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Dall’occhio del cielo al ritorno dell’incertezza: uno scorcio sul pensiero militare di McMaster

“Siamo offesi e con meno armi rispetto a molti potenziali avversari” con queste parole McMaster spiegava al Senato la situazione generale delle forze armate secondo il suo punto di vista durante una audizione nel 2016, quando era direttore del Centro di Integrazione Capacità dell’Esercito.
La traduzione italiana non rende però rispetto ai termini, di difficile traducibilità nel loro pieno senso, outraged ed outgunned intesi a trasmettere un senso di sconforto ed inferiorità ancora più marcato.

Qualcuno potrebbe pensare che tale visione di McMaster derivi dai risultati di certo non vittoriosi in Afghanistan, Iraq ed altri scenari di crisi nel quale le forze statunitensi si sono viste impegnate, eppure non è così. In realtà la sua è una profonda critica alla gestione delle forze armate statunitensi e alle dottrine usate negli ultimi 20 anni.

Facciamo un passo indietro. La campagna lampo in Iraq, Desert Storm, è stato un successo, una breve campagna aerea impone il ritiro delle forze armate yugoslave dalla Bosnia, meno bene andò la campagna aerea in Kosovo, ma sul momento venne vista come un grande successo miltare minata solo da problemi tecnici e non di strategia militare stessa. Siamo nei pieni anni ’90 e la Revolution in Militair Affairs è diventata la corrente ortodossa di pensiero. Nata in seno all’aviazione e alla marina statunitense viene adottata in fretta anche dall’esercito statunitense nel tentativo di non vedersi tagliato fuori dalla ‘rivoluzione’ in atto che prometteva guerre veloci, a basso costi e ‘senza sangue’. Lo stesso fallimento totale di Mogadisho non viene letto come un fallimento di tale idea, ma come semmai proprio la mancata applicazione di tale idea a causa di limiti tecnologici. Vedersi tagliati fuori da tale rivoluzione sarebbe voluto dire perdere fondi e potere rispetto alle armi ‘tecniche’ per definizione, ad esempio nel FY2004 furono cancellati 24 programmi dello US Army e 50 della US Navy e destinati a programmi relativi alla trasformazione tecnologica.

Superare il principio clausewitziano della nebbia di guerra, questo è il fulcro della RMA. Da questo principio discendono le Full Spectrum Dominance, la guerra net-centrica, l’information warfare (da non confondersi con quella di stampo sovietico/russo che pur avendo lo stesso nome indica un campo di applicazione principalmente nel settore della sorveglianza ed operazioni attive sui media civili, mentre quello statunitense riguarda l’ottenimento in maniera passiva ed attiva delle informazioni in campo militare) da cui l’information dominance ed infine la e Rapid Decisive Operation e la Effect Based Operation. Tutte queste dottrine, strategie e modus operandi sono accomunati dalla ferma convinzione che lo sviluppo tecnologico permetterà di ottenere il dominio di informazioni sull’avversario: ogni sua mossa sarà conosciuta, tutto ciò comporterà una grande flusso di informazioni che analizzato in maniera distribuita tra analisti dispersi sul territorio e a vari livelli permetterebbe addirittura di ottenere un certo grado di predittibilità del nemico in maniera scientifica in maniera da poter colpire con economia di forza i punti vitali del nemico ed obbligarlo quindi a seguire la strategia imposta dagli US (quest’ultimo punto non molto differente dalla idea di pressione graduale di McNamara).

Aviazione e Marina, favoriti dal loro scenario di operazione lineare (aria e oceano, sulle brown water o acque sotto costa peraltro si potrebbe discutere), sviluppano adeguatamente tali concetti trasformandoli in concetti operativi che parzialmente dimostrano col tempo anche una certa accresciuta efficacia, ma contrariamente a quanto si supponeva la nebbia di guerra non viene meno come dimostrerà nel 1999 il caso serbo dove a fronte di mesi di campagna aerea le perdite di hardware serbo fu sostanzialmente limitato e la forza aerea spesso materialmente incapace di evitare le pulizie etniche ai danni dei kosovari per l’incapacità di discernere gli obiettivi. Cosa che negli anni successivi si verificherà più volte in Afghanistan ed Iraq imponendo ROE spesso molto strette per via del rischio di fuoco amico o di bombe lanciate sui civili (i cui casi non si contano, anche clamorosi) per quanto l’evoluzione della sensoristica permetta, e va riconosciuto, un intervento sempre più preciso e puntuale della forza aerea stessa rispetto agli anni passati.

Per l’Esercito questo si traduce in un riduzione delle organica delle divisioni che vedono perdere molti dei loro supporti (in particolare l’artiglieria pesante a lungo raggio), in favore della mobilità e la nascita delle Striker Brigate su ruota in grado di essere ridispiegate via aerea.

