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Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan

Il Kurdistan rappresenta un’area vasta circa 450 mila chilometri quadrati – compresa fra Turchia, Siria, Iran e Iraq – abitata dalla popolazione curda, un popolo molto antico che ancora oggi è in lotta per ottenere un proprio Stato-nazione. Il Kurdistan iracheno ha indetto un referendum popolare per la propria indipendenza il 25 settembre, dove quasi il 93% dei votanti si è espresso a favore del sì. Ma quali conseguenze comporterebbe l’indipendenza effettiva del Kurdistan nella regione? 

Storia del referendum

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Il Kurdistan iracheno ha fissato il 25 settembre un referendum sull’indipendenza e circa il 90% dei votanti ha votato a favore dell’indipendenza dall’Iraq. Ripercorriamo brevemente le tappe principali che hanno portato a questa importante consultazione. Il Presidente curdo Massoud Barzani aveva annunciato, dopo la presa di Mosul da parte dell’ISIS, che nella regione si sarebbe tenuto il referendum in quanto l’Iraq si trovava in una situazione già complessa e frammentata. Barzani rinnovò la sua richiesta nel febbraio 2016, riportando a Baghdad diversi malumori locali, ma tutto rimase invariato. Il referendum ha interessato anche i territori contesi di Kirkuk, Khanaqin, Sinjar e Makhmour. La domanda che molti esperti e analisti si pongono riguarda le sorti della stabilità regionale e la disputa dei territori attraverso un referendum unilaterale. In seguito alla caduta di Saddam Hussein, è stata data particolare attenzione a Kirkuk da parte di politici iracheni e non. Questo è dovuto principalmente al fatto che la città si è trovata nel mezzo della disputa fra curdi e i diversi governi iracheni degli ultimi settant’anni, a causa dei suoi importanti giacimenti petroliferi e per la composizione multietnica e multi-religiosa della città stessa, essendo abitata da arabi, curdi, turcomanni, musulmani e cristiani. L’art. 58 della Legge Amministrativa Transitoria (TAL), ossia la Costituzione provvisoria irachena promulgata nel 2004, ha impegnato il Governo iracheno ad “agire rapidamente per rimediare alle ingiustizie causate dalle pratiche del regime precedente per alterare il carattere demografico di alcune regioni, fra le quali Kirkuk”. La nuova Costituzione irachena è stata poi adottata e ratificata l’anno successivo. L’art. 140 ha sostituito l’art. 58 della TAL e definisce un processo a tre fasi per Kirkuk e gli altri territori contesi riguardo la ‘normalizzazione’, seguito da un censimento e infine un referendum per determinare se i cittadini di Kirkuk vogliono unirsi alla regione del Kurdistan. Secondo l’art. 140, lo status di Kirkuk sarebbe dovuto essere stato stabilito mediante un referendum che si sarebbe dovuto tenere entro la fine di dicembre 2007, ma tale scadenza passò e lo status di Kirkuk rimase pertanto invariato. Persino l’ONU ha cercato di trovare una soluzione per Kirkuk: nell’aprile 2009, il Rappresentante Speciale dell’ONU Staffan de Mistura ha formalmente presentato la relazione UNAMI riguardante i territori contesi ai funzionari del Governo centrale iracheno e al Presidente del KRG, ma questa venne successivamente rigettata sia da Baghdad sia dal KRG. Tuttavia, dopo la caduta di Mosul nel 2014, in Iraq è cominciata una nuova epoca dove i curdi paiono i vincitori principali e sembrano sufficientemente forti da non voler scendere a compromessi. I Peshmerga hanno ora sotto controllo la maggior parte dei territori contesi e, subito dopo aver preso il controllo di Kirkuk, Barzani fece visita alla città promettendo che questi non si sarebbero più ritirati. Dal punto di vista dei curdi, i Peshmerga hanno liberato queste aree e pertanto tutte dovrebbero essere incluse nella nuova realtà statuale. Il 25 settembre ha rappresentato una data storica per la popolazione curda: il sì per l’indipendenza ha vinto. Si tratta di una vera e propria rivoluzione per Barzani e la popolazione ha chiesto di avviare i negoziati per l’indipendenza da Baghdad. Tuttavia all’alba del 16 ottobre, le forze irachene e le milizie pro-Iran sono penetrate nel territorio di Kirkuk, con l’obiettivo di riconquistare la città e i suoi importanti giacimenti petroliferi evidenziando l’ostilità di Baghdad nei riguardi del referendum.

