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L’Iran, gli USA e Trump

Nel 1979 termina un’era in Medio Oriente: la Repubblica Islamica prende vita, la Twin Pillars Policy finisce, Washington e Teheran diventano nemiche. Nel 2015 viene firmato l’Accordo sul Nucleare iraniano. Nel 2017 arriva Trump: e adesso?

 

La Rivoluzione iraniana del 1979 è una delle cicatrici mai realmente cauterizzate della politica estera statunitense. Se strategicamente il collasso del regime dello Scià a Teheran ha rappresentato la fine della Twin Pillars Policy di nixoniana memoria, è dal punto di vista culturale e politico che l’allontanamento dell’Iran dall’orbita di Washington ha avuto le conseguenze più traumatiche e durature. Come ha ben sintetizzato Gary Sick[1], professore alla Columbia University, il famoso assalto all’ambasciata statunitense a Teheran nei mesi successivi alla Rivoluzione ha prodotto nell’opinione pubblica USA un’immagine fortemente negativa del nuovo regime iraniano, certamente enfatizzata dal consolidamento dell’asse USA-Israele-Arabia Saudita, che tuttora caratterizza l’ossatura della politica estera di Washington in Medio Oriente.

Di conseguenza, ragionare sulla postura strategica adottata dagli Stati Uniti verso l’Iran e sullo spazio di azione che può avere ciascuna Amministrazione – e quella Trump in particolare – significa entrare in un framework dialettico preciso e, per certi aspetti, totalizzante: le relazioni tra Teheran e Washington, anche al netto di avvicinamenti momentanei dettati da particolari congiunture storiche, avvengono nella consapevolezza di una distanza ideologica e politica apparentemente incolmabile e dunque capace di ampliarsi quasi spontaneamente. La percezione reciproca dell’altro come un nemico rimane l’assunto di base che guida le relazioni tra Stati Uniti e Iran.

Da Obama a Trump: cos’è cambiato?

La durezza dialettica (ma non solo) della politica statunitense nei confronti di Teheran è sostanzialmente bipartisan. Senza tornare agli anni ’80, fu, infatti, la prima Amministrazione Clinton, nel 1993, a inaugurare la politica del ‘doppio contenimento’ che individuava nell’Iraq e nell’Iran le principali minacce agli interessi statunitensi in Medio Oriente, proponendosi dunque di contenerne attivamente lo sviluppo. La successiva Presidenza di George W. Bush, all’indomani dell’11 settembre, inseriva la Repubblica Islamica nel cosiddetto Axis of Evil, il gruppo di Stati giudicati i nemici principali dell’ordine occidentale guidato da Washington.

Un apparente cambio di postura verso Teheran si è intravisto con l’Amministrazione Obama, soprattutto nel corso del suo secondo mandato. Complice l’elezione alla Presidenza di Hassan Rouhani, personaggio evidentemente più incline al dialogo e alla moderazione del predecessore Ahmadinejad, l’Iran ha cominciato dal 2013 un complesso percorso di riconciliazione con la comunità internazionale: il raggiungimento dell’Accordo sul Nucleare nel 2015, sfociato nel Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), rappresenta senza dubbio il picco di questo percorso e ha sullo sfondo il ruolo di mediazione del Presidente Obama. Nonostante le numerose critiche mosse da influenti ambienti di Washington, soprattutto quelli repubblicani e maggiormente legati a Israele, il JCPOA rappresenta la più interessante mossa dell’Amministrazione Obama nello scacchiere mediorientale, gestito, in altre occasioni, in modo piuttosto deludente.

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La strategia di migliorare le relazioni con Teheran coinvolgendo le altre potenze globali poteva, infatti, avere una serie di ricadute positive nel medio-lungo periodo, anche sul tormentato fronte siriano, dove l’Iran è attivamente coinvolto nella difesa del Presidente Bashar al-Assad. Tuttavia, Donald Trump, fin dall’inizio della sua campagna elettorale, ha duramente criticato l’accordo del 2015, sostenendo che il JCPOA, sponsorizzato da Obama e da Hillary Clinton, abbia reso il mondo più pericoloso. La retorica anti-iraniana ha rappresentato uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Trump, che è rimasto sostanzialmente coerente anche dopo l’elezione a 45° Presidente degli Stati Uniti. A questo punto, è importante ricordare che la tensione verbale promossa da Trump è stata sostenuta dalla concreta azione della sua Amministrazione, dal Congresso e, più in generale, dalla quasi totalità del sistema politico USA, attraverso la costante promozione di sanzioni unilaterali atte a danneggiare direttamente i programmi di sviluppo militare di Teheran. In buona sostanza, la Presidenza Trump sta riportando ai suoi più alti livelli di aggressività un confronto che è ampiamente radicato nella cultura politica USA. Più prosaicamente, la linea Trump si avvicina maggiormente alla retorica dell’Asse del Male di George W. Bush, come appare evidente nei discorsi tenuti recentemente a Riyad e alle Nazioni Unite, invece che all’atteggiamento riconciliatorio e dialogante suggerito dal suo predecessore.

