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La NATO nei Balcani: mutamenti regionali e riforme incompiute

U.S. Defense Secretary Robert M. Gates and other NATO Ministers of Defense and of Foreign Affairs met together at NATO headquarters to give final political guidance in preparation for the meeting of Allied Heads of State and Government at the upcoming NATO Summit in Lisbon, Portugal in November in Brussels, Belgium, on Thursday October 14, 2010. DOD photo by Master Sgt. Jerry Morrison(RELEASED)

La guerra ha cambiato il volto della regione balcanica. L’intervento internazionale ha avviato un processo di democratizzazione rimasto incompiuto e le tensioni si sono riaccese, complice anche lo scontro degli interessi strategici nell’area di numerosi attori internazionali.

Nel 1991 la Slovenia, la Croazia, la Bosnia ed Erzegovina e la Macedonia secedono dalla Repubblica Federale della Jugoslavia, dando il via al processo di dissoluzione dell’entità statuale, processo che si concluderà solo nel 2003 con l’istituzione dell’Unione Statale di Serbia e Montenegro. Una violenta instabilità caratterizzerà per l’intero decennio i Balcani occidentali, area di passaggio tra l’Europa occidentale e l’ex Unione Sovietica e al cui interno si inseriscono gli interessi di molteplici soggetti locali e internazionali.
Le questioni geografiche e culturali della regione non sono trascurabili: le piccole comunità separate geograficamente e la storica mescolanza di etnie plasmano l’ambiente culturale e politico, ed è semplice attribuire la responsabilità della guerra ai suddetti elementi. Il tenente colonnello Kelly F. Fisk, invece, ci fornisce un’interpretazione diversa dell’accaduto: l’instabilità non scaturisce da un odio ancestrale o dall’etnocentrismo, ma dalla manipolazione a fini politici della storia dei Balcani e dallo sfruttamento delle paure delle minoranze di essere emarginate all’interno della stessa comunità nazionale. La cultura della piccola comunità fungerebbe in sostanza da cassa di risonanza.

Un intervento in grado di stabilizzare la regione e porre fine alle atrocità era tardato. Sin dal 1992, l’ONU aveva promosso missioni di pace neutrali, ma l’anno successivo la maggior parte dei governi occidentali aveva già individuato nella Serbia l’aggressore. La Federazione Russa, invece, si dimostrava aperta al dialogo con i serbi e disposta a sostenere la loro posizione nel Consiglio di Sicurezza. Gli sforzi della diplomazia russa si erano intensificati durante il 1994, decretando il rientro della Russia negli affari strategici europei. Nel 1996 si unirà allo sforzo dell’ONU, contribuendo per sette anni, fino al 2003, con il più vasto contingente di truppe di pace non-NATO.

Con il collasso dell’Unione Sovietica, l’Europa orientale aveva avuto l’occasione di uscire dalla sfera di influenza russa e di assumere un’inclinazione atlantista. Nel 1993, negli ambienti europei e NATO si era iniziato a prevedere un allargamento a est, sebbene le criticità operative non mancassero. L’Alleanza Atlantica, al contrario della Comunità Europea, non prevede lo status di membro associato, ma le nazioni dell’Europa centro-orientale sarebbero state incapaci di rispettare gli standard necessari per l’ammissione. Lo strumento della Partnership for Peace permetteva alla NATO di approfondire i legami con l’Europa orientale e con i Balcani.
L’iniziale atteggiamento ambiguo della Russia si era convertito in opposizione dopo il 1994. L’abitudine a ragionare per imperativi meramente geopolitici aveva condotto la Russia a percepire l’allargamento della NATO fino ai suoi confini come una minaccia che necessitasse di un contenimento attraverso la creazione, o il mantenimento, di una zona cuscinetto neutrale nell’Europa orientale. La ricerca della sicurezza assoluta avrebbe posto però in una condizione di vulnerabilità i Paesi che avrebbero voluto esercitare il diritto legittimo di aderire a un sistema di sicurezza comune.

L’operazione in Bosnia ed Erzegovina

L’operazione NATO nei primi due anni era stata poco coordinata e scarsamente efficace. Gli Stati Uniti mancavano di una strategia militare e ignoravano la natura della guerra; si agiva con l’intento di porre fine al conflitto, non di risolverlo. L’estate del 1995 aveva segnato uno spartiacque nella gestione dell’emergenza in Bosnia ed Erzegovina. Gli orrori di Srebrenica avevano mutato infatti la postura dell’Amministrazione Clinton, fino a quel momento priva di un progetto concertato. Ma ciò che era accaduto in Bosnia tra il 6 e il 25 luglio 1995 non era stata l’unica sollecitazione arrivata ai vertici degli USA. La percezione sempre più diffusa era che la Bosnia stesse “diventando un cancro che intacca la politica estera americana”, nelle parole del National Security Advisor, Anthony Lake, minando la credibilità dell’Occidente e prolungando ed esacerbando la sofferenza umanitaria che avrebbe dovuto essere evitata. Il lascito del controverso intervento della NATO in Bosnia era stato l’Accordo di pace di Dayton nel novembre 1995, che sanciva la divisione in due parti della Bosnia: la Federazione Croato-Musulmana e la Federazione Serba. La competenza dell’attuazione dell’Accordo di Dayton era stata attribuita alle NATO Implementation Forces (IFOR), che rimarranno in Bosnia fino al 2006 per garantire la stabilità del Paese durante la transizione democratica.