Geografia e controversie territoriali

Il Kurdistan si trova nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia e comprende diverse zone di Turchia, Iran, Iraq e Siria. L’area più estesa si trova all’interno dei confini turchi, che, con i suoi quasi 20 milioni di curdi, rappresenta circa il 20% di tutta la popolazione della Turchia. Il Kurdistan turco è definito ‘Bakur’ e trova il suo centro politico-culturale nella città di Diyarbakir. Il Kurdistan iraniano comprende invece dai 6 agli 8 milioni di curdi, in prevalenza sciiti. Da sempre le richieste di autonomia da parte del Kurdistan iraniano sono state contrastate dal regime e numerosi leader curdi sono stati condannati a morte. Il Kurdistan iracheno, invece, conta circa 5 milioni di persone e rappresenta un’entità federale autonoma all’interno dell’Iraq con un proprio governo, esercito e politica economica. Il Governo Regionale Curdo è nato dall’alleanza fra il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK). Il Kurdistan iracheno è visto dagli Stati Uniti come un importante alleato e i rapporti con la Turchia sono da considerarsi buoni, visti i reciproci interessi economici ed energetici legati al petrolio. Il Kurdistan siriano è conosciuto con l’appellativo di ‘Rojava’ e conta una popolazione di circa 2,5 milioni di abitanti; nasce di fatto come territorio federato nel 2011, quando l’esercito di Assad abbandonò parte del territorio confinante con la Turchia a causa dello scoppio della guerra civile. Il Kurdistan siriano, a differenza degli altri, non presenta però una continuità geografica all’interno della Siria, bensì si compone di aree sparse che costellano la regione araba. Tutta l’area geografica definita come Kurdistan presenta un territorio molto ricco in termini di materie prime: dispone di petrolio, risorse idriche in abbondanza e il Kurdistan turco è ricco in particolar modo di minerali come cromo, uranio e fosfati. Se fosse politicamente indipendente, potrebbe divenire uno degli Stati più ricchi del Medio Oriente. I Paesi dove la popolazione curda risiede, tuttavia, non sono mai stati disposti a rinunciare a parte del loro territorio nazionale a favore di una ipotetica nazione curda. Nel corso della storia, i nazionalisti curdi hanno solitamente fatto ricorso alle armi e persino ad atti terroristici, sistematicamente seguiti da dure repressioni.

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Molti curdi credono che, dato che l’art. 140 non è mai stato attuato e che i negoziati sono falliti di volta in volta, sia ormai giunto il momento di incorporare Kirkuk nella regione curda attraverso il referendum. Tuttavia il conflitto arabo-curdo su Kirkuk e altri territori nel periodo successivo all’ISIS sarà la più grande minaccia all’integrità dell’Iraq. Vediamo ora le conseguenze di una possibile indipendenza curda nelle altre aree appartenenti al Kurdistan:

