di grande strategia, come vedremo la dottrina della guerra ibrida spinge questo coordinamento fino ai livelli tattici invece.

Si potrebbe dire che la strategia di guerra ibrida porta sul campo militare azioni che prima erano esclusivamente appannaggio del campo politico, economico, mediatico o sociale.

“La guerra è una semplice continuazione della politica con ULTERIORI mezzi” parafrasando Von Clausewitz.10

Per cui le azioni non militari in Ucraina, Georgia e -anche se il punto è discutibile- Paesi Baltici fanno parte della Hybrid Warfare, ma le azioni di finanziamento a partiti estremisti in Europa Occidentale o le operazioni contro il Partito Democratico americano no, queste fanno parte solo di una classica strategia di Political Warfare al più.

Bisogna anche notare come si potrebbe istintivamente pensare che la Guerra Ibrida (o di Nuova Generazione o Non Lineare che dir si voglia) sia una evoluzione delle Full Spectrum Operation in chiave di operazioni con forze irregolari, ma va sottolineato come l’idea di FSO sia volto essenzialmente alla conduzione delle operazioni militari stesse secondo un concetto di armi combinate particolarmente approfondito, sviluppato e adattato alle nuove tecnologie, mentre lo spettro non militare risulta sostanzialmente ridotto ad una cooperazione/sorveglianza/protezione dell’ambiente civile nel quale fisicamente si opera più che ad una manipolazione dello stesso.11

Le proposte teoriche di Gerasimov sono state ulteriormente discusse da Sergei Chekinov e Sergei Bogdanov proprio nell’ottobre-dicembre 2013.12

Nella loro analisi si rimarcano gli assunti di Gerasimov sottolineando la necessità di unire tutti i mezzi (civili e militari) in un singolo sistema di comando e controllo per aumentarne l’efficacia.

Sempre come Gerasimov avocano l’uso di tale dottrina agli US. Tramite l’ottica di questa dottrina vedono infatti le ONG, le organizzazioni religiose e quelle culturali, i social network ed i movimenti pubblici occidentali come mossi da una unica strategia di attacco coordinato verso nazioni terze. Anche sotto questa ottica si spiega il perchè dei limiti all’opera delle ONG in Russia o del perchè lo stato russo sia stato interessato a mettere sotto controllo diretto Vkontakte, il social media più diffuso nell’area ex sovietica.

I due autori, oltre a prevedere lo spostamento del focus dai campi di battaglia propriamente detti a quelli informativi, addirittura prevedono l’uso futuro di armi climatiche ed in grado di scatenare terremoti, palese esagerazione e armi scientificamente difficilmente percorribili, ma con una logica che trova spazio nel contesto di guerra totale fin qui esposto; d’altronde senza ricorrere a bombe fantascientifiche anche deviare o ridurre il corso di un fiume può avere effetti politici, economici e sociali non indifferenti.

Chekinov e Bogdanov descrivono dettagliamente le fasi che caratterizzerebbero queste guerre di nuova generazione; innanzitutto dividendo la guerra (che è bene ricordare essere sostanzialmente permanente ed indipendente dal sussistere di uno stato di guerra formale o meno che sia) in un periodo di apertura delle ostilità ed uno di chiusura (in questo presentando una minore differenziazione tra le varie fasi di Gerasimov).

Il periodo di apertura sarebbe caratterizzato da:

  • periodo molto lungo di attacchi coordinati non militari con l’uso di misure psicologiche, diplomatiche, economiche, informative ed ideologiche.

  • Campagna di propaganda contro la popolazione nemica per distruggere la confidenza nel governo ed il morale delle forze armate

  • Corrompere e depistare gli ufficiali governativi e militari nemici per minare l’efficacia delle forze armate nemiche

  • Infiltrazione di spie dotati di fondi, materiale e armi per commettere atti terroristici e provocare caos e instabilità

  • Arrivo di militanti internazionali

  • Ricognizioni su larga scala e sabotaggi

Tra i due periodi ci sarebbe un attacco elettronico su larga scala volto a lasciare in black out le infrastrutture critiche nemiche. Questa prima fase come si può leggere comprende proprio tutta quella serie di tecniche più legate all’agire di un gruppo terroristico, di un gruppo criminale o di militanza politica armata che all’agire vero e proprio di uno stato.

