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Dal Travel Bannon allo Steve Ban: una carriera come Chief Strategist

Chief Strategist, questo il ruolo assegnato da Donald Trump a Steve Bannon durante la sua breve – o lunga, se si deve giudicare con il metro di questa Amministrazione – permanenza nella West Wing. Ritenuto da alcuni detrattori l’“anima nera” del trumpismo, il “vero presidente” da altri, l’“eroe populista” dai suoi sostenitori, è rimasto legato alla poltrona per circa sette mesi, prima di decidere, più o meno volontariamente, di dimettersi dal proprio ruolo. Questo allontanamento è sintomatico di una frattura ben più ampia in seno all’Amministrazione che si riproduce perfettamente anche nel Partito Repubblicano, e le cui conseguenze potrebbero non essere piacevoli per quest’ultimo. È quasi passato un mese dalle sue dimissioni: che bilancio si può dare del suo operato? Possiamo giudicarlo efficace o meno? Soprattutto, cosa effettivamente può aver sbagliato Steve Bannon per essere rimosso così presto?

Innanzitutto, si può notare come ruolo dell’ex di Goldman Sachs sia andato continuamente ridimensionandosi nel tempo: dopo una partenza in discesa, con la piena fiducia del Tycoon, sotto gli auspici degli operai del Nord e la benedizione degli evangelici del Sud, Steve Bannon ha ottenuto una prima, facile vittoria con il ritiro dal TPP (Trans-Pacific Partnership, un accordo di libero scambio che includeva, tra gli altri, USA, Giappone e Canada), in ossequio all’agenda nazional-populista propugnata da lui stesso e dal Presidente.

Dopodiché, si è immediatamente profuso per far passare il tanto contestato Travel Ban, che impediva ai cittadini di sette paesi ad alto rischio terror­­ismo l’accesso negli USA; un provvedimento decisamente fedele alle promesse elettorali, ma politicamente estremamente sfortunato, sia per il Presidente che per il suo Capo Stratega. Quest’ultimo, infatti, ha praticamente “inaugurato” il quadriennio Trump con una mossa, al di là delle considerazioni di parte che si possano trarre, estremamente divisiva, invece di focalizzarsi sui più rilevanti traguardi che si poneva l’Amministrazione, come l’enorme iniezione monetaria sotto forma di investimenti per le infrastrutture promessa dal Presidente; un piano simile era stato sostenuto peraltro anche da diversi democratici, tra i quali i senatori Chuck Schumer (D-NY) e Bernie Sanders (D-Vermont). Bannon ha commesso il grave errore di ignorare questa ghiotta opportunità e di inerpicarsi per un sentiero poco battuto, e subendo una delle prime reali sconfitte dell’Amministrazione – ovvero la bocciatura del Ban.

Il Travel Ban, assieme alla volontà di voler subito smantellare l’Obamacare,  non ha fatto altro che scavare un abisso politico tra Repubblicani e Democratici, rendendo di conseguenza quasi impossibile trovare accordi stabili per realizzare il programma di Trump. Quest’ultimo, dal canto suo, poco soddisfatto dalle scelte di Bannon e dalle sconfitte a cui esse avevano portato, ha iniziato a prestarvi sempre meno attenzione, rivolgendo il proprio sguardo verso lidi più moderati – ed in questo caso anche più “globalisti”. Sotto un certo punto di vista, il Presidente si è visto quasi costretto a rivolgersi alle “colombe” dell’Amministrazione: di certo questo non ha fatto piacere alla base, né ha permesso una rilevante vittoria al Congresso, ma è parsa una strada obbligata da percorrere per riuscire a realizzare almeno qualche altra promessa elettorale.

La rimozione dal National Security Council, susseguente alle dimissioni del generale Flynn ed all’ascesa di McMaster, i veleni con Jared Kushner, le accuse di essere un leaker, non hanno fatto altro che intorbidire ancor di più l’ascendente sul Presidente di Bannon; di certo ciò che ha impedito a Trump di licenziarlo immediatamente è stata la paura di perdere l’appoggio della base che faceva riferimento a Breitbart: al contrario, dopo l’esaurimento dell’apporto politico che Bannon avrebbe potuto dare all’Amministrazione, egli è rimasto in ogni caso un potente simbolo, un “talismano” nelle mani di Donald Trump, che, tenendolo assieme a lui al timone, veicolava proprio il messaggio che la base voleva sentire: il programma “Make America Great Again” era in ogni caso da realizzare, il Presidente non avrebbe ceduto così facilmente ai globalisti, ai RINOs, al clan controllato dalla Goldman Sachs.

Tuttavia, non sono stati solo gli sbagli di Bannon ad isolarlo sempre di più da Trump. Quando Anthony Scaramucci, l’effimero successore di Sean Spicer come Press Secretary, rilasciò la celebre intervista telefonica in cui ricopriva di insulti più di un individuo chiave dell’Amministrazione, apostrofò il Capo Stratega Bannon come un arrivista, la cui volontà era solo quella di costruirsi un “brand” autonomo, sfruttando la scia del Presidente. Vero o meno, questa era più o meno l’opinione di gran parte della stampa, che additava Bannon come “il vero Presidente”, come colui che tirava le fila all’interno del Governo. E questo, oltre a preoccupare enormemente l’establishment repubblicano, dava estremo fastidio anche a the Donald, disturbato dal fatto che un suo subalterno gli rubasse la scena.

La presunta pericolosità insita in lui e classicamente denunciata da giornalisti e politici, il suo essere in qualche modo ritenuto in società con le frange più estreme del nazionalismo bianco – ed in questi casi non importa se le accuse siano vere o meno –, hanno reso sempre più pesante e politicamente insostenibile la propria posizione agli occhi della fazione moderata dell’Amministrazione, che alla fine è riuscita a liberarsi di lui dopo gli scontri di Charlottesville. Le vicende che hanno portato alle dimissioni di Bannon in agosto non sono affatto chiare; ma, sia che si sia trattato di un piano concordato con Trump in precedenza, sia che sia stata la decisiva vittoria dei “globalisti” sugli estremisti, è risultato chiaro a tutti che le dimissioni non potevano essere più procrastinate. E Bannon stesso sembrava già prefigurarsi una fine del genere, avendo egli previsto con estrema precisione che la propria permanenza nel Governo sarebbe durata all’incirca otto mesi: permanenza caratterizzata da errori da parte del paladino dell’Alt-Right, che ha investito la maggior parte dei propri sforzi su delle mosse d’“impatto” piuttosto che su una strategia più ad ampio respiro – ed anche più bipartisan –, ma anche da lotte intestine e rivalità difficilmente ricomponibili se non attraverso il “ridimensionamento” di uno dei due schieramenti.

Vincenzo G. Romeo

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