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La dottrina del Chief Strategist. Il nazionalismo economico di Bannon (e della Presidenza) un mese dopo il suo allontanamento

In generale, il nazionalismo economico è un’ideologia che enfatizza il controllo domestico sull’economia, affermando l’esigenza di mantenere capitali e posti di lavoro in patria. Essa si intreccia con il nazionalismo in senso generale, presentandone -per così dire- il suo versante economico. E’ una filosofia che inevitabilmente si sposa con il protezionismo, visto che entrambe sostengono l’imposizione di dazi e tariffe, con il fine proteggere l’economia nazionale dalla concorrenza straniera, considerando ciò come il metodo migliore per promuoverne la crescita, insieme a pratiche quali nazionalizzazioni di settori strategici. Nel corso della storia si sono viste molte politiche di tal segno, a cominciare dalla Francia seicentesca di Colbert, per arrivare all’ondata di chiusura economica che seguì la crisi del ’29, passando per la fase di protezionismo che, nel XIX secolo, fu praticato da molti Stati che puntavano a far nascere e crescere la propria industria.
Proposte simili sono tornate di attualità in Europa, specie dopo la crisi del 2008, sponsorizzate da partiti quali la Lega Nord e il Front National, in opposizione alla globalizzazione e all’europeismo. Come ben sappiamo, retoriche protezionistiche sono diventate frequenti anche negli Stati Uniti, con Trump e Steve Bannon, per l’appunto, a farne da alfieri. Dall’altro lato della barricata, idee simili sono state propugnate vivacemente da Bernie Sanders, il cui programma macroeconomico aveva alcuni aspetti non molto diversi da quello del magnate newyorkese. Del resto, una volta un sindacalista francese raccontò che quando lesse un volantino del Front National ad alcuni operai, senza dire chi lo avesse scritto, essi ne approvarono pienamente il contenuto.
La retorica di Trump, dunque, è sempre stata ricca di nazionalismo economico, specie in campagna elettorale, con le familiari dichiarazioni di riportare la produzione e i posti di lavoro sul suolo degli Stati Uniti, anche attraverso l’abbandono o ridimensionamento di alcuni dei principali trattati internazionali di cui Washington fa parte, o addirittura a costo di una guerra doganale con la Cina. Non solo, questa ideologia si può anche ritenere come un corollario essenziale del concetto di America first. Ebbene, l’ideologo del nazionalismo economico nella sua riproposizione americana è per l’appunto Steve Bannon, il cui programma economico poggiava su fondamenti piuttosto distanti dalla tradizione del Partito Repubblicano. Bannon, e a sua volta Trump, si è sempre fatto promotore di politiche protezionistiche, ponendo con forza l’enfasi sulla necessità di ridurre il deficit nella bilancia commerciale che Washington ha verso il resto del mondo. A lui è soprattutto dovuta la retorica contraria alle compagnie e alle industrie che lasciano gli Stati Uniti per trasferirsi in paesi che offrono condizioni più favorevoli. Tale linea di pensiero è figlia della concezione dell’ex Chief Strategist per cui le aziende dovrebbero essere più responsabili verso le comunità in cui operano, offrendo ai concittadini aiuto e posti di lavoro. Ed è proprio questa la retorica che ha conquistato il voto della “Rust Belt”, quell’insieme di Stati del Midwest che in seguito alla deindustrializzazione e alla terziarizzazione del paese hanno visto un’impennata della disoccupazione per la sua classe operaia.