Il periodo di guerra aperta quindi vedrebbe le seguenti manovre (pur sempre con un certo inganno sull’identificazione delle unità):

  • Attacco aereo su larga scala con armamenti stand-off e droni, nonchè artiglieria a lungo raggio

  • Attacco regolare delle forze terrestri per distruggere gli ultimi centri di resistenza

I due autori non entrano nel dettaglio di questa seconda fase sicuramente più classica e meno innovativa, ma focalizzano la loro attenzione in particolare sulla prima.

Bisogna notare come, sulla falsa riga di pensatori già citati, i due autori identifichino proprio nell’information warfare la chiave per la vittoria nei conflitti attuali e futuri, in particolare nel 2015 scrivono:

Le guerre saranno risolte da un abile combinazione di misure militari, non militari e di misure speciali non violente che potranno essere attuate tramite una miscela di azioni politiche, economiche, informative, tecnologiche ed ambientali, primariamente prendendo vantaggio da una superiorità nella informazione. La guerra dell’informazione è la nuova condizione che sarà punto di partenza per tutte le azioni chiamate nuovo tipo di guerra, o guerra ibrida, che in maniera ampia vengono fatte dai mass media e, dove fattibile, dalla rete di computer globale (blog, social network e altre risorse).13

L’ora del terrore. Il grande show della domenica sera per tutta la famiglia.

A questo punto, dopo aver visto la hybrid warfare si apre il problema di cosa concretamente per i russi siano l’information space e l’information warfare vista la loro centralità e presenza durante tutto l’inviluppo della guerra ibrida e delle strategie di guerra politica.

L’information space è presto detto ed è il mondo dell’informazione della sua totalità, non solo quello mediatico (dei vecchi e nuovi media, ma anche della comunicazione informale), ma anche quello della percezione popolare ad esempio.

Quindi l’information space è lo spazio dove nascono, circolano, si sviluppano le informazioni. Anche un piccolo caseggiato con le relazioni dirette tra le persone può costituire un esempio di spazio informativo.

Vale lo stesso appunto fatto per la political warfare. La presenza dell’information warfare non è indice automatico di presenza di una strategia di guerra ibrida, l’information warfare però generalmente è sempre presente come mezzo a supporto di altre strategie e come abbiamo visto dal punto di vista dottrinale ha un ruolo centrale e primario. Per ovvietà di cose non può però essere una strategia comunicativa fine a se stessa, ad esempio se non si fosse in presenza di una strategia di guerra ibrida probabilmente saremmo nel campo di una strategia di guerra politica. Trovarsi di fronte ad una information warfare pura è molto difficile anche per il suo stesso evolversi in quanto per applicarsi al meglio l’information warfare ha bisogno di agganci locali che presuppongono una strategia anche di penetrazione economica o politica.

La guerra informativa per i russi consiste sostanzialmente in due tipi:

-Guerra informativa-psicologica (per colpire il personale delle forze armate e la popolazione) che sarà condotta in condizione di naturale competizione, ovvero permanentemente

-Guerra informativa-tecnologica (per colpire i sistemi tecnici che ricevono, collezionano, processano e trasmettono informazioni), che sarà condotta durante guerre e conflitti armati.14

Se la seconda è un tipo di guerra classica riconducibile all’ambito bellico propriamente detto (esempio di questo genere: la guerra elettronica) la prima in genere viene fatta rientrare nel più ampio campo della propaganda in Occidente e non necessariamente viene visto come un elemento attivo sul campo bellico, per quanto sempre presente.

