IN EVIDENZA

KORUS: il filo rosso economico tra Washington e Seoul

“È tutta una questione di soldi, il resto è conversazione”, spiegava uno spietato Gordon Gekko (Michael Douglas) al novizio Bud Fox (Charlie Sheen) nel più classico dei film che raccontano il mondo finanziario: Wall Street.

Sebbene la citazione possa apparire un po’ cinica, è piuttosto applicabile in diversi ambiti della realtà. Non deve perciò stupire se, per districarsi nelle più complesse situazioni geopolitiche, utilizzare scaltramente le lenti dell’economia possa aiutare a mettere più a fuoco le motivazioni dei protagonisti e a evidenziare eventuali contraddizioni.

Un esempio piuttosto interessante sotto questo punto di vista è quello del KORUS.

Il KORUS è l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Corea del Sud, in vigore dal 2012 e sotto attacco da parte del Presidente Trump già da parecchio tempo. È tornato recentemente agli onori di cronaca in quanto è solo di pochi giorni fa la notizia relativa alla disponibilità, di entrambe le parti, a rinegoziarne i termini. O meglio, la Corea del Sud ha deciso di venire incontro all’Amministrazione statunitense, che già da tempo premeva per una discussione in questa direzione. Al tavolo delle trattative, Trump invierà Robert Lighthizer, Rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio.

Il Tycoon newyorkese in campagna elettorale aveva definito l’accordo “inaccettabile” e “orribile”, uno dei peggiori tra quelli sottoscritti dagli Stati Uniti, e aveva minacciato, anche molto recentemente, di volerne fuoriuscire a meno che il neoeletto Presidente Moon Jae-in (in carica da maggio 2017) non avesse consentito a una modifica delle condizioni.

Embed from Getty Images

Fig.1 – Il Presidente USA Donald Trump e il Presidente sudcoreano Moon Jae-in

Insomma, un periodo decisamente travagliato per un trattato che, comunque, non ha mai avuto affatto una vita facile. Le negoziazioni relative al KORUS erano iniziate sotto la Presidenza Bush Junior e la firma congiunta era arrivata nel 2007. Il trattato prevedeva la progressiva riduzione di dazi e tariffe sulle importazioni, e un miglioramento generale delle condizioni commerciali e della protezione della proprietà intellettuale. Da quel momento sono iniziate una serie di peripezie che hanno rallentato e ostacolato l’effettiva entrata in vigore di uno dei FTA (Free Trade Agreement) più sostanziosi nella storia del commercio internazionale. Le origini di tali peripezie però, va detto, sono state quasi tutte a stelle e strisce. Nonostante l’accordo comprendesse, come spesso accade, alcuni punti spinosi per entrambe le parti, la Corea del Sud si applicò fin da subito per attuarlo, mentre il Presidente Bush dovette affrontare una fiera opposizione democratica, a cui aderì anche l’allora Senatore Obama. La diffidenza dei democratici era relativa soprattutto al settore automobilistico e al timore che la concorrenza dei marchi sudcoreani avrebbe minacciato quelli statunitensi.

Una volta eletto, tuttavia, Obama decise di optare per una rinegoziazione dei termini, ma anche questa non si svolse in serenità: l’Amministrazione fu duramente criticata, anche dai suoi sostenitori, per non essere stata in grado di rimanere nei termini da essa stessa stabiliti e per aver trasmesso un’immagine di partner poco stabile e non in grado di rispettare le tempistiche promesse.

Nonostante le difficoltà e le riserve di alcuni, il KORUS è entrato effettivamente in vigore nell’aprile del 2012, ed è stato operativo fino a oggi.