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Iniziative di questo segno sono state, ad esempio, il ritiro dal Partenariato Transpacifico e la proposta della Border Adjustment Tax -avanzata in realtà non dall’Amministrazione ma dai repubblicani del Congresso-, ovvero una tassa sui prodotti importati. Va tuttavia detto che, alla prova dei fatti, non si tratta di iniziative così significative quanto sembra: la ratifica del Tpp sarebbe stata già di per sé problematica, mentre la Border Adjustment Tax è stata in seguito ritirata, per via dell’opposizione di buona parte del mondo economico e dato che avrebbe potuto causare un sensibile aumento dei prezzi dei beni negli Stati Uniti, insieme a un indesiderato rafforzamento del dollaro. Oltre al protezionismo, Bannon e Trump hanno sempre parlato di massicci investimenti pubblici nelle infrastrutture, al fine di stimolare la crescita economica, anche a costo di un ingrandimento del deficit e del debito federale -in maniera simile a come i partiti nazionalisti d’Europa si oppongono all’austerity-. Anche questo si scontra con la tradizione repubblicana, dato che il Gop è storicamente piuttosto contrario tanto riguardo all’intervento dello Stato nell’economia quanto riguardo a peggioramenti nei conti pubblici.
Gli esponenti del nazionalismo tendono inoltre, specialmente al giorno d’oggi, ad appellarsi all’indebolimento della classe media e a contestare le classe ricche o, più in generale, i “vincenti della globalizzazione”. Lo stesso Bannon aveva infatti detto che la sua ideologia non si basa tanto su repubblicani o democratici, ma su classe media contro élite, nazionalisti contro “globalisti”. Tutto ciò si intreccia con il malanimo contro l’establishment, indirizzato verso i politici di Washington, i vertici repubblicani e gli esponenti di Wall Street -anche a causa di vicende biografiche di Bannon, il cui padre ha avuto serie difficoltà economiche in seguito al tracollo della Borsa nel 2007-08-. Per tutte queste ragioni, la filosofia economica della Presidenza è stata anche definita “populismo economico”, specialmente per il suo versante di politica domestica -termine però applicato per la prima volta con riguardo al Sud America-. E’ comunque bene chiarire che la parola “populismo” è qui usata per delineare una corrente che propone alcune piuttosto chiare misure di politica economica, e non nella sua accezione per cui oggi è ampiamente inflazionata, ossia come termine volto a stigmatizzare un avversario politico.

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Per finire, il nazionalismo economico trova riscontro in una delle quattro tradizioni della politica estera americana individuate dallo storico Mead, e dunque anche in una certa parte della cultura del paese. Si tratta del filone dell’Hamiltonismo, che prende il nome dal segretario del Tesoro del governo di George Washington, Alexander Hamilton, il quale promosse l’idea di uno Stato centrale forte che investisse in infrastrutture per supportare la nascente manifattura, insieme a politiche protezionistiche. Notiamo dunque come Trump abbia cercato di unire nella sua campagna elettorale alcuni aspetti in linea con il nazionalismo economico e altri in linea con l’ortodossia repubblicana, nelle proposte di detassazioni e deregulation. Resta però ancora da vedere che direzioni prenderà effettivamente l’agenda macroeconomica del governo, a maggior ragione dopo l’allontanamento del Chief Strategist. A questo proposito, bisogna tener presente che ci sono ancora nazionalisti economici a coprire cariche rilevanti dell’Amministrazione, quali Lighthizer come Trade Representative e Ross come segretario del Commercio. Pertanto, questa ideologia potrebbe ancora avere influenza sulle scelte del Presidente, che, verosimilmente, dovrà anche cercare di non perdere l’approvazione dello stesso elettorato recentemente conquistato.

Informazioni su antoniopilati ()
Da Brescia, classe 1995. Sono studente di Scienze politiche internazionali. Amo da sempre la storia, di qualsiasi periodo, e la geografia, soprattutto nel fare ricerche sui vari Paesi e le loro caratteristiche. Sono molto interessato agli Stati Uniti sotto ogni aspetto, in quanto Paese che ritengo avvincente e unico: non solo differente rispetto a qualsiasi altro, ma anche estremamente variegato al suo interno. Sono inoltre appassionato di calcio, di videogiochi strategici, di viaggi -specialmente per le grandi città-, che adoro preparare con la massima precisione. Per “The American Post”, mi occupo del Partito Repubblicano e curo la “Rubrica storica”.

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