  • TURCHIA: Ankara accetterebbe l’esistenza di un Kurdistan sovrano in quello che oggi corrisponde all’Iraq del nord secondo determinate circostanze, perlopiù per interessi economici e tattici. La Turchia ha infatti abbandonato la sua lunga opposizione all’indipendenza curdo-irachena per una serie di ragioni che derivano dalla politica interna turca, esigenze energetiche e imperativi economici, nonché dall’incertezza politica in Iraq e Siria. Prima della recente recrudescenza della violenza fra Ankara e il PKK, il governo turco aveva preso una decisione politica per cercare di risolvere il proprio conflitto con i curdi locali, accettando di consentire loro di mobilitarsi politicamente e sostenere diritti sociali e culturali. Ciò che la Turchia teme di più è che una inaspettata dichiarazione di indipendenza da parte del KRG possa significare che i curdi iracheni intendono fomentare il nazionalismo curdo e promuovere una maggiore autonomia dei curdi in Turchia e in Siria, portando alla richiesta di maggiore autonomia o persino indipendenza all’interno della Turchia. Ankara guarda con cautela anche verso l’Iran. Entrambi i Paesi si trovano parzialmente d’accordo riguardo la loro contrarietà all’indipendenza curda; tuttavia, è altrettanto vero che la Turchia vede in un ipotetico Kurdistan iracheno indipendente un grande Stato-cliente, giacché, in caso di un blocco commerciale prolungato contro Erbil da parte di Baghdad, Ankara sarebbe l’unico sbocco per il petrolio curdo; pertanto, Ankara deve fare in modo che Teheran non si senta minacciata da questa posizione. Dal punto di vista della Turchia, un lento e costante avvicinamento verso l’indipendenza curda sarebbe politicamente ed economicamente vantaggioso, mentre un raggiungimento improvviso della sovranità curda rappresenta un vero e proprio rischio politico ed economico e, se mal gestito, una possibile fonte di conflitto.
  • IRAN: la reazione da parte della Repubblica Islamica verso uno Stato curdo indipendente sarebbe influenzato dallo stato dei rapporti con la propria popolazione curda così come dalla propria percezione riguardo le intenzioni delle potenze esterne. La questione di un Kurdistan indipendente rappresenta un tema sensibile per l’Iran, poiché il risultato del referendum potrebbe rinforzare i sentimenti separatisti anche fra la popolazione curdo-iraniana. I curdi iraniani accoglierebbero positivamente l’emergenza di un Kurdistan indipendente nel nord dell’Iraq, ma la misura del loro legame con i curdi iracheni varierebbe a causa di diversi fattori, quali quelli tribali, linguistici, religiosi. Le élite iraniane, quindi, sono divise in merito all’impatto che l’indipendenza curda avrebbe sul regime. Alcuni sono preoccupati che un Iraq frammentato possa indebolire la posizione regionale della Repubblica Islamica. Con tre piccoli Paesi risultanti da una frammentazione irachena, infatti, altre potenze esterne troverebbero molto facile manipolarli. Altri ritengono che l’Iran possa invece beneficiare da un Kurdistan indipendente che abbia buone relazioni con Teheran;
  • IRAQ: i curdi dell’Iraq lottano per ottenere l’indipendenza da quasi un secolo. Dal punto di vista del governo centrale, la secessione unilaterale dei curdi costituirebbe una sfida diretta alle autorità nazionali. Questi interessi contrastanti sono una costante fra Baghdad ed Erbil, e rappresentano la causa di diverse tensioni politiche: lo stato dei territori contesi in Iraq, la condivisione del bilancio federale e lo sviluppo del petrolio curdo. Anche se Baghdad potrebbe non essere in grado di fermare militarmente e politicamente la nascita di uno Stato curdo, la reazione dell’Iraq all’indipendenza dipenderebbe dalle modalità di tale indipendenza. Una dichiarazione unilaterale probabilmente scatenerebbe una risposta molto più ostile da parte di Baghdad, giacché il governo la vedrebbe come un affronto alla sovranità irachena e come una sfida alla capacità di Baghdad di mantenere il Paese unito. Se l’allontanamento fra Erbil e Baghdad fosse graduale, la capitale irachena potrebbe tentare di ottenere diversi benefici dalla possibile indipendenza curda, pur cercando di attenuare l’impatto negativo della perdita di questa ricca e strategica regione. Complessivamente, l’indipendenza curda ottenuta attraverso un accordo reciprocamente accettabile tra Baghdad ed Erbil porterebbe a maggiori vantaggi per entrambe le parti. La risposta di Baghdad dovrebbe anche essere vista in un contento regionale: l’Iraq potrebbe lavorare con i suoi potenti vicini, Turchia e Iran, qualora l’indipendenza curda venisse accompagnata dal nazionalismo pan-curdo, ipotesi che verrebbe vista da Turchia e Iran come una minaccia ai propri interessi.

Le preoccupazioni degli USA

Gli Stati Uniti sono da sempre grandi protettori del Kurdistan iracheno, ma è altrettanto vero che il referendum ha messo alla prova il ruolo statunitense in questa area. Se da una parte gli statunitensi hanno da sempre protetto i curdi in funzione anti-Saddam, dall’altra oggi li sostengono in chiave anti-ISIS. Furono proprio le operazioni dei Peshmerga contro lo Stato Islamico a far guadagnare credibilità internazionale al Kurdistan e consentito alla popolazione curda di ottenere maggiore influenza a Kirkuk. Esiste una posizione paradossale: gli USA sostengono i curdi in Iraq, Paese alleato ma che vede il proprio governo sotto forte influenza iraniana e, pertanto, se il Kurdistan ottenesse l’indipendenza gli USA potrebbero certamente aiutare la popolazione curda, ma questo porterebbe l’Iraq a finire in una morsa ancora più soffocante della Repubblica Islamica. Anche sul versante turco gli USA procedono in modo molto cauto: gli statunitensi hanno scontentato i turchi cooperando decisivamente con le forze curde a Raqqa e hanno condannato il PKK curdo turco per compiacere Ankara, benché sia noto il legame politico e militare fra PKK e curdi del Rojava. Anche qui, gli USA rischierebbero di favorire Teheran e di riavvicinare due vicini storicamente ostili l’uno nei confronti dell’altro: Turchia e Iran. Per questi motivi gli USA vedono nel referendum una fonte di instabilità per l’Iraq e un possibile ostacolo alla lotta contro l’ISIS. Washington, infatti, ha espresso una profonda delusione per il risultato del referendum in quanto aveva fatto pressione su Barzani per un rinvio del voto al fine di ottenere un dialogo costruttivo e sostanziale con Baghdad nel timore di un aumento di instabilità nell’area.