La perdita di capacità di fuoco secondo i decisori militari dell’epoca sarebbe rimpiazzata dalla superiore capacità di raccolta e distribuzioni informazioni statunitense.

Tale rivoluzione teorica e organizzativa, però si innesta, a partire dal 2001, alla sfida lanciata da Al Qaeda e viene messa alla prova durante l’avventura militare in Iraq del 2003. In quegli scenari tale rivoluzione teorica e organizzativa viene messa a dura prova. Le Striker Brigade si rivelano inadatte al combattimento urbano, nonostante fossero state ideate proprio per questo scenario, la forza aerea si vede obbligata a riscoprire di non avere sotto controllo il terreno di battaglia (per quanto ce lo abbia dei cieli), il training per le forze di base ritorna ad essere quello tradizionale.

Unica forza che negli anni ’90 e primi 2000 rifiuta almeno in parte la RMA sono i Marine, pur in una ottica expeditionary -com’è naturale che sia visto il ruolo dei Marine- sviluppano e approfondiscono i concetti relativi alla manovra e potenza di fuoco sul campo di battaglia. Le Marine Expeditionary Force, ma anche le più piccole Marine Expeditionary Unit (che sono le task force più piccole dei Marine, sostanzialmente a livello di brigata autonoma), sono infatti unità pluriarma estremamente flessibili ed autonome, in grado di operare con una completa panoplia di sistemi e ricche di supporto di fuoco. Carri armati, fanteria meccanizzata, elicottteri d’attacco, elicotteri da trasporto, aerei da combattimento, artiglierie a lungo raggio, mezzi logistici appoggiati dai mezzi della Navy assegnati specificatamente al loro trasporto e supporto.

McMaster in Crack to the foundation :Defense Transformation and the Underlying Assumption of Dominant Knowledge in Future War elogia proprio i marines e ringrazia che le truppe dell’esercito continuino ad essere addestrate in maniera convenzionale. Il generale durante tutti gli anni ’90 e anni 2000 è stato letteralmente un eretico nell’ambito del pensiero militare statunitense, eretico rispetto ad un pensiero ortodosso che in realtà comincerà a vedere le prime picconate da parte di Petraeus che, a fronte di una situazione prossima al collasso in Iraq e Afghanistan, riesuma l’human intelligence (mal considerata dalla RMA), i contatti con la popolazione e cosa più importante: la presenza e la potenza di fuoco sul terreno.

Per quanto Petraeus picconi di fatto il pensiero cardine della RMA questo non muore, in realtà l’amministrazione Obama, alla ricerca di una soluzione per uscire dai due pantani si ritrova ad applicarne molti dei concetti. Le operazioni militari ritornano ad essere robuste operazioni di polizia, l’ampio uso dei droni con affidamento alla CIA si può vedere come un tentativo di applicare la minima forza disponibile sui gangli considerati vitali del nemico, la stessa grande attenzione generale al distruggere la struttura dei talebani è un risultato del pensiero figlio della RMA che vede il nemico come una serie di nodi: tipico pensiero della Operation Net Assement (ONA) è che il nemico sia un sistema di sistemi e che il nemico non sarebbe in grado di rispondere adeguatamente al cambiamento veloce diventando vittima di un effetto a cascata cumulativo che quindi permetterebbe alle forze alleate una vittoria rapida e lineare.

La situazione sul campo ha dimostrato come questo pensiero sia fallace.

Crack to the foundation di McMaster, che abbiamo già citato, è uno scritto del 2003 ed è incentrato proprio in una lunga, feroce ed estremamente dotta critica della RMA e dei suoi epigoni.

McMaster riprende dichiaratamente il concetto di nebbia di guerra di Von Clausewitz e sulla base di questo attacca ogni singolo epigono della RMA; il suo non è solo un pensiero teorico, accompagna e fa discendere le sue considerazioni dalle analisi dei risultati dei conflitti stessi dalla Guerra del Golfo fino a Iraq Freedom (con un lungo commento sulla operazione Anaconda e sui bombardamenti in Kosovo e Serbia in particolare) mettendo in luce proprio le discrepanze tra dottrina e pratica.

Molto intelligentemente non esita neanche a mettere in luce le contraddizioni insite nelle stesse dottrine, una delle sue critiche più argute riguarda proprio la visione del mondo proposta dal Join Operation Concept del 2003 dove al concetto di Full Spectrum Dominance capace di percepire, capire, decidere e agire più velocemente di qualsiasi avversario (con esplicito occhio ad ottenere il minimo impatto sul bilancio nazionale e alle vite umane, testuale), però si affianca l’antitetica affermazione di un mondo instabile dove la nebbia e l’attrito di guerra possono colpire senza preavviso (come esplicato a pagina 6).

