IN EVIDENZA

Mr Trump va all’ONU

Trump nel suo primo discorso all’ONU difende lo Stato-nazione e attacca i “rogue States”. La sua Amministrazione si districa tra sovranismo e Asse del Male. Corea del Nord, Iran e clima i temi cruciali.

Trump, gli USA e l’ONU – Il 19 settembre scorso, il Presidente USA Donald Trump ha tenuto il suo primo discorso all’Assemblea Generale dell’ONU a New York. L’evento, a cadenza annuale, è un tradizionale appuntamento per i leader mondiali, e in particolare per i Presidenti USA, che nella storia hanno spesso sfruttato il palcoscenico delle Nazioni Unite per inviare messaggi al mondo. Celebre è, per esempio, il discorso con il quale George W. Bush, nel settembre del 2002, diede in sostanza il via al conto alla rovescia per l’invasione dell’Iraq, avvenuta pochi mesi dopo. La grande novità di quest’anno era rappresentata da Donald Trump, insediatosi a gennaio alla Presidenza degli Stati Uniti. C’era grande curiosità nel sistema delle Nazioni Unite. Il tycoon newyorkese non è infatti mai stato tenero nei confronti dell’ONU e, del resto, il partito repubblicano e la sua base politico-sociale nel corso degli scorsi decenni sono diventati sempre più ostili nei confronti del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali. Gli elettori di Trump vedono nelle Nazioni Unite uno strumento volto a soggiogare la sovranità statunitense o, nel migliore dei casi, una poco redditizia destinazione dei soldi dei contribuenti (gli USA sono il principale finanziatore del sistema ONU). Allo stesso tempo, tuttavia, la nuova ambasciatrice USA alle Nazioni Unite Nikki Haley, vincendo l’iniziale diffidenza dei colleghi, ha dimostrato di avere non disprezzabili qualità di leadership e di saper ottenere importanti risultati nel Consiglio di Sicurezza.

Embed from Getty Images

Fig.1 – L’ambasciatrice USA all’ONU Nikki Haley

Il discorso – Trump ha svolto un’appassionata difesa dello Stato-nazione e ha posto alla base del proprio intervento il concetto di sovranità. In sostanza, ha dato l’impressione di concepire le organizzazioni internazionali, in primis le Nazioni Unite, come mere sovrastrutture di un sistema fondato sugli Stati-nazione. Ha ribadito il concetto di “America first” (“l’America al primo posto” o “l’America prima di tutto”) e ha esortato anche gli altri leader mondiali a mettere il proprio Paese al primo posto nell’elaborazione delle politiche estere e interne. Il Presidente non ha esitato ad additare i nemici che minacciano l’ordine internazionale: i “rogue States” (gli “Stati canaglia”). La definizione non è affatto nuova e riecheggia la retorica di Bush sull’Asse del Male. Gli Stati (e le azioni loro imputate dall’inquilino della Casa Bianca) del resto sono sempre quelli, a parte l’Iraq: la Corea del Nord, che sfida il mondo e le stesse Nazioni Unite con i suoi programmi nucleare e missilistico; l’Iran, che finanzia il terrorismo e destabilizza il Medio Oriente e minaccia gli alleati regionali degli USA; Cuba, l’eterno nemico comunista nel cortile di casa; il Venezuela, ormai dittatura socialista. Trump ha quindi esortato gli Stati mondiali a unirsi per fronteggiare questi Stati canaglia e “respingere le minacce alla sovranità altrui, dall’Ucraina al Mar della Cina meridionale” (riferimento ben poco velato a Russia e Cina). Insomma, si registrano importanti novità nell’approccio del nuovo inquilino della Casa Bianca alla politica internazionale, ma esistono anche forti richiami alla tradizionale politica estera USA. Il tutto fornisce un quadro a volte contraddittorio. In particolare, Trump è sembrato piuttosto selettivo nelle condanne dispensate all’interno del suo discorso.

L’Iran e la Corea del Nord – L’intervento di Trump ha insistito soprattutto sul ruolo destabilizzante di due Paesi: Iran e Corea del Nord. Le rivalità tra Washington e Teheran e tra Washington e Pyongyang sono decennali e, nell’ultimo quarto di secolo, la questione nucleare ha innalzato notevolmente le tensioni. La differenza più importante è che, mentre l’Iran ha accettato nel 2015 di congelare il proprio programma atomico nel quadro di un accordo con gli USA e le principali potenze mondiali, la Corea del Nord sembra da tempo aver oltrepassato il punto di non ritorno nella lunga marcia verso il possesso di un arsenale nucleare in grado di minacciare in modo credibile il territorio statunitense. In entrambi i casi, tuttavia, per Washington è cruciale riuscire a lavorare efficacemente all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La diffusione di voci che l’Amministrazione potrebbe non certificare il rispetto iraniano dell’accordo in assenza di una chiara violazione da parte di Teheran non fanno altro che indebolire la posizione degli USA di fronte all’Europa e a Russia e Cina. Se Washington demolisse l’accordo sul nucleare con Teheran si ritroverebbe probabilmente isolata e nell’impossibilità di ottenere il varo di nuove sanzioni internazionali. Il rischio per Trump sarebbe allora quello di essere costretto a scegliere tra invischiare gli USA in una nuova, costosa e devastante guerra in Medio Oriente (una prospettiva poco invitante per la sua base elettorale) o assistere alla nascita di un Iran nucleare. In entrambi i casi si tratterebbe di un disastro di enorme portata per l’Amministrazione e per il Presidente.

Fig.2 – Un momento del discorso di Donald Trump all’ONU 

Gli accordi sul clima – Il ritiro degli USA dagli accordi di Parigi del 2015 sul clima, annunciato da Trump a giugno, è un altro dei punti di frizione tra il nuovo inquilino della Casa Bianca e il sistema ONU. L’intesa è stata firmata da 195 Paesi (in sostanza tutti gli Stati del mondo tranne il Nicaragua, che avrebbe voluto addirittura misure più incisive, e la Siria, alle prese con una devastante guerra civile). Nei giorni che hanno preceduto l’Assemblea Generale si è parlato di un possibile ripensamento di Trump, ipotesi smentita dalla Casa Bianca. L’Amministrazione ha sempre affermato che, nel caso in cui l’intesa fosse modificata in senso più favorevole per Washington, gli USA potrebbero rientrare nell’accordo. Tuttavia gli altri contraenti, in primis gli europei, si sono subito schierati nettamente contro questa possibilità. Riaprire il capitolo sugli accordi è infatti un rischio notevole, senza contare che si spianerebbe la strada ad altre eventuali rivendicazioni ad ogni cambio della guardia al vertice di questo o di quell’altro Paese firmatario. La procedura per il ritiro degli USA dall’intesa è comunque piuttosto lunga e non potrà essere completata prima del 2020. Insomma, sul clima l’isolamento degli USA è molto evidente e potrebbe notevolmente indebolire la posizione di Washington nel sistema multilaterale, posto che la questione del cambiamento climatico dominerà sempre più l’agenda internazionale.

Davide Lorenzini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: