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Trump, il Nuclear Deal e l’incapacità di guardare lontano

Raggiunto il 14 luglio 2015, l’Accordo sul nucleare iraniano è stato definito dal Presidente Trump come “imbarazzante per gli Stati Uniti”. Questa analisi è volta a mostrare l’importanza dell’Accordo, e i possibili scenari relativi a un’eventuale uscita degli USA dall’Accordo stesso.

Dopo averlo tacciato come “imbarazzante”, il 20 settembre scorso il Presidente Donald J. Trump ha dichiarato di aver preso una decisione sull’Accordo riguardante il nucleare iraniano. Tuttavia, per il momento non ha rivelato quale sia, e il limite per comunicare al Congresso se per l’Amministrazione USA la Repubblica Islamica stia rispettando o meno i termini dell’Accordo è fissato al 15 ottobre.

In ogni caso, è bene sottolineare l’importanza dell’Accordo e i possibili scenari collegati a una sua denuncia o a un ritiro degli Stati Uniti dallo stesso.

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Fig.1 – L’Accordo sul nucleare iraniano è stato ampiamente festeggiato dalla popolazione, giacché ha aperto le porte alla reintegrazione del Paese in seno alla comunità internazionale

In primo luogo, l’Iran Deal è un accordo multilaterale: positivamente accolto dalle Nazioni Unite, l’Accordo è frutto di due anni di negoziati fra Iran, USA, Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania ed è stato siglato il 14 luglio 2015. Qualora gli Stati Uniti si ritirassero unilateralmente, mostrerebbero alla comunità internazionale di non essere affidabili, di non essere in grado di imprimere una svolta positiva – ossia volta a consolidare la pace e la sicurezza internazionali – agli affari mondiali e di non rappresentare più una guida coscienziosa e seria per risolvere le varie problematiche regionali o internazionali prima che sfocino in guerre e conflitti.

In secondo luogo, un’uscita unilaterale dall’Accordo da parte degli USA avrebbe due conseguenze particolarmente negative per gli USA stessi e per il mondo intero, almeno per quanto riguarda le relazioni politico-diplomatiche: costringerebbe gli Stati europei e l’Unione Europea (UE) a schierarsi contro gli alleati d’Oltreoceano, e rafforzerebbe le posizioni revisioniste di Cina e Russia. Non si capisce come possa avere risvolti positivi creare una nuova faglia fra il Vecchio Continente e gli Stati Uniti, la cui alleanza è già stata ampiamente destabilizzata dall’insediamento di Trump alla Presidenza e i cui membri sono già frammentati e scossi a causa di numerose problematiche interne e internazionali. Non si capisce nemmeno come possa produrre risultati positivi per gli USA e per il mondo intero offrire nuovi motivi a Russia e Cina di attaccare gli Stati Uniti – e la loro affidabilità – e di mostrarsi come partner più seri degli USA stessi, oltre che fornire dei vuoti politico-diplomatici in cui le due potenze possano infilarsi in grande stile.

In terzo luogo, un’uscita unilaterale dall’Accordo da parte degli USA non terrebbe conto dei risvolti regionali raggiunti grazie all’Accordo stesso, e oggi già messi in dubbio dall’appiattimento di Trump sulla visione saudita del Medio Oriente. L’Iran è uno dei quattro egemoni mediorientali, affiancato da Israele, Arabia Saudita e Turchia. Di questi, solo Israele è in grado di tenere testa alla Repubblica Islamica sotto il profilo politico, militare ed economico: Arabia Saudita e Turchia sono in possesso di numerosi e avanzati armamenti e molti uomini, vero, ma hanno dato prova di essere abbastanza deludenti quando si tratta di impiegarli sul campo. La Turchia si trova inoltre in un contesto politico-sociale interno ed esterno problematico e intrattiene con l’Iran una relazione profondamente complessa, fatta di convergenze e dissonanze. L’Arabia Saudita, invece, fatica a diversificare la propria economia e a imporsi come leader concreto dell’Islam sunnita.

Tuttavia, come detto poc’anzi, Trump si è appiattito sulla visione mediorientale dell’Arabia Saudita, sdoganandola come potenza regionale di riferimento e acuendo i problemi e i conflitti ove l’Arabia Saudita è coinvolta.

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Fig.2 – A maggio scorso, durante la sua visita in Arabia Saudita, il Presidente Trump si è schierato pesantemente a favore della visione mediorientale del Paese wahabita

L’Accordo sul nucleare iraniano, invece, può essere utile per mandare un segnale chiaro e forte a sauditi e alleati regionali: l’Occidente è con voi, ma non a prescindere, e gli interessi regionali dell’Iran devono essere rispettati o, quantomeno, presi in considerazione.

L’intesa manda anche un segnale all’Iran: tornate in seno alla comunità internazionale, ma non vi accetteremmo mai qualora foste in possesso di armi nucleari, e non vi lasceremmo nemmeno raggiungere quel traguardo.

