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Cosa è successo con il DACA?

President Barack Obama shows the Resolute Desk to young immigrants while giving them an Oval Office tour. The President met with the group of DREAMers, who talked about how they have benefited from Deferred Action for Childhood Arrivals, Feb. 4, 2015. (Official White House Photo by Pete Souza)

Qualche giorno fa, esattamente mercoledì 13 settembre, Nancy Pelosi, minority leader della Camera, (D-California) e Chuck Schumer, minority leader del Senato (D-NY), annunciavano di aver raggiunto un accordo con Donald Trump circa il Deferred Action for Childhood Arrivals, ovvero il programma di protezione per gli irregolari arrivati negli USA da minorenni, che il Presidente aveva promesso di revocare. Non appena i due hanno reso noto che Trump avrebbe concesso un’amnistia a tutti gli immigrati protetti dal programma in cambio di un rafforzamento della border security – ma senza prendere in considerazione la costruzione del muro –, si è scatenato un putiferio politico bipartisan.

Come già molti sanno, il DACA era stato approvato da Barack Obama nel 2012, e concedeva a tutti gli immigrati minorenni non in regola un permesso di soggiorno negli Stati Uniti della durata di due anni: attualmente sono circa 800.000 gli illegals (noti anche come dreamers) a beneficiare del programma; è altresì ben noto quanto questo provvedimento fosse effettivamente malvisto dal GOP, che riteneva fosse stato varato nonostante la sua palese incostituzionalità. Purtuttavia, lo speaker della Camera Paul Ryan (R-Wisconsin) e molti altri membri del Congresso, in particolare quelli eletti in circoscrizioni con una forte presenza di immigrati ispanici, avevano espresso una certa preferenza verso una soluzione quanto più “umana” della vicenda: un modo più edulcorato per dire che avrebbero preferito che il DACA rimanesse in piedi per evitare di non sopravvivere alle prossime mid-term, senza turbare l’elettorato più conservatore. Trump invece si era fatto signifer di tutti coloro che volevano fare a pezzi il programma di Obama, visto come un mezzo per inondare gli USA di immigrati, promettendo durante le primarie di terminare tale misura, di aumentare la sicurezza al confine, e, come ben sappiamo, di costruire il muro, salvo poi tornare, dopo l’insediamento, su posizioni meno incendiarie.

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Si arriva, dunque, al perdono dello sceriffo della Contea di Maricopa (Arizona) Joe Arpaio, emblema della linea dura contro gli immigrati, ed all’annuncio dell’Amministrazione di voler procedere con l’abolizione del DACA, il 5 settembre – anche se la notizia era già trapelata nei giorni precedenti: molti repubblicani si dicono abbastanza turbati da questa decisione, che però va a realizzare una delle più grandi promesse di the Donald, e soddisfa più di un governatore repubblicano (molti governi statali avevano minacciato di portare il programma davanti ad una Corte). Sembra essere stato decisivo nel convincere Trump il parere di uno degli ultimi falchi rimasti al suo codazzo, Jeff Sessions,  che lo aveva avvertito appunto del rischio che la misura venisse bocciata da un tribunale: era meglio dunque giocare d’anticipo, evitare un ricorso e mettere una spunta positiva sulla lista delle promesse da realizzare. L’estrema destra saluta con entusiasmo la mossa di Trump, anche se Steve Bannon sorprendentemente si dissocia. Trump, immaginando che si sarebbe sollevato un vespaio, intelligentemente cerca di tenere il piede in due staffe, dichiarando che avrebbe sì abolito il DACA, ma che avrebbe concesso anche sei mesi di tempo al Congresso per legiferare in materia, rassicurando i dreamers che non sarebbe stata intrapresa alcuna misura contro di loro durante questo periodo di transizione, e lasciando intendere che avrebbe preferito firmare una legge in favore degli immigrati, piuttosto che approvare l’ordine esecutivo che ne ordinava la deportazione. Questa posizione attendista lascia insoddisfatti un po’ tutti: tranquillizza moderatamente il Congresso, genera qualche brontolio nella base.