Non è un elemento nuovo, è bene sempre specificarlo: l’uso della propaganda a scopi bellici anche sul campo di battaglia è sempre esistito ed i sovietici in particolare ne sono stati grandi utilizzatori, in questo caso la caratteristica novità che forse risalta meglio è il suo essere una propaganda capace di adattarsi al contesto, al mezzo e al pubblico di volta in volta. In particolare l’information warfare russa ha sfruttato appieno tutte le capacità date dai nuovi media e dal mondo digitale in particolare.15

Siamo quindi in una semplice evoluzione se non semplice, ma importante, perfezionamento connesso al più ampio sviluppo della political warfare, non è casuale che gran parte del gruppo dirigente russo odierno provenga dai ranghi del KGB, all’epoca molto attivo proprio in questo tipo di lotta politica.

Come agisce la guerra informativa-psicologica?

Questi son alcuni dei metodi individuati dai teorici russi:

  • Bugie dirette per disinformare le società straniere e quella domestica
  • Nascondere le informazioni vitali
  • Nascondere informazioni importanti in una massa di informazioni dal poco valore
  • Semplificare, confermare e ripetere (inculcare)
  • Terminologia sostitutiva: uso di concetti e termini dal significato non chiaro e che sono passati tramite un cambiamento qualitativo, che rendano difficile dare un reale quadro degli eventi
  • Introdurre taboo su specifiche forme di informazioni e news
  • Riconoscere le immagini: conoscere che politici e celebrità possono prendere parte ad azioni politiche in ordine di esercitare una influenza sul modo di vedere il mondo dei loro follower
  • Fornire informazioni negative che sono più facilmente accette dall’audience di quelle positive16

Sono tutti strumenti ben noti e già visti nella loro applicazione pratica: il dossieraggio di coloro che sono percepiti come avversari politici, il supporto mediatico ai partiti vicini, cercare star estere da avvicinare (famosi i casi come quello di Depardieu o di Oliver Stone), introduzione e ripetizione di determinati lemmi (russofobia per spiegare l’atteggiamento occidentale o nazisti in riferimento all’Ucraina o ai paesi baltici), la diffusione tramite i propri media di notizie spesso platealmente inventate o contrastanti. Questo solo per dire i principali.

Per quest’ultima casistica rimanendo nell’ambito del conflitto ucraino, esemplificativo è il caso scoperto dalla BBC su un caso completamente inventato di uccisione durante un bombardamento17 oppure sul MH-17 le svariate versioni contraddittorie e contrastanti presentate dai russi anche tramite i rappresentanti dei loro ministeri e aziende di stato.18 19

Questo metodo di lotta viene portato avanti tramite lo sviluppo di contatti continui con gruppi di pressione, creazione di propri media in chiave nazionale e aperta sponsorizzazione di giornalisti stranieri considerati amici (vedasi il caso relativo il Donbass e che ha toccato molti giornalisti italiani).20

In ambito più lontano dai campi di battaglia, quindi in ambito di stretta political warfare, si possono ricordare il dossieraggio contro il Partito Democratico statunitense o le azioni contro numerosi giornalisti del nord-Europa.

Diventa quindi d’obbligo un cenno alla cyberwarfare.21 In occidente si è teso a ricondurre tutte le azioni russe, in particolare contro il Partito Democratico Statunitense, a mera cyberwarfare e cyberattacchi, ma non è del tutto esatto.

Cyberwarfare sicuramente è stata effettuata dai gruppi APT28 e 29 (legati a doppio filo alle agenzie di intelligence russe)22 per ottenere le mail usando classici mezzi di crackeraggio e hackeraggio, ma il loro uso, tramite diffusione in rete via Wikileaks, non è un cyber attacco e rientra a pieno titolo nella information warfare a sua volta a sostegno di una più ampia strategia politica (se di political warfare o meno poi questo sicuramente è oggetto di dibattito).