È in questo già difficile quadro che si inserisce la feroce critica del Presidente Trump. Ma perché Trump e Ross (il Segretario USA al Commercio) non sono soddisfatti di questo accordo tanto sudato? La motivazione sembra chiara e in linea con la strategia commerciale professata da Trump in campagna elettorale (e fino a ora seguita in modo piuttosto rigoroso): gli Stati Uniti hanno un sostanzioso debito commerciale con la Corea del Sud e questo debito è andato a crescere sempre di più con l’entrata in vigore del KORUS nel 2012. Secondo i dati pubblicati dal US Census Bureau, la differenza tra import ed export con la Corea del Sud è cresciuta in soli cinque anni da $ 13.199,7 milioni (2011), a $ 27.571,8 milioni (2016), anche se i dati fino a ora reperibili sul 2017 evidenziano un calo del debito rispetto all’anno precedente.

I dati sembrano quindi parlare per sé, ma non sono pochi gli economisti che hanno ribadito, non solo in riferimento al KORUS, che un debito commerciale non è necessariamente indice di un accordo mal negoziato.

Inoltre, i settori che vengono ritenuti più danneggiati dall’accordo sono il già citato automobilistico e l’elettronico. La realtà, tuttavia, è che il KORUS non ha avuto effetti sull’elettronico (già privo di barriere prima dell’accordo), e neppure sull’automobilistico, sul quale il trattato non ha ancora operato.

A contribuire al trade deficit potrebbe essere stata anche la recessione sudcoreana, che ha portato a una svalutazione del Won e ha quindi reso i prodotti di Seoul più convenienti rispetto a quelli USA. In aggiunta, Joshua Meltzer, senior fellow presso il think tank Brookings Institutions, ha spiegato ai giornalisti di CNBC che fare valutazioni sull’efficacia di un accordo così giovane è un gesto decisamente prematuro. Senza dimenticare che gli Stati Uniti hanno debiti commerciali ben più sostanziosi, come, per esempio, quelli con Messico e Cina.

L’aspetto commerciale non è, inoltre, l’unica faccia della medaglia. Come risaputo, infatti, la tensione nella penisola coreana si è alzata parecchio negli ultimi mesi, a causa dei progressi registrati dai programmi nucleare e missilistici della Corea del Nord.

Le due questioni non sono affatto slegate. Come inquadrare la scelta di Trump di mettere alle strette la Corea del Sud in un momento in cui stringere i rapporti con i propri alleati asiatici (e con la Corea del Sud in particolare) dovrebbe essere la priorità? E non solo in funzione anti-Kim, ma anche, in un’ottica di più ampio respiro, per contenere la prorompente influenza cinese. La posizione statunitense in Asia, infatti, è quantomeno delicata, e, se pur è vero che Corea del Sud e Giappone contano sugli Stati Uniti come partner strategico, la loro fedeltà non va data per scontata. Molti analisti, tra cui Choi Seokyoung, ex Ambasciatore sudcoreano per le Nazioni Unite a Ginevra, ritengono il senso di instabilità trasmesso dagli USA sul fronte commerciale pericoloso per la posizione di Washington in Asia. Perché i sudcoreani dovrebbero pensare di avere le spalle coperte da Trump nei confronti di Kim Jong-Un se non vedono un partner stabile a livello commerciale?

Embed from Getty Images

Fig.2 – Il confine tra Corea del Nord e Corea del Sud

Quella della Casa Bianca sul KORUS è quindi una presa di posizione ideologica e priva di fondamenta diplomatiche? Non necessariamente.

Si può facilmente ipotizzare che le dure prese di posizione di Trump valgano più come provocazioni che come effettive minacce. Paventare l’ipotesi di un’uscita dal KORUS, per esempio, potrebbe essere funzionale a spingere Moon Jae-in ad acconsentire a una rinegoziazione più favorevole.

In questa ipotesi la strategia potrebbe risultare vincente, considerato il recente annuncio relativo al consenso di Seoul alla rinegoziazione dei termini.

Non è detto, però, che questo gioco funzioni anche in futuro. Tutto dipenderà dal peso che gli Stati Uniti hanno e avranno sullo scacchiere internazionale e dall’intreccio tra ambito economico e ambito geopolitico.

Giulia Narisano

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: