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La reale forza dei Kim

A seguito del test nucleare nord koreano di queste ore ed al lancio del missile balistico che ha sorvolato il Giappone la tensione si è ulteriormente alzata con manovre militari sud koreane che hanno coinvolto caccia F-15K e missili balistici a corto raggio, Trump ha inoltre twittato, in un messaggio proprio alla Korea del Sud, che l’appeasement con Kim Jong-un non funziona.

In questo ultimo mese poi si è molto parlato della minaccia del regime all’isola di Guam sede della principale base logistica statunitense nel Pacifico, minaccia che ha fatto alzare molto i toni al presidente statunitense che ha più volte minacciato una azione militare.

In tutto questo gli statunitensi, proprio per contrastare la crescente minaccia balistica nord koreana, hanno effettuato i primi test operativi del sistema antimissile basato in California ed Alaska ed iniziato lo schieramento del THAAD, sistema in grado di intercettare i missili balistici a corto raggio, in Korea del Sud.

Eppure la vera forza del regime nord koreano, che preclude qualsiasi operazione militare contro di esso, è un’altra. Se sicuramente i rapporti con la Cina (peraltro che appaiono sempre più tesi) sono un elemento di forza altro fattore sono gli eventuali costi di ricostruzione di una nazione spesso sull’orlo della carestia (costi che difficilmente possono essere sopportati da una qualsiasi nazione occidentale), ma Kim Jong-un ha un’altra carta da giocare nella sopravvivenza del regime da minacce esterne. Una carta che non dipende dalla Cina o da altri, una carta che non dipende neanche da un difficile e lento sviluppo tecnologico (per quanto possa essere accelerato da eventuali trasferimenti o furti di tecnologia all’estero), una carta nata e sviluppata durante tutta l’epoca della Guerra Fredda da Kim Il-sung.

La vera forza del regime nord koreano, che ha fatto pronunciare parole molto dure a Mattis –al punto di dire che sarebbe una guerra catastrofica-, è quella relativa all’artiglieria dispiegata lungo il confine che minaccia direttamente la capitale sud koreana e le altre città di confine.

Questa la sua risposta chiave all’intervista della CBS di qualche tempo addietro:
“Un conflitto in Korea del Nord, John, sarebbe probabilmente il peggior tipo di combattimento nella vita della maggior parte delle persone. Perchè io dico questo? Il regime della Korea del Nord ha centinaia di obici di artiglieria e lancia razzi nel raggio di una delle aree cittadine più densamente popolate della Terra, che è la capitale della Korea del Sud”.

Per questo nella stessa intervista Mattis ha ribadito come sia necessario trovare una soluzione diplomatica alla crisi per evitare una guerra che sarebbe catastrofica. La sola Seoul ha una popolazione di più di 10 milioni di abitanti ed una densità di popolazione di 16000 abitanti per chilometro quadrato.

La minaccia nord koreana è credibile e non si può prenderla alla leggera, cosa che lega molto le mani nel caso si optasse per un first strike da parte di statunitense.  Al di là della minaccia nucleare (non si può escludere a priori che qualche testata sia stata militarizzata almeno per uso sui missili a più corto raggio), che comunque è sempre più credibile, la minaccia più pratica rimane infatti quella dell’artiglieria, arma convenzionale per eccellenza, di cui il regime nord koreano dispone in numeri impressionanti.

Tale minaccia è attiva fin dagli anni ’60 ed i nord koreani hanno sempre investito molto nel settore sviluppando anche propri mezzi come i pezzi di artiglieria a lungo raggio da 170mm Koksan (peraltro esportati negli anni ’80 all’Iran dove diedero buona prova di se) e lancia razzi da 240 e 300mm sulla base di pezzi sovietici, affiancando a questi i canonici pezzi -di importazione o sempre di produzione propria- di matrice sovietica da 122 e 152mm e lanciarazzi da 107 e 122mm, tutto ciò appoggiato da un grande reticolo di infrastrutture e bunker protetti atti a proteggere le stesse artiglierie da eventuali raid nemici.

L’artiglieria nord koreana è già entrata più volte in azione in passato. In particolare nel 2010 bombardando villaggi su alcune isole contestate facendo diversi morti tra i sud koreani generando una pronta risposta delle artiglierie di Seoul, la tensione in prospettiva era pure più alta di questi giorni in quanto il bombardamento seguì di pochi mesi all’affondamento della corvetta sud koreana Cheonan. In quei mesi si andò ben oltre la situazione di crisi politica arrivando ad un vero e proprio confronto militare limitato tra le due koree.

Si calcola che un singolo sbarramento nord koreano di artiglieria indirizzato nell’area di Seoul possa lanciare in pochi secondi l’equivalente di 350t di esplosivo, ovvero, per dare un metro di paragone, l’equivalente del carico bellico di 11 B-52H statunitensi.

La maggior parte dei 17.000 pezzi d’artiglieria sono infatti schierati lungo la DMZ e la costa ovest e di questi almeno 700 –secondo una stima conservativa– sono puntati su Seoul. A complicare le cose nel caso è la linea di comando, non è chiaro infatti come funzioni la linea di comando nordkoreana d’artiglieria e che ordini abbiano in caso di attacco.

Inoltre, anche fosse una catena di comando nel quale sono previste azioni solo su ordini del comando stesso non bisogna escludere che una decapitazione della leadership e della catena di comando nordkoreana (sempre che riesca al 100%) non possa portare ad azioni autonome di singole unità con conseguenze comunque gravi per il sud in termini di vite umane e risorse materiali.