Possibili scenari e conclusioni

Il 25 settembre, più del 93% degli aventi diritto al voto si è espressa a favore dell’indipendenza del Kurdistan iracheno. Anche se l’indipendenza non potrà essere proclamata subito, in quanto Baghdad vede messa in discussione la sovranità curda e reputa il referendum contrario alla Costituzione, le conseguenze politiche di un’indipendenza effettiva potrebbero essere davvero significative. Riguardo l’Iraq, bisognerebbe valutare gli aspetti chiave della sua struttura di potere nella ri-negoziazione una volta che lo Stato Islamico verrà sconfitto: decentramento dell’autorità, organizzazione e distribuzione delle forze di sicurezza, equilibrio interno del potere fra la maggioranza sciita e le minoranze curda e sunnita, e lo stato della competizione fra USA e Iran per l’influenza sul Paese. L’impatto è in un certo senso già visibile. I leader nazionali iracheni stanno affrontando sfide significative che impediscono loro di intervenire decisamente per mantenere il controllo della regione curda, e pare improbabile che essi possano superare questi ostacoli nel prossimo futuro, il che limita pesantemente il ventaglio di opzioni impiegabili per opporsi alla sovranità curda. Inoltre, la fazione sciita del Paese potrebbe utilizzare il voto come uno strumento per  dimostrare come essa rappresenti l’unica difesa dell’unità irachena contro le pretese curde. L’indipendenza anche solo formale del Kurdistan iracheno segna in un certo senso la fine effettiva di un Iraq unificato. Dall’eliminazione di Saddam Hussein, gli iracheni sunniti sono sempre stati preoccupati da una possibile dominazione da parte della popolazione sciita. Un Kurdistan indipendente sposterebbe l’equilibrio della popolazione in Iraq a favore degli sciiti, rendendo la riconciliazione con i sunniti ancora più improbabile. Potrebbe diventare impossibile per Baghdad riuscire a controllare l’Iraq occidentale, portando alla dissoluzione del Paese in ogni caso. Guardando alla Turchia, il Paese potrebbe sfruttare la debolezza del partner curdo per consolidare il proprio punto d’appoggio a Dohuk, nell’Iraq nord occidentale, al confine con la Siria. Qui, infatti, il Partito dell’Unione Democratica è la maggioranza e rappresenta la filiale siriana del più grande nemico di Ankara: il Partito del Lavoratori del Kurdistan. La Repubblica Islamica dell’Iran è molto sensibile verso la questione del Kurdistan perché una eventuale indipendenza potrebbe infiammare gli animi fra la popolazione curda repressa all’interno dei confini del regime. A ogni modo, l’Iran potrebbe forse tollerare la presenza di un Kurdistan indipendente nell’Iraq settentrionale se questo non dovesse dimostrarsi pericoloso per la stabilità iraniana. 

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Le realtà esistenti in Medio Oriente dimostrano che un nuovo Stato curdo rischia di essere nient’altro che un fragile rentier-State che produrrà instabilità in tutta la regione invece che apportare migliori condizioni di vita alla popolazione curda, rendendo gli Stati confinanti insofferenti e alterando rapporti di lunga data. Per il Kurdistan forse ci vorranno ancora tempo e numerosi negoziati per ottenere l’indipendenza da Baghdad, che ha già risposto al risultato del referendum ordinando la sospensione di tutti i voli internazionali verso la regione e con un mandato d’arresto deciso dalla Corte di Rusafa per i membri della commissione elettorale che ha gestito le procedure relative alla consultazione, nonostante Abadi ne avesse intimato la sospensione. Un primo piccolo passo verso l’indipendenza è stato fatto e si spera ora di poter risolvere senza ulteriori violenze le possibili conseguenze destabilizzanti.

Andrea Molinari

 

 

 

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