Si può dire quindi che la cyberwarfare sia stata usata in questo caso non come elemento fine a se stesso per generare danni fisici tangibili nel nemico (ad esempio tramite l’interruzione di erogazione di energia elettrica come avvenuto in Ucraina, fatto comunque con importanti ricadute dal punto di vista economico e sul morale della popolazione), ma solo come mezzo nella più ampia operazione di info warfare. Scindere le due componenti e focalizzarsi solo sulla cyberwarfare può vuol dire solo concentrarsi su uno dei tanti e possibili mezzi, non sulla strategia che sta dietro all’uso di quei mezzi stessi.

Lo stesso si può dire ad esempio della presa di controllo da parte dei russi delle stazioni TV e radio in Crimea bloccando le frequenze delle trasmissioni ucraine trasmesse da fuori la Crimea,23 in questo caso siamo di fronte ad una serie di tecniche della guerra informativa usate nell’ambito della guerra ibrida. Il bloccare le trasmissioni nemiche radio e TV in questo caso crea ulteriore confusione tra eventuali forze lealiste che si ritrovano ulteriormente senza indicazioni chiare dal proprio stato, taglia fuori gran parte della popolazione civile dall’avere notizie di diversa matrice, monopolizza e domina il contesto informativo locale, limita l’accesso ad informazioni locali da parte di attori esterni.

Come si intuisce questo non è una tattica nuova alle stesse forze armate russe, per esempio in Estonia nel 1991 la torre della TV di Tallin fu uno dei principali obiettivi delle forze sovietiche golpiste che però fallirono nell’intento di catturarla, ma è chiaro che è implementata in maniera molto più raffinata e coerente.

Considerazioni generali

Dovrebbe essere quindi oramai chiaro come la guerra ibrida, al di là dei dibattiti teorici sull’uso o meno del termine ibrido, sia una strategia prettamente totalitaria. Non sia una strategia esclusivamente militare, non è neanche una strategia esclusivamente politica, mediatica o economica, non è manco una strategia militare che viene studiata per stare al fianco su binari paralleli (non convergenti chiaramente) ad una strategia politica, non è neanche una strategia militare che si limita ad incorporare fattori e strumenti politici o di altro tipo per mero utilitarismo di breve medio termine sulla conduzione delle operazioni (es: i reparti CIMIC di cooperazione civile militare nell’ambito delle operazioni di peace keeping all’estero volti ad ottenere un rapporto positivo con la popolazione locale).

È una strategia unica ed unificante possibile grazie alla stessa conformazione del potere russo che vede i grandi poteri economici in mano allo stato stesso, così come i media  controllati direttamente o indirettamente (tramite prestanome e severe leggi) dal governo (si pensi a Vkontakte, rete social molto diffusa in Russia passata dal 2014 sotto il controllo di Igor Sechin)24 con un potere esecutivo e legislativo totalmente accentrato nelle mani del vertice politico non avente contrappesi di sorta. Accentramento sia formale sia sostanziale tramite il posizionamento di uomini di fiducia nei punti chiave dell’amministrazione.

Non sarebbe materialmente possibile alla Russia condurre una strategia di guerra ibrida senza potere avere il controllo sui media, sulla politica ed elementi economici (si pensi al settore energetico, forte manleva degli interessi russi nella stessa Ucraina post Maidan) in quanto verrebbe meno la possibilità di usarli in maniera coerente ed efficace all’interno della strategia di guerra ibrida. I soli elementi diplomatici, di intelligence, di legislazione economica (es: dazi, sanzioni, limiti, regolamenti commerciali) e militari, prerogativa di un qualsiasi stato, non basterebbero da soli a portare avanti una strategia di questo tipo, perlomeno non con la stessa forza.

Una strategia basata solo sull’uso coordinato di strumenti diplomatici, di intelligence e militari non sarebbe poi così diversa da qualsiasi altra campagna militare, più o meno dichiarata, condotta da altri attori statali e le uniche differenze potrebbero risiedere nell’essere azioni e strategie più o meno dichiarate e condotte in maniera aperta.