Chiaramente il fuoco di controbatteria è sempre possibile da parte sud koreana che ha molto investito in termini di qualità e quantità in questa capacità, ma anche si optasse da parte occidentale per una soluzione di first strike counterforce (ovvero un primo attacco diretto contro le capacità militari del regime) la possibilità di mettere in silenzio definitivo l’artiglieria nord koreana è rasente zero, questo per due ordini di motivi: la cura nella protezione delle stesse artiglierie da parte nord koreana e la loro quantità.

I nord koreani hanno investito molte risorse nella costruzione di shelter e bunker corazzati per le loro artiglierie, almeno quelle più pregiate, questo si traduce in una riduzione delle possibilità di successo degli attacchi da sud costringendo eventualmente a reiterare gli attacchi sulle stesse posizioni.

Il secondo fattore è quello quantitativo: le artiglierie nord koreane son letteralmente troppe per essere eliminate in un singolo strike convenzionale. Anche considerando di eliminare le artiglierie più importanti e a lungo raggio rimarrebbero esposte intere e molto popolose aree di confine compresa la periferia nord della capitale del Sud.

La Korea del Sud ha da sempre avuto questa spada di damocle sulla testa e per questo, sconosciuto ai più, ha da sempre sviluppato una ampia rete di rifugi sotterranei lungo tutta la linea di confine il più grande dei quali di quasi 240.000 metri quadrati. In teoria tutti i bunker sud koreani potrebbero ospitare fino a 10 milioni di persone in uno spazio di circa 2 metri quadrati: una situazione comunque non sostenibile a lungo, inoltre in caso di attacco ad un’area densamente popolata come quella i danni economici sarebbero enormi e ci sarebbero moltissime vittime civili a prescindere.

A questa minaccia si aggiunge quella dei missili balistici: negli ultimi mesi la capacità balistica del regime nord koreano è sicuramente migliorata in termini di gittata, ma non bisogna dimenticarsi che la gran parte dell’arsenale balistico nord koreano è composta da derivati dallo Scud come la famiglia Hwasong e Nodong (questi ultimi in grado di raggiungere il Giappone). Per quanto le capacità di intercettare i missili balistici a corto raggio sia grandemente aumentata da parte degli US e della Korea del Sud un lancio massiccio rimane difficile da contrastare con gli attuali mezzi.

Come fa notare Stratfor l’arsenale balistico è comunque limitato ed un suo uso, al netto dell’eventuale ritorsione (convenzionale o meno) da parte occidentale, ridurrebbe la capacità di deterrenza stessa nord koreana nelle ore e giorni successivi.

Certo è che un eventuale uso di missili balistici a corto raggio andrebbe a mettere a rischio anche le basi logistiche koreane e statunitensi situate nel sud della Korea, e le stesse basi in Giappone statunitensi sarebbero concretamente a rischio. La possibilità di un attacco a Guam per quanto di minor praticabilità non è da escludere ed un eventuale impatto anche solo di testate convenzionali su queste preziose basi farebbe ritardare o diminuirebbe molto la portata di una eventuale risposta convenzionale occidentale.

Ritornando su Seoul non bisogna dimenticare come la capitale e limitrofi sia sede di alcune delle più grandi aziende tecnologiche mondiale ed uno stato di conflitto, al netto anche di eventuali scambi di artiglierie su centri civili, vorrebbe dire destabilizzare l’economia di una intera aerea geografica e di interi settori con costi difficilmente quantificabili, ma sicuramente nell’ordine delle decine se non centinaia di miliardi di dollari.

Certamente non bisogna immaginare le artiglierie nord koreane come capaci a radere al suolo completamente Seoul come certa stampa si è azzardata a scrivere, ma sicuramente i danni che potrebbero infliggere sono gravi e non possono essere sottovalutati.

C’è un ultimo dato da non dimenticare quando si parla della capacità di deterrenza nord koreana basata sull’artiglieria: la possibilità di usare munizionamento chimico. Bruce Bennet della RAND ha identificato almeno 8 siti di produzione di gas nervino in Korea del Nord e si stima che il regime abbia tra le 2000 e le 5000 tonnellate di tale gas più diverse centinaia tonnellate di gas mostarda.

I razzi da 240mm possono essere caricati con una testata da 8kg di agente nervino e da circa 5 per i razzi da 170mm, questo significherebbe che potenzialmente in un singolo sbarramento d’artiglieria a razzo esclusivamente caricato ad armi chimiche i nord koreani potrebbero scaricare, sull’area metropolitana di Seoul, circa 100kg di gas per chilometro quadrato con una stima di due milioni di morti possibile con il dosaggio, le condizioni ambientali e la persistenza ottimale.

Le armi chimiche nord koreane risultano già distribuite ai reparti e quindi pronte all’uso con poco preavviso a complicare ulteriormente la situazione, ma si hanno in genere pochi dettagli provati sull’armamento chimico del regime e sul suo impiego.

Per gli USA questo complica non poco la possibilità di risposta. Non è possibile immaginare la risposta dell’esercito di Pyongyang in caso di decapitazione del regime e non è possibile operare una operazione militare su più vasta larga scala per distruggere le infrastrutture nucleari del regime (cosa che non necessariamente bloccherebbe il programma), o meglio tutto ciò non è possibile senza tenere conto degli effetti sugli alleati regionali anche ammesso un via libera da parte cinese.

Il braccio di ferro è destinato a continuare a lungo con ogni probabilità e lo spazio di manovra per soluzioni rapide ad effetto -come quelle attuate in Siria contro la base aerea di Shayrat (soluzione che si è rivelata efficace nel fermare i bombardamenti aerei con agenti chimici)- è praticamente nullo con il regime nord koreano che mantiene la piena iniziativa sia sul piano politico -dettando tempi e modi dell’agenda statunitense e dei suoi alleati- sia militare.

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