Nella sua dissertazione poi non esista a far notare i conseguenti non sense organizzativi che da tali teorie sono derivati: se tali teorie vorrebbero una catena di comando più decentralizzata non si può non notare come però molti aspetti siano stati centralizzati, come quello del supporto di fuoco a lungo raggio o dell’uso delle forze speciali, limitando molto le possibilità di azione delle forze di terra in particolare, nonostante l’idea stessa di “Qualità dei pugni” allora vigente nello stesso US Army ed in generale del Dipartimento della Difesa.

Per quanto non manchino stoccate anche alla carenza di una chiara strategia politica o critiche rispetto a leadership politiche debole in cerca di soluzioni a basso costo ed impatto nelle operazioni condotte, la sua critica principale -e feroce-, nello scritto in questione, è contro l’establishment militare che ha accettato in toto il pensiero di una guerra senza nebbia di guerra senza preoccuparsi di validare il concetto (critiche ribadite anche in tempi più recenti) nel tentativo di vendere meglio la propria forza armata e relativi programmi ai decisori politici.

McMaster un generale di rottura quindi?

Il pensiero di McMaster è fortemente tradizionale, se si può dire di rottura lo si deve fare rispetto ad un certo modo di vedere la guerra negli ambiti militari statunitensi (modo di pensare comunque in declino almeno nelle forze terrestri); non bisogna farsi trarre in inganno pensando che sia un mero passatista però: McMaster non è contro le nuove tecnologie e contro il loro uso, anzi, ne indica i vantaggi più volte. Quel che McMaster contesta è l’approccio manageriale/informatico alla guerra.

La visione clausewitziana della guerra denota infatti il profondo radicamento di McMaster nel filone di pensiero militare classico che vede nella guerra non operazioni di polizia particolarmente armate o operazioni condotte secondo schemi di efficienza economica (di forze, ma non solo) e neanche operazioni da condurre secondo schemi manageriali di costruzione di una campagna marketing (come possono essere le Effect Based Operation), ma per l’appunto vede nella guerra un continuamento della politica (da cui la necessità di una leadership che sappia prendere decisioni valutando i fattori in campo -l’analisi di McMaster dell’operazione Allied Force in questo è particolarmente illuminante del suo pensiero- e che le sappia portare avanti con la necessaria determinazione) dove attori diversi si scontrano con le proprie forze militari facendo perno sui propri punti di forza e sulle debolezze dell’avversario in un contesto dove confusione ed indeterminatezza, per quanto riducibili, la fanno comunque da padrone.

L’attacco missilistico alla base siriana di Sharyat in questo potrebbe essere un ottimo esempio. Obiettivi limitati, ma chiari (bloccare le operazioni aeree con gas tossico dell’aviazione siriana), ma per il cui raggiungimento è stato autorizzato l’uso massimo della forza che si fosse reputata opportuna per il raggiungimento dell’obiettivo, anche a costo di incidenti diplomatici non avendo, per ovvi motivi del mantenimento della sorpresa, la possibilità di imbastire approfonditi colloqui con la Russia (c’è stato solo un avvertimento a pochi minuti dall’impatto dei missili stessi). Russia che gestisce le difese aeree di Latakia e aveva velivoli a Sharyat, quindi sfruttando sì appieno la nebbia di guerra a proprio vantaggio, ma al contempo correndo il rischio da parte statunitense di generare un eventuale tangibile aumento della tensione militare tra le due potenze in caso che soldati o hardware russo non fossero riusciti ad allontanarsi per tempo dalla base. Attacco condotto, urge ribadire, con il massimo della forza necessaria, senza economia alcuna quindi, in un arco limitato di tempo.

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McMaster durante il raid contro la base aerea siriana. Fonte: Casa Bianca

Non si è puntato infatti ad eliminare un supposto ‘nodo’ della rete di comando nemica o un comandante colpevole di quei bombardamenti come sarebbe stato ovvio secondo una prospettiva di RMA (ed epigoni), ma si è optato per attaccare e rendere inutilizzabile, al fine di condurre attacchi aerei con munizionamento chimico, una intera base aerea. Si è quindi puntato non all’eliminazione dei ‘nodi’, ma alle capacità militari stesse dell’avversario.

Si potrebbe dire, con una battuta finale, che un generale ‘eretico’ dello US Army ed un generale ‘intellettuale’ dei Marine (che come è stato accennato è stata forza ‘conservatrice’ nell’apparato statunitense) non si sono in fondo ritrovati per caso nelle posizioni di vertice della difesa statunitense rispetto ad una leadership che, nel bene o nel male, si propone di rottura con il passato.

Fonte immagine di copertina: U.S. Army Public Affairs – Army Capabilities Integration Center, U.S. Army Training and Doctrine Command. 2014.

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