L’Accordo aiuta anche tutto quel settore della politica e della società iraniana che è più o meno moderato, limitando per quanto possibile il ruolo attivo dei falchi del regime. Col tempo, chissà che questa normalizzazione delle relazioni e questo reinserimento dell’Iran in seno alla comunità internazionale non rafforzino ulteriormente i moderati e non portino a un allentamento del regime.

In caso di uscita dall’Accordo, invece, sappiamo bene cosa succederebbe: i falchi tornerebbero in gran pompa, la tensione con USA, Israele e Arabia Saudita tornerebbe alle stelle, la presa del regime sulla popolazione diverrebbe ancor più soffocante, per non parlare dell’attivismo iraniano nella regione. E soprattutto, bisogna capire se gli USA siano pronti a sostenere l’ennesimo, devastante conflitto mediorientale. L’Iran non è né l’Afghanistan dei Talebani né l’Iraq di Saddam né la Libia di Gheddafi né la Siria di Assad.

Troppo a lungo l’Occidente si è schierato con le potenze del Golfo, tralasciando le loro situazioni interne e i loro comportamenti quantomeno ambigui in politica estera a favore di interessi regionali e strategici. Oggi, grazie all’Accordo e al reinserimento dell’Iran nel circuito internazionale, vi è la possibilità di esercitare una maggiore pressione sia sul regime sia sui Paesi del Golfo e i vari alleati regionali.

L’Accordo non è perfetto, ed è ingenuo pensare che lo possa mai diventare, giacché si tratta di diplomazia multilaterale: si limita a bloccare temporaneamente la possibilità che un regime chiuso, isolato, in preda a una sindrome di accerchiamento e di paura, aggressivo, divenga un ingestibile problema internazionale. Temporaneamente non significa momentaneamente, bensì la speranza è che l’Accordo venga rinnovato periodicamente e che diventi a un certo punto definitivo. Al contempo, si spera che un tale blocco, congiuntamente alla reintegrazione dell’Iran nella comunità internazionale, apra la strada a un’ulteriore apertura del regime. L’Accordo è multilaterale, frutto di due anni di dura e laboriosa diplomazia, ma i suoi benefici si vedranno sempre di più con il passare del tempo: è un Accordo che mostra, finalmente, un approccio intelligente e a lungo termine al caos mediorientale, dopo tutti gli sbagli che sono stati commessi negli ultimi due secoli dalle potenze regionali e internazionali.

Certo, l’Iran continua a sostenere Assad, a stringere la propria presa sull’Iraq, ad aiutare Hezbollah, ad arruolare miliziani fra i rifugiati afghani e in Pakistan e in Yemen.

Allo stesso modo, l’Arabia Saudita continua impunita a seminare morte, distruzione e crimini di guerra in Yemen e a finanziare gruppi combattenti di dubbio orientamento ideologico-religioso in diversi conflitti e teatri; la Turchia continua a portare avanti uno scontro con i curdi locali e siriani, a smantellare la propria democrazia, a bloccare migranti e rifugiati nel proprio territorio e a farli vivere sotto molteplici violazioni dei diritti umani. Qatar e Kuwait continuano a essere centri di finanziamento di gruppi combattenti che destabilizzano la regione e a presentare un profilo imbarazzante per quanto concerne democrazia e rispetto dei diritti umani. Israele continua a occupare i territori palestinesi, a discriminare gli arabo-israeliani nel proprio territorio, ad arrestare bambini e ragazzi palestinesi, a controllare e circondare Gaza quasi fosse un feudo israeliano, a violare decine di risoluzioni delle Nazioni Unite. Si potrebbe proseguire così con la maggior parte degli alleati mediorientali dell’Occidente, giacché in una regione così caotica e squassata da crisi e problematiche è profondamente difficile non trovare difetti e lati oscuri nei propri interlocutori.

La diplomazia non è perfetta, ma denunciare l’Accordo sul nucleare iraniano come “imbarazzante per gli Stati Uniti” significa mostrare di non avere alcuna coscienza della situazione regionale, degli sforzi fatti per raggiungere un accordo meritevole e positivo e che (soprattutto) sta funzionando, di non saper guardare oltre il futuro immediato e a brevissimo, non breve, termine.

Si spera che i consiglieri e i membri dell’Amministrazione Trump riescano a far ragionare il Presidente, o che il Congresso si rifiuti di ritirare gli USA dall’Accordo, poiché non vi sarebbe alcun risultato positivo derivante da una simile mossa: il mondo è oggi piccolo e interconnesso, e nessun Paese è in grado di rimanere forte e al sicuro agendo da solo ed egoisticamente. E l’Accordo è la dimostrazione che collaborare alla pace e alla sicurezza internazionali è possibile e può portare a raggiungere risultati positivi.

Recentemente, è emerso da fonti interne alla Casa Bianca che Trump vorrebbe solamente rinegoziare l’Accordo, denunciandolo ma bloccando al contempo la reintegrazione o l’introduzione di nuove sanzioni da parte del Congresso. Una mossa rischiosa, qualora si avverasse, ma che dimostrerebbe la mal sopportazione del multilateralismo da parte dell’impetuoso Presidente.

Michele Da Siena

 

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