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Le forze armate statunitensi alla prova di Mosul e Raqqa

Pfc. Adam Devries, an infantry Soldier in 1st Platoon, Company D, 1st Battalion, 8th Infantry Regiment from Fort Carson, Colo., patrols the streets of Mosul, April 1, with members of his company under as a Bradley Armored Personnel Carrier moves along side providing security.

Dal 22 settembre 2014 le forze armate statunitensi sono impegnate in Iraq e Siria, nel quadro di una coalizione internazionale di oltre 60 membri contro lo Stato Islamico. L’approccio adottato nei due Paesi è molto diverso, nel primo caso si è trattato di un intervento sollecitato dallo stesso Governo iracheno, nel secondo di azioni di appoggio a fazioni coinvolte nella guerra civile.

La richiesta d’aiuto di Baghdad è la diretta conseguenza di una serie di brucianti sconfitte subite dal suo esercito – ricostituito da pochi anni e ancora carente sotto diversi aspetti – ad opera delle milizie dell’ISIS, con la conseguente perdita di controllo del settentrione e dell’occidente del territorio nazionale. Fino all’autunno del 2016 gli USA ed i loro alleati hanno perseguito una strategia che poggiava su due pilastri: uno consisteva nella sistematica continuazione di attacchi aerei ed azioni condotte da forze speciali contro obiettivi sensibili (comandanti, depositi di materiali, grosse formazioni di irregolari), l’altro nella prosecuzione dell’addestramento dei reparti iracheni.

Questi sforzi sono stati premiati con la riconquista di Mosul il 24 luglio 2017[1]. Si tratta della seconda città più popolosa del Paese, e la sua liberazione rappresenta un significativo passo in avanti nella lotta contro l’ISIS, sia dal punto di vista strategico che da quello del morale.

L’ISIS occupava questo centro e le aree circostanti da quasi tre anni, ed in seguito ad una serie di vittorie conseguite nel 2014 contro l’impreparato esercito iracheno aveva anche avuto modo di impossessarsi di numeroso materiale bellico, stimato sufficiente ad equipaggiare tre divisioni[2].

Non deve dunque sorprendere l’importanza di questo successo sia per la credibilità del Governo e delle forze armate di Baghdad sia per quella dell’intervento internazionale. La campagna militare di Mosul ha visto impegnati sul terreno per più di 8 mesi regolari iracheni, peshmerga curdi e milizie sciite. Queste ultime sono una presenza di lungo corso nel panorama iracheno, esistendo sotto diverse forme sin dagli anni ’80 (Badr, Asahib Ahl al-Aq ecc…). Sono tradizionalmente appoggiate dall’Iran, e dal 2014 hanno ricevuto appoggio e consulenza dai corpi al-Quds, le forze speciali dei pasdaran iraniani.

Cruciale nella riconquista di Mosul è stato il ruolo di supporto aereo e di coordinamento garantito dalla task force CJTF -OIR (Combined Joint Task Force – Operation Inherent Resolve) a guida USA[3]. Le stime ufficiali riportano che nei soli mesi di gennaio e febbraio 2017 gli F-16 e gli F-15 dell’USAF, insieme agli F/A-18 dell’USN, hanno sganciato più di 7000 ordigni nel corso della battaglia per Mosul[4]. Questo senza contare le missioni condotte da AH-64 “Apache” e droni dell’esercito statunitense.  L’intensità delle sortite è aumentata man mano che parti della città venivano riconquistate, perché molti miliziani dell’ISIS fuggivano e si ritiravano fuori dall’abitato, venendo facilmente individuati. Questa impressionante potenza di fuoco è stata decisiva per fiaccare la resistenza islamista e spianare la strada alle truppe di terra locali, ma ha provocato gravissime perdite tra la popolazione. Purtroppo questi raid aerei sono stati i più distruttivi dalla guerra del 2003, e le stime delle perdite civili nel corso della battaglia per Mosul si misurano nell’ordine delle migliaia[5] (200 in un singolo raid, condotto il 17 marzo 2017). Il generale iracheno Saadi, comandante delle forze speciali in questo teatro di operazioni, ascrive buona parte della colpa ad interventi aerei richiesti dalle unità irachene per eliminare nidi di cecchini man mano che avanzavano nella città[6].

La stima delle forze del califfato presenti a Mosul varia a seconda delle stime, che oscillano tra le 2000 e le 12000 unità. Una delle poche fonti considerate attendibili, un blogger anonimo noto come “Mosul Eye”, affermava come vi fossero alcune migliaia di miliziani, ridotti a circa 2500 già nel febbraio 2017, e che quasi metà di essi fossero ragazzini (40%) o bambini (7%)[7].