Iniziano intanto ad addensarsi sul Partito Repubblicano plumbei nuvoloni gravidi di pioggia – e non sono quelli di Harvey o di Irma: come un fulmine a ciel sereno si abbatte la scure sul tetto del debito, ed i boia che la brandiscono sono lo stesso Donald, Nancy Pelosi e Chuck Schumer, più o meno all’insaputa dei leader del GOP; pare che il Trump train stia imboccando un nuovo scambio, cercando una maggiore collaborazione con i democratici e scaricando tutti coloro i quali non sono riusciti a mandare in porto neanche una singola riforma.

Finalmente si arriva al giorno in cui scoppia la tempesta perfetta: sempre Schumer e la Pelosi annunciano di aver raggiunto il tanto chiaccherato accordo.  Mentre tra i democratici la notizia è accolta con una certa sorpresa, la leadership repubblicana è invece presa totalmente in contropiede, e cerca di elaborare raffinate giustificazioni di sorta; ma, nello stesso momento in cui McConnell, majority leader in Senato (R-Kentucky), dichiarava di essere pronto a “ricevere la proposta di legge del Presidente in materia”, l’estrema destra, in preda ai fumi dell’ira funesta, iniziava a rigurgitare improperi, insulti, stretta tra Breitbart tutta impegnata a darsi all’interpretazione “creativa” di alcuni tweet del Presidente, cosa finora non insolita tra meda più liberal, e Ann Coulter (famosa opinionista conservatrice) che gridava all’impeachment con foga rivoluzionaria e probabilmente bruciava le copie del proprio libro intitolato In Trump we trust. Nel frattempo il Presidente – o chi per lui –, agitava compulsivamente i pollici sulla tastiera dello smartphone inviando la consueta raffica di tweet, con cui negava tutto. Un bel macello, insomma, nella migliore tradizione tardoimperiale romana. Ma andiamo con ordine, cercando di scandire i momenti salienti della vicenda (ricordiamo che tutto si è svolto tra il 13 ed il 14 settembre) e di venire a capo del groviglio di dichiarazioni che si sono succedute.

I democratici annunciano di aver raggiunto un accordo con il Presidente (13 settembre, sera). Viene comunicato alla stampa l’esito dei colloqui tra Trump e i leader del DNC. Breitbart News, senza nascondere lo sbigottimento – in particolare per la faccenda del muro –, pubblica articoli del tipo “Trump da’ bidone sul DACA: amnistia a più di 800.000 irregolari”. Sarah Sanders, portavoce della Casa Bianca, con un tweet dichiara che, “sebbene siano stati discussi sia il DACA che la border security, di certo non ci si è accordati sull’esclusione del muro”.

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Il GOP in modalità damage control (tra il 13 ed il 14 settembre). I repubblicani, appena appresa la notizia, si sentono traditi dal Presidente, e sono decisamente irritati per non essere stati consultati: cercano di allentare la tensione liquidando l’accordo come inesistente; il majority whip in Senato, John Cornyn (R-Texas), afferma che, anche se un accordo fosse stato preso, comunque non sarebbe stato vincolante per nessuno, e che ben 533 membri del Congresso (cioè tutti tranne Schumer e la Pelosi) avrebbero preferito ponderare meglio la vicenda. Alcuni repubblicani sostengono che Trump si era già consultato con McConnell e con Ryan, senza però avvisarli che avrebbe escluso il muro dalle trattative. Il primo, come abbiamo già visto, ha glissato dicendosi desideroso di ricevere la proposta legislativa dell’Amministrazione, il secondo ha prontamente parato il colpo escludendo che Trump abbia preso un accordo vincolante con i democratici: la linea del Partito è in generale quella dell'”hanno solo discusso”.