 

Quali conseguenze strategiche?

La postura  ostile dell’Amministrazione Trump nei confronti di Teheran riflette un disegno strategico bivalente. Da un lato, tale scelta rientra nell’ambito di un più complesso riallineamento con i due storici alleati regionali di Washington: Israele e Arabia Saudita. L’accordo del 2015 era stato infatti mal digerito dal premier Netanyahu e per molti aspetti rappresenta uno dei punti di massima distanza tra Stati Uniti e Israele. La promessa costantemente ripetuta dal Presidente Trump di rinegoziare, se non cancellare direttamente, quello che è stato pubblicamente definito come un “accordo vergognoso”, rappresenterebbe la moneta di scambio, più retorica che effettiva allo stato attuale delle cose, per rinsaldare il legame tra il Campidoglio e i vari centri di potere filo-israeliani che a Washington mantengono un peso sempre notevole, soprattutto (anche se non solo) tra i repubblicani. Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, invece, l’aumento della tensione verbale con l’Iran sembra funzionale a polarizzare in modo favorevole a Riyad il Golfo Persico, offrendo uno spazio di legittimità sostanziale entro cui il regno saudita può competere attivamente con l’Iran per l’egemonia regionale. Allo stesso tempo, la partnership con l’Arabia Saudita appare, dal punto di vista economico, energetico e militare, ancora nevralgica per la politica estera statunitense.

Dall’altro lato, Trump sta riproponendo la linea politica suggerita da Bush, suo ultimo predecessore repubblicano, tracciando nuovamente la fatidica linea che, nella retorica USA, divide il Bene dal Male: da una parte trovano posto gli Stati Uniti e i loro alleati, dall’altro imperano la Corea del Nord e la Repubblica Islamica dell’Iran, duramente e ripetutamente accusata di sostenere, proteggere e finanziare il terrorismo islamico e di destabilizzare il Medio Oriente attraverso il sostegno ad Assad in Siria, quello a Hezbollah in Libano e a Hamas in Palestina. In sostanza, Trump ha abilmente sfruttato la storica rivalità tra Washington e Teheran e gli interessi dei propri partner regionali per identificare un nemico chiaro e sufficientemente minaccioso per poter essere l’oggetto strategico attorno al quale costruire e giustificare la propria politica estera in Medio Oriente.

Il riallineamento dell’Amministrazione Trump con i due partner regionali e il conseguente ostracismo verso l’Iran sta già mostrando alcune conseguenze potenzialmente rischiose: Teheran non sembra intenzionata a ridurre la tensione verbale con Washington, minacciando di riattivare il proprio programma nucleare al di fuori dei limiti stabiliti dal JCPOA in caso di non rispetto dell’accordo da parte statunitense. Dall’altro lato Trump ha recentemente deciso di non certificare l’aderenza iraniana all’accordo, sollevando un ampio coro di critiche, comprese quelle dei rappresentanti di Russia, Cina e UE. Per quanto riguarda lo scacchiere regionale, in cui la tensione rimane alta soprattutto sul fronte siriano e su quello della guerra all’ISIS, Foreign Policy ha sottolineato la rischiosa convergenza tra Iran, Turchia e Russia, attori che, per diverse ma sovrapponibili ragioni, sono in diretto contrasto con gli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione. La Guerra Fredda che sembra delinearsi in Medio Oriente attraverso il consolidamento di blocchi contrapposti potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per l’Amministrazione Trump, anche e soprattutto nel momento in cui la comunità internazionale dovrà gestire la ricostruzione politico-istituzionale di Stati come la Libia, la Siria, l’Iraq e lo Yemen.

Jacopo Scita

[1] Sick, G. (2011) ‘Iran’s Foreign Policy: A Revolution in Transition’ in Ansari, A.M. (ed.) Politics of Modern Iran. London, UK: Routledge

Informazioni su Jacopo Scita (Articoli)
Classe 1994, è PhD candidate in Government and International Affairs alla Durham University. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla politica estera iraniana, il Golfo Persico e la questione nucleare in Medio Oriente.

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