È importante fare presente come nel 2010 siano ufficialmente cessate le operazioni di combattimento statunitensi in Iraq, e come ad oggi il loro mandato sia ufficialmente solo di consigliare ed appoggiare gli iracheni[8]. Si può intuire la crucialità dell’opinione pubblica americana a tal proposito, che dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003 ed il lunghissimo e sanguinoso dopoguerra non comprenderebbe né accetterebbe un nuovo dispiegamento di forze su vasta scala. D’altro canto le barbarie perpetrate dal sedicente Stato Islamico indignano il Mondo e mettono in pericolo il fragile ordine costituito in Iraq dopo anni di sacrifici, rendendo imperativa un’azione incisiva.

In questa cornice si inserisce la miriade di operazioni clandestine condotte da forze speciali[9] ed intelligence, che spaziano dal sopra citato addestramento di regolari e irregolari (in particolare curdi) alla ricognizione di lungo raggio fino alle azioni dirette. Il numero esatto di operatori in loco è classificato, ma sembra oscillare attorno alle 100 unità, con una certa variabilità[10]. Nel complesso la nuova strategia irachena adottata dagli USA è stata una scelta obbligata, ben implementata e che sta dando gli esiti sperati. Nessuno al Pentagono si fa illusioni su una rapida pacificazione o ripresa economica dell’Iraq, ma le forze armate USA hanno riacquistato prestigio e consenso, ed hanno saputo raggiungere gli obiettivi stabiliti in una situazione complessa e delicata.

Per quanto riguarda invece la situazione in Siria, l’assenza di un interlocutore universalmente legittimato dalla comunità internazionale mina dal principio gli sforzi statunitensi. Sin dallo scoppio della guerra civile siriana nel 2011 gli USA hanno adottato una linea ostile al presidente Bashar al-Assad, accusando il suo regime di gravi violazioni dei diritti umani e finanziando il cosiddetto “Esercito Siriano Libero” (ESL) ed altri gruppi paramilitari considerati moderati e democratici.

Col senno di poi questi piani si sono rivelati un fallimento, perché l’ESL non si è rivelato immune dalle critiche di violazione dei diritti umani rivolte anche al regime di Assad, ed in ogni caso è stato duramente indebolito dalle truppe governative e dalle formazioni islamiste, in primis ISIS ed Al-Nusra (sorta di succursale siriana di Al-Qaeda). Un piano di addestramento (POI, Program of Instruction) riguardante 15000 ribelli siriani “moderati” e costato ben 500 milioni di dollari è stato un fiasco ancora peggiore, con un tasso di diserzione che ha rasentato il 100% (all’ultimo appello, nel 2015, hanno risposto solo alcune dozzine di miliziani), un costo ingente e l’aggravante di aver formato ed armato potenziali nemici[11].

Come se tutto ciò non bastasse il regime baathista siriano ha un alleato di ferro nella Federazione Russa. Il presidente Putin ha espresso la propria solidarietà verso Assad sin dal 2011, solidarietà che si è concretizzata in rifornimenti, aiuti economici, armamenti moderni ed infine anche nella spedizione contingente interforze particolarmente agguerrito. Damasco è storicamente un partner strategico di Mosca per tre ragioni principali:

  1. è una delle “porte” per il Caucaso;
  2. l’interesse russo per lo sbocco nei mari caldi ha trovato riscontro nella concessione della base navale di Tartus;
  • Siria, Iran ed Hezbollah rappresentano un’asse sciita[12] strumentale per limitare i disegni statunitensi nella regione, per contrastare le iniziative saudite e per esercitare influenza sui giacimenti petroliferi dell’Iraq, che per circa 2/3 è popolato da arabi sciiti maldisposti verso i connazionali sunniti e curdi;

Pertanto oltre ad aver subito una battuta d’arresto iniziale ed a non avere un appoggio solido in Siria, Washington deve aggiungere all’equazione la presenza russa, membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che col potere di veto può bloccare virtualmente qualsiasi tentativo di risoluzione che non reputi consono.

Nonostante tutto i successi ottenuti dai russi in Siria e dagli statunitensi in Iraq hanno sensibilmente indebolito lo Stato Islamico e ridotto i suoi confini. La parabola discendente dell’ISIS ha avuto risonanza ben al di là del medio oriente, intaccandone il prestigio e riducendo il numero di volontari jihadisti che accorrono dall’estero.

Ad oggi gli USA schierano in Siria reparti delle forze speciali e per operazioni speciali, che collaborano in particolare con le milizie curde, apparentemente il loro alleato più affidabile e capace nella regione[13]. Sembra inoltre che per il momento la loro attività principale consista nell’addestrare e nell’”illuminare” bersagli per i raid aerei.

Dall’inizio 2017 i miliziani curdi ed alcune unità speciali statunitensi stanno stringendo la morsa attorno a Raqqa[14], la capitale dello Stato Islamico, facendo affluire rinforzi dal Kurdistan iracheno per un’offensiva in grande stile. Appare probabile dunque un maggiore coinvolgimento diretto americano nelle prossime settimane, anche perché i successi in Iraq permettono di liberare più risorse da impiegare altrove. Una delle novità dell’assedio di Raqqa è stato l’utilizzo di piccoli droni quadrimotore da parte dei ribelli siriani. Si tratta di dispositivi commerciali, utilizzati con profitto in ricognizioni a breve raggio nel difficile contesto della guerriglia urbana[15].