Gli anni successivi avevano visto la NATO impegnata nelle operazioni Allied Force del 1999 in Kosovo ed Essential Harvest nel 2001 in Macedonia. L’esperienza nei Balcani aveva così donato una nuova identità alla NATO: la fine della Guerra Fredda aveva imposto una ristrutturazione degli obiettivi dell’Alleanza, inclusi nello Strategic Concept del 1999. Da patto di sicurezza regionale per proteggere l’Europa Occidentale dalla minaccia sovietica si era trasformata in forza di sicurezza internazionale con la missione di combattere il terrorismo internazionale, prevenire la proliferazione di armi di distruzione di massa e fornire sicurezza all’Europa.

Il nuovo millennio e le nuove sfide

La prospettiva di lasciarsi alle spalle le guerre della dissoluzione jugoslava aveva permesso l’avvio delle riforme necessarie. L’integrazione euro-atlantica avrebbe dovuto inserire i Balcani nell’orbita di prosperità e pace delle quali le democrazie occidentali già beneficiavano. Ma se alla fine del decennio gli Stati Uniti erano la potenza egemone, il nuovo secolo si era aperto con una rinnovata conflittualità in altre aree del mondo e gli sforzi erano stati dirottati sul Medio Oriente. Ciò non significava che l’impegno nei Balcani dovesse essere abbandonato o che gli obiettivi finora raggiunti non avessero alcun significato.
L’Amministrazione Obama, anzi, aveva intensificato i propri sforzi per risolvere le questioni che ancora affliggevano l’area, nella consapevolezza che l’unico modo per integrare pienamente i Balcani nel sistema euro-atlantico era continuare il percorso di riforme avviate nel decennio precedente. La riconciliazione inter-etnica, la protezione delle minoranze, la questione del traffico di esseri umani, la libertà religiosa, il consolidamento del principio di legalità, il riconoscimento internazionale universale del Kosovo quale Stato indipendente (che non trova consensi unanimi nemmeno nell’Unione Europea), la disputa sulla denominazione della Macedonia sono solo alcune delle vicende che gli Stati Uniti si impegnano a gestire, in quanto coinvolti nell’arena dei Balcani occidentali.

Le difficoltà interne che l’Europa si è trovata ad affrontare dopo il 2008 hanno posto un altro freno all’integrazione dei Balcani nell’Unione. Le crisi finanziaria, economica e del debito sovrano e l’incremento del flusso dei migranti hanno fatto vacillare la solidità e il benessere europei. I Balcani hanno assunto un atteggiamento più disincantato nei confronti dell’allargamento dell’Unione Europea, la quale sembra aver impostato il pilota automatico.
C’è da chiedersi che tipo di stabilità vogliano promuovere le istituzioni dell’UE. Il progetto europeo, scegliendo di anteporre questioni di sicurezza e stabilità e interessi economici al perseguimento dei propri valori democratici, corre il rischio di tollerare o addirittura sostenere regimi illiberali o semiautoritari, mentre nel vuoto lasciato dall’Europa cercano di inserirsi altri attori internazionali: la Russia, la Turchia, la Cina.
La Russia, nella fattispecie, dopo l’annessione della Crimea e il deterioramento dei rapporti con la NATO, coglie l’occasione per inserirsi nella politica balcanica e infiammare il sentimento nazionalista mediante una narrativa populista e antioccidentale e investimenti nei mezzi di comunicazione di massa locali. Il consolidamento della presenza russa in settori strategici, quale quello energetico, permette alla nazione eurasiatica di esercitare facilmente il suo soft-power.

Le nuove condizioni geopolitiche e il deteriorarsi delle relazioni con la Russia hanno un’importante conseguenza: l’UE non può permettere che coloro che aspirano a diventarne membri prendano una posizione più filo-europea o più filorussa a seconda degli interessi strategici in palio. Dopo la violazione del diritto internazionale in Ucraina, allinearsi con la Federazione Russa non è compatibile con l’aspirazione di piena integrazione nell’Unione.
Misure che facciano retrocedere l’ondata illiberale nei Balcani occidentali sono fortemente desiderate per non vanificare i passi compiuti negli ultimi vent’anni. L’impegno parallelo dell’UE e della NATO nei Balcani continua: Albania, Croazia e da ultimo, proprio nel giugno di quest’anno, il Montenegro sono già diventati membri della seconda e ufficialmente candidati per la prima, salvo la Croazia che gode già dello status di membro dal 2013.

Elena Moleri

Informazioni su Elena Moleri ()
Nata nel 1993 e cresciuta in provincia di Varese, l’incontro con la politica internazionale è stato un incidente, ma l’amore è scoccato. Laureata in Economia e Management all’Insubria, ho proseguito con il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali in Statale a Milano. Durante gli anni dell’università non sono stata con le mani in mano: ho lavorato (e lavoro) come impiegata, come traduttrice, ho organizzato festival e ho cercato di arricchirmi coltivando competenze complementari allo studio accademico.

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