La guerra ibrida come tale è una dottrina che difficilmente può vedersi applicata al di fuori di uno stato come la Russia, anche per uno stato come la Cina -che pure ha molte similitudini a livello di concentrazione di potere politico ed economico- sarebbe difficile applicare pedissequamente tale strategia. Ad esempio verrebbe difficile applicare in pieno una strategia di guerra ibrida o di guerra politica essendo venuto a mancare il fattore politico che poteva permettere alla Cina stessa una reale penetrazione politica sia vicina che lontana. Ad un paese come la Cina è molto più difficile avere una penetrazione politica del proprio partito di governo nella politica dei singoli paesi europei come ha la Russia nei confronti di paesi confinanti o anche lontani, ma comunque europei/occidentali (come Francia ed Italia) con accordi tra i vari partiti occidentali ed i vari partiti russi, non solo quello di Putin, ma anche altri partiti, nominalmente all’opposizione, ma fattivamente a supporto del governo centrale.

D’altronde -fattore forse anche più importante- la guerra ibrida come intesa dalla Russia può funzionare solo nel near abroad russo, sia per i limiti della stessa macchina bellica russa (che ha limitate capacità di proiezione strategica) sia per i limiti della strategia stessa. Per fare un esempio mandare dei militari in una provincia russofona e spacciarli come locali può (limitatamente) funzionare o comunque generare abbastanza dubbi, oltre a rendere possibile una eventuale accettazione diplomatica del fatto compiuto dagli altri attori; operare al di fuori del near abroad già rende difficile -se non quasi impossibile- operazioni come queste di copertura. Lo stesso vale a livello politico e mediatico.

Non bisogna neanche dimenticare come la strategia della guerra ibrida sia possibile in un contesto nel quale la divisione tra pace e guerra sia considerata sfumata se non del tutto assente dai vertici del Cremlino, laddove uno stato considerasse netta tale divisione l’applicazione del concetto stesso di guerra ibrida (ed in parte anche della political warfare) verrebbe meno.

Ragazzi ho l’impressione che ci siamo: questo è un corpo a corpo nucleare coi russi!

Questo però porta a fare un passo indietro e spendere due parole sull’avvento dell’era nucleare. L’avvento dell’arma nucleare ha reso di fatto impossibile -o comunque molto remoti- confronti convenzionali tra due attori dotati di tali armi, lasciando però aperta proprio la finestra a confronti ‘irregolari’. Secondo questa chiave interpretativa si potrebbe dire che la guerra ibrida sia la naturale risposta moscovita a questo problema, problema che vedeva già in passato una soluzione similare -pur meno ricercata in alcuni aspetti- nelle ‘misure attive’.

A questo scopo può essere utile ricordare il pensiero militare di Friedrich August Freiherr von der Heydte. Nato nel 1907 questo aristocratico tedesco fu comandante di un battaglione di paracadutisti durante l’invasione di Creta e dopo la Seconda Guerra Mondiale ricoprì incarici accademici di primo piano nell’esercito della Germania Occidentale. In questo contesto scrisse un libro di particolare importanza, Modern Irregular Warfare: in Defense Policy and as a Military Phenomenon,25 dove sottolineava come proprio l’avvento dell’era atomica e l’uso di misure attive da parte sovietica avesse ulteriormente aumentato di importanza l’aspetto irregolare della guerra e che la guerra irregolare è uno strumento a disposizione degli stati al pari degli altri tipi di guerra (convenzionale e nucleare), in questo peraltro riallacciandosi al pensiero di von Clausewitz.26

Der Heydte sviluppava la sua teoria della guerra irregolare in tre fasi, per alcuni versi in maniera similare alle tre fasi di Mao Tse-Tung (organizzazione, insurrezione, manovra). Le tre fasi di Der Heydte sono differenti però da quelle di Mao in quanto meno focalizzate sul mondo agrario, queste fasi sono composte a loro volta da alcune sottofasi che in genere si susseguono indicativamente in ordine cronologico.