Trump nega tutto, senza convincere troppo (14 settembre, tarda mattinata). Il Presidente inizia il fuoco di sbarramento a mezzogiorno, aprendo le ostilità con quattro tweet: prima di tutto rassicura che non esiste nessun accordo, dopodiché proclama che la costruzione del muro, attualmente in corso sotto forma di restauro dei vecchi, e già esistenti, recinti e muri, sarebbe continuata. Conclude con un due tweet che convincono poco la base e sembrano lasciar intendere l’opposto di quanto prima si era scritto: il Presidente si chiede se davvero sia il caso di cacciare dagli USA immigrati giovani ed istruiti, impiegati in alcuni casi anche nelle forze armate.

L’Alt-Right rompe gli indugi e i democratici non si rimangiano nulla (14 settembre, intera giornata). L’estrema destra non manda giù il secondo tweet del Tycoon: Trump viene accusato in diversi articoli di essere stato ingannato dai democratici, e soprattutto di aver rinnegato la sua promessa-chiave, ovvero la costruzione del muro. Laura Ingraham, un’altra nota opinionista conservatrice, accusa di non aver sentito mai parlare di “recinto”, e profetizza una futura débâcle elettorale per il GOP. Nel frattempo,  Chuck Schumer e Nancy Pelosi, attaccati dalla sinistra del Partito, in risposta ai tweet di Trump, si giustificano asserendo che, sebbene i dettagli non siano stati ancora rifiniti, il Presidente sembrava d’accordo il linea di massima con quanto affermato durante l’incontro: cioè che avrebbe rinunciato ad inserire il muro nell’accordo, pur non rinnegando la volontà di costruirlo, e che in cambio avrebbe ottenuto importanti concessioni in materia di border security.

I fatti iniziano ad essere più chiari (14 settembre, pomeriggio-sera). Trump aggiunge successivamente che l’accordo ci sarà solo nel caso in cui i dem accetteranno massicce misure in materia di sicurezza – sostanzialmente confermando la versione di Schumer –, e che i fondi per il muro sarebbero arrivati “un po’ più tardi”. Quest’ultima dichiarazione sembra far infuriare anche i repubblicani più conservatori – e turbati: il Rappresentante Steve King (R-Iowa) scrive che, se le cose stanno proprio così, “la base è ‘esplosa’, distrutta e disillusa senza alcun rimedio. Ormai nessuna promessa è credibile”. Il Senatore Rand Paul (R-Kentucky) ritiene che Trump abbia intrapreso un nuovo corso sull’immigrazione a “suo rischio e pericolo” e che la sua base “sarà molto, molto poco soddisfatta”.

Questo è a grandi linee ciò che è successo: come si può vedere, è tutto abbastanza confuso, con moltissime dichiarazioni che si contraddicono a vicenda e forniscono sempre nuove versioni dei fatti. Alcune cose, tuttavia, risultano ben chiare: prima di tutto, l’avvicinamento di Trump ai democratici; anche se l’accordo non andrà in porto, è abbastanza palese che la leadership repubblicana sia stata tenuta all’oscuro di una parte non si sa quanto considerevole di esso, e che la trattativa si sia svolta direttamente tra il Presidente ed i democratici senza nessuna altra mediazione. In secondo luogo, l’Alt-right è stata molto più drastica del solito: mentre in passato tendeva a scaricare la colpa sul clan “globalista” annidato nella West Wing (come è stato fatto, ad esempio, per le dimissioni di Bannon), oppure a ritenere che vi fosse una “strategia” di riserva che spiegasse le azioni del Tycoon, stavolta ha concesso pochissimo. L’articolo di copertina della mattina del 15 settembre sulla pagina di Breitbart News è del resto emblematico e poco rassicurante per Trump; un cappellino “Make America Great Again” in fiamme, con un enorme titolo incombente sull’immagine: “Trump supporters begin burning MAGA hats in protest against amnesty-for-no-wall deal with dems”; e più in basso: “You have become the swamp”.

Vincenzo G. Romeo

 

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