Dall’altra parte della barricata, dentro Raqqa, pare ci siano ormai circa 2000 miliziani dei 2500 presenti all’inizio dell’assedio[16]. Dopo un’avanzata relativamente rapida nei sobborghi della città le forze alleate hanno incontrato una resistenza più accanita, facilitata da tre anni di approntamento delle difese, che consistono principalmente in IED e postazioni fortificate. Lo stallo potrebbe essere stato anche influenzato dalla necessità americana di arrivare ad un accordo con la Russia riguardo al futuro del Paese, senza il quale non si può ragionevolmente pensare di poter attuare una qualsiasi opera di pacificazione.

Nel complesso le forze armate statunitensi hanno e stanno portando a termine i loro obiettivi con successo e mantenendo un livello di coinvolgimento ridotto. Senza l’appoggio USA e della coalizione internazionale è molto probabile che il Governo e le forze armate irachene non avrebbero saputo mantenere la coesione e preparare una controffensiva di successo, col risultato che lo Stato Islamico avrebbe potuto continuare a guadagnare terreno in Iraq e difendersi più efficacemente anche in Siria.

Oggi invece la fine del califfato sembra essere solo una questione di “quando” e non più di “se”.

FONTI

  • Arango T., Cooper H., US investigating Mosul strikes said to have killed up to 200 civilians, in “New York Times”, 24/03/2017
  • Barnard A., US Backed Forces Begin Assault on Raqqa, ISIS Stronghold in Syria, in “New York Times”, 06/06/2017
  • Bergen P., What US special forces are doing on the ground in Syria and Iraq, in “CNN Politics”, 31/10/2016
  • Browne R., Starr B., US troops “more exposed to enemy” in Raqqa than in Mosul, in “CNN Politics”, 12/07/2017
  • Cockburn P., The massacre of Mosul: 40000 feared dead in battle to take back city from ISIS as scale of civilian revealed, in “New York Times”, 19/07/2017
  • Hanna J., Obama: “Time to turn the page” as Iraq combat mission ends, in “CNN Politics”, 01/09/2010
  • Holloway A., Sharing a Border with ISIL – the World’s most dangerous State, in “The Daily Telegraph”, 26/09/2014
  • Kelly F., Coalition has supplied drones to Syrian Democratic Forces – spokeperson, in “grasswire.com”, 24/07/2017
  • Losey S., US and coalition airstrikes against ISIS spike as Mosul, Raqqa offensive heat up, in “airforcetimes.com”, 20/03/2017
  • Mosul Eye, Operation Western Bank Liberation, https://mosuleye.wordpress.com/2017/02/19/operation-western-bank-liberation-mosul/, 19/02/2017
  • Pellerin C., Iraq Forces Control Mosul, Fighting Continues in Raqqa, in “DoD News, Defense Media Activity”, https://www.defense.gov/News/Article/Article/1256239/iraqi-forces-control-mosul-fighting-continues-in-raqqa/, 24/07/2017
  • Pizzi M., More than 400 US military personnel to train Syrian rebels, in “Al Jazeera America”, 16/01/2015
  • Sisk R., US Special Ops Moving Quickly to Arm Kurds in Syria, in “military.com”, http://www.military.com/daily-news/2017/05/10/us-special-ops-moving-quickly-arm-ypg-syria.html, 10/05/2017
  • Sly L., Hezbollah, Russia and the US help Syria retake Palmyra, in “The Washington Post”, 02/03/2017
  • Townsend S., Remarks by General Townsend in a media availability in Baghdad, Iraq, in “inherentresolve.mil”, http://www.inherentresolve.mil/News/Article/1249025/remarks-by-general-townsend-in-a-media-availability-in-baghdad-iraq/, 11/07/2017

[1] Pellerin C., 2017.

[2] Holloway A., 2014.

[3] Townsend S., 2017.

[4] Losey, S., 2017.

[5] Cockburn P., 2017.

[6] Arango T., Cooper H., 2017.

[7] Mosul Eye, 2017.

[8] Hanna J., 2010.

[9] Bergen P., 2016.

[10] Bergen P., 2016.

[11] Pizzi M., 2015.

[12] Sly L., 2017.

[13] Sisk R., 2017.

[14] Barnard A., 2017.

[15] Kelly F., 2017.

[16] Browne R., Starr B., 2017.

Informazioni su Alessandro Paparella ()
Friulano, classe 1991. Laureando magistrale in Scienze Diplomatiche con una tesi sulla politica estera russa nel Mediterraneo orientale, sono sempre stato appassionato di storia, questioni militari e politica. Condivido coi miei colleghi l'interesse per l'attualità e la geopolitica, e scrivo per la sezione "difesa e veterani".

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