  1. Preparazione

    • Cospirazione

    • Propaganda

    • Addestramento

  1. Combattimenti clandestini

    • Terrorismo

    • Sabotaggio

    • Assassinio

    • Raid

  1. Transizione alla fase di combattimento in campo aperto

    • Frazionamento del nemico in “isole”

    • Fine della transizione, passaggio alla fase convenzionale

Il pensiero di Der Heydte è interessante in quanto fa rientrare aspetti generalmente non considerati parte del guerra a pieno titolo in questa, in particolare la propaganda, la cospirazione ed il terrorismo. Una analisi influenzata dichiaratamente dai vari movimenti terroristici e partigiani attivi nel mondo allora, spesso finanziati o supportati dalle maggiori potenze, ma che ben si situa nel solco che idealmente ci porta alla guerra ibrida con il suo affrontare in maniera totale l’aspetto strategico, operazionale e tattico dell’azione.

Coevo al pensiero di Der Heydte è bene ricordare il pensiero di Otto Heilbrunn (accademico tedesco attivo in Germania Occidentale sui temi della difesa dopo la Seconda Guerra Mondiale) e quello di Hans von Dach (ufficiale svizzero nel dopo guerra), quest’ultimo famoso per il suo Total Resistence del 1957, libro che ebbe grossa diffusione presso molti gruppi terroristici europei e non oltre che un grosso successo di pubblico

Senza entrare nel dettaglio del pensiero dei due è utile sottolineare come i loro scritti vertessero sulla analisi (Heilbrunn) e sullo sviluppo (von Dach) di unità irregolari militari/popolari a supporto delle forze convenzionali.

Se il pensiero di von Dach è più focalizzato su azioni difensive di sviluppo di azioni partigiane con un vero e proprio manuale ad uso pratico per la creazione e azione delle cellule di resistenza e sabotaggio, Heilbrunn -ragionando in termini più teorici- si focalizza anche sull’uso offensivo delle unità partigiane analizzando il ruolo svolto da unità irregolari nel conflitto tra cinesi comunisti e nazionalisti, nell’avanzare dell’Armata Rossa nella WWII e sulla cooperazione tra forze speciali, aviazione e forze irregolari.

Heilbrunn sottolinea proprio come le unità partigiane non siano a rischio di risposta nucleare in quanto unità troppo piccole e troppo a contatto delle stesse truppe nemiche,27 curiosamente nello scritto di Hans Von Dach una eventuale minaccia nucleare alle unità di resistenza non viene parimenti affrontata e considerata segno evidente che da due prospettive diverse i due autori siano giunti di fatto alla stessa conclusione.

Secondo questa chiave di lettura una unità militare dalla non chiara identificazione operante in un paese confinario impedirebbe quindi l’escalation del conflitto anche in caso di incidenti maggiori con forze convenzionali di potenza nucleare avversa (nel caso russo principalmente Stati Uniti, Francia e UK).

A validare questo pensiero si potrebbe ricordare la crisi del Kargil del 1999. Nell’inverno del 1998 il Pakistan infiltrò tra i 1500 ed i 2000 militari oltre la Linea di Controllo locale con l’India. Ufficialmente il Pakistan rigetto qualsiasi affiliazione con tali truppe affermando che fossero mujahideen, ma in primavera ci furono violenti scontri con le forze indiane (che però non usarono la forza aerea nelle zone contese del Kashmir) e dato l’ormai palese coinvolgimento pakistano (per quanto negato) ed il rischio di escalation nucleare USA e Cina fecero pressione su Pakistan ed India per ristabilire la situazione portando all’accordo del luglio 1999.28

Al di là della narrazione degli eventi è utile notare il fatto come il Pakistan avesse tentato di usare le proprie forze sotto copertura (pur con scarso successo) per operare una rettifica di confine in un territorio conteso.

Un modus operandi che è stato ripetuto nel caso ucraino dove da parte russa evidentemente era alta la percezione di un possibile intervento NATO in caso di un intervento più aperto e meno coperto.29

ImproviseAdapt and Overcome

In conclusione uno dei più grossi sforzi a livello teorico ed analisi, rispetto alla Russia, sarà di capire, comprendere e suddividere correttamente le varie azioni effettuate dalla Russia stessa. Solo interpretando correttamente l’azione russa riconducendo ogni sua azione nel giusto contesto tattico, operazionale e strategico è possibile infatti comprenderne le intenzioni e l’agire. Questo non permette chiaramente di prevedere il futuro applicando meccanicismi vari (che pure lo schema di Gerasimov involontariamente o meno richiama), ma permette di ridurre il margine di errore interpretativo, migliorare la qualità ed i tempi di risposta ai vari livelli e permette di scegliere una risposta adeguata da parte dei decisori politici e militari; come si vedrà nel prossimo articolo sul nuovo concetto strategico dello US ARMY in particolare gli ultimi due punti saranno tra quelli più al centro dell’attenzione, ma non mancheranno rimandi a molte delle questioni qui sollevate.

In copertina: l’aeroporto di Donetsk, diventato uno dei simboli degli scontri tra forze regolari e paramilitari russe e ucraine a cavallo tra il 2014 ed il 2015. Fonte: youtube.


1 Ad esempio si prenda questo articolo del NYT dove il caso che riguardò la Clinton in campagna elettorale viene identificato -erroneamente- con la hybrid warfare confondendo uno dei possibili strumenti della cyber warfare che possono essere usati all’interno della guerra ibrida con la guerra ibrida stessa. Max Fisher, In D.N.C. Hack, Echoes of Russia’s New Approach to Power, New York Times, 25 luglio 2016, https://www.nytimes.com/2016/07/26/world/europe/russia-dnc-putin-strategy.html?mcubz=3

2 Hybrid War – Hybrid Response, NATO, 3 luglio 2014, http://www.nato.int/docu/review/2014/Russia-Ukraine-Nato-crisis/Russia-Ukraine-crisis-war/IT/index.htm

3 Nathan Dubovitsky pseudonimo di Vladislav Surkov, Bez Neba‘, Russkiy Pioner, 12 marzo 2014

4 F.G.Hoffmann, Conflict in the 21st Century: the rise of Hyrid Warfare, Potomac Institute for policy studies, US, dicembre 2008.

5 R.Glenn, Thoughts on Hybrid Conflict, Small Wars Journal, 2 marzo 2009

6 Gareev, op. cit, pp 51-52

7 V. Gerasimov, Tsennost’ nauki v predvideniye, Voyenno – promishlenniy kurier, Russia, 27 febbraio 2013

8 Little Green Men: a primer on Modern Russian Unconventional Warfare, Ukraine 2013-2014, US SOCOM, 2014, p. 18-19

Schema a sua volta ripreso dall’originale presentato da Gerasimov nel suo articolo già citato.

9 La trattazione della political warfare meriterebbe un approfondimento a parte data la complessità della materia che peraltro esula in gran parte dagli scopi di questo articolo, sull’argomento si rimanda tra gli altri anche al seguente articolo.

Alessandro Pandolfi, La centralità della Political Warfare nell’era della guerra ibrida, OPI, 2016
http://www.bloglobal.net/2016/09/political-warfare-guerra-ibrida-russia.html

10 Nel Libro I, capitolo I, sezione 24 il titolo del paragrafo diventato celebre è “La guerra è una semplice continuazione della politica con altri mezzi”, peraltro su questa traduzione ci sono alcune discussioni in quanto Von Clausewitz in realtà non intende che i mezzi bellici si sostituiscano in toto a quelli più propriamente politici, ma più realisticamente si aggiungano ad essi (quindi non in maniera escludente come quel ‘altri’ farebbe intendere). Per la traduzione italiana si è usata la versione dell’edizione 2000 dell’Enaudi del Vom Kriege; della frase originale, “Der Krieg ist eine bloße Fortsetzung der Politik mit anderen Mitteln”. Sull’argomento vedasi anche:

James R. Holmes,  Everything You Know About Clausewitz Is Wrong, 2014, The Diplomat
https://thediplomat.com/2014/11/everything-you-know-about-clausewitz-is-wrong/

11 FM 3-0 Operations, Dipartimento della Difesa US, 2008

12 S. Chekinov e S. Bogdanov, The nature and content of a new generation war, Voennaya Mysl’, Russia, Ottobre-dicembre 2013

13 S. Chekinov e S. Bogdanov, Forecasting the nature and content of wars of the future: problem and assessments, Voennaya Mysl’, Russia, ottobre 2015, p 44-45

14 V. Kvachkov, Forze per usi speciali russi, Voyennaya Literatura, Russia, 2004 (usato come manuale di addestramento dalle forze armate russe)

15 Per maggiori informazioni sulla dottrina della information warfare russa si consiglia: Jolanta Darczewska, The devil is in the details Information warfare in the light of Russia’s military doctrine, Center for Estern Studies. https://www.osw.waw.pl/sites/default/files/pw_50_ang_the-devil-is-in_net.pdf

16 Yu Kuleshov, Information-Psycological Warfare in Modern Condition, Vestnik Akademii Voyennykh Nauk n°1, Russia, 2014, p107

17 Reports of 10-year-old killed in Ukraine ‘made up’, BBC, 8 aprile 2015. http://www.bbc.com/news/av/world-europe-32137302/reports-of-10-year-old-killed-in-ukraine-made-up

18 Eliot Higgins, The Russian Defence Ministry Presents Evidence They Faked Their Previous MH17 Evidence, Bellingcat, 26 settembre 2016
https://www.bellingcat.com/news/uk-and-europe/2016/09/26/russian-defence-ministry-presents-evidence-faked-previous-mh17-evidence/

19 MH17 crash: ‘Old Buk missile used’ – Russian firm, BBC, 2 giugno 2015 http://www.bbc.com/news/world-europe-32972406

20 Danilo Elia, Gli intrecci con l’Italia della propaganda separatista del Donbass, Eastwest, 18 ottobre 2016
http://eastwest.eu/it/opinioni/montagne-russe/intrecci-italia-propaganda-separatista-donbass

21Nicola Zotti, Introduzione alla Cyberwar, Warfare.it
http://www.warfare.it/strategie/cyberwar_intro.html

22 Threat Group-4127 Targets Hillary Clinton Presidential Campaign, Secureworks, 16 June 2016
https://www.secureworks.com/research/threat-group-4127-targets-hillary-clinton-presidential-campaign

23 Jeremy Bender, Ukrainian TV Channels Are Being Shut Down In Crimea, Business Insider, 6 marzo 2014
http://www.businessinsider.com/ukrainian-tv-channels-shut-off-in-crimea-2014-3?IR=T

24 Russia’s VKontakte CEO says he was fired, flees Russia, Reuters, 22 aprile 2014

25 Op. cit. Prima edizione tedesca del 1972
26 Autore citato, Della Guerra, 1832, Libro VI, capitolo XXVI
27 A questo scopo, data la difficile -se non la quasi impossibilità- possibilità di reperire i  suoi scritti in Italia, è utile la lettura di un veloce compendio del suo pensiero in: Johann Hindert, German Views of Irregular Warfare, 2015
28 1999 Kargil Conflict, Globalsecurity. Org
https://www.globalsecurity.org/military/world/war/kargil-99.htm
29 Almeno ufficialmente la possibilità di un intervento NATO era stata più volte redarguita, e quindi considerata come possibile, dalle autorità russe. Russia Today, US, NATO, EU lecture Russia with ‘provocative statements’ on Ukraine, 27 febbraio 2014
https://www.rt.com/news/nato-us-lecture-russia-ukraine-074/

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