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Il GOP sta sbagliando tutto

And after the storm, / I run and run as the rains come / And I look up, I look up, / on my knees and out of luck, / I look up. Questo l’incipit di una poco nota canzone del gruppo musicale Mumford & Sons, intitolata, per l’appunto, After the Storm

Casualmente, mentre la scorsa settimana leggevo delle dimissioni del Chief Strategist della Casa Bianca Steve Bannon, mi sono ritrovato ad ascoltarla. Come si può evincere dalle poche righe da me riportate, il tono non è dei più ottimistici, ma il parallelismo è evidente: dopo la tempesta trumpiana, cosa rimarrà alla base repubblicana che lo ha appoggiato? Allo stesso modo del protagonista del brano, guarderanno anche loro in alto, prostrati e senza alcuna speranza?
Lungi da me iniziare ad affiancare una lettera dietro l’altra nel tentativo di mettere insieme un posticcio e scadente insieme di parole catastrofista, preconizzante le incombenti dimissioni del Tycoon, il fallimento della sua presidenza, et caetera. Nell’analizzare i singoli dettagli di un quadro non bisogna perdere mai di vista la visione d’insieme; né occorre credere che ogni singolo avvenimento rappresenti un punto di svolta fondamentale per la realizzazione completa del Weltgeist.

La Presidenza Trump non è morta, anche se  i sondaggi indicano chiaramente un’incessante erosione del tasso di approvazione. L’opinione pubblica è sufficientemente flessibile, e soprattutto è incline a dimenticare con la stessa rapidità con cui una borsa può passare dalla migliore prestazione dell’anno alla peggiore del secolo. Neanche nel caso in cui le mid-term dovessero rivelarsi disastrose si arriverà a una procedura di impeachment, e per delle realistiche previsioni per le elezioni del 2020 bisognerà ancora aspettare.

Ma torniamo all’evento cruciale della scorsa settimana, quello che ha scatenato tutta una tempesta di reazioni, tweet ed editoriali.  Che cosa ci rivelano le dimissioni di Bannon, presupponendo sempre che siano state causate da un insanabile conflitto tra l’ex direttore di Breitbart News, Jared Kushner e tutto il clan del Pentagono, e che gli eventi di Charlottesville siano stati solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso?
Fondamentalmente, niente di nuovo: è semplicemente l’ultimo atto dello scontro tra l’ala più populista, sempre più minoritaria – e senza un vero riferimento ideologico, dopo la cacciata dello stesso Bannon – e quella più moderata dell’Amministrazione.
Questo scontro rischia di lasciare sul campo un terzo attore, che in questo caso non è Trump, il quale  ha comunque tracciato un solco difficile da ignorare in futuro, ma proprio il Grand Old Party. Lo scontro in corso nell’Esecutivo e l’oltranzismo di alcuni Rappresentanti e Senatori al Congresso non stanno facendo altro che paralizzare la realizzazione del programma del Presidente, tacciato di essere troppo estremista dai più moderati, in entrambi i rami – tanto per citarne alcuni, Ivanka e Jared nell’Amministrazione, i cosiddetti RINOs, Republicans In Name Only, con John McCain in testa, nel Legislativo –, e troppo moderato dagli estremisti alla Rand Paul, o dai Breitbarters. Il risultato di questo continuo scontro all’interno della destra risulta alla fine in una totale incapacità nel riuscire a realizzare le più importanti promesse elettorali di Trump (il teatrino sull’Obamacare ne è forse la dimostrazione più evidente), proprio quelle promesse per le quali è stato portato alla Casa Bianca – a meno che non si voglia prestar fede al semplicistico messaggio secondo cui la parte più retriva degli USA l’abbia votato solo in virtù delle sue pur numerose boutades elettorali.

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Il partito Repubblicano, nel suo tentativo di fagocitare e normalizzare Trump, causa più danni a se stesso che ad altri: non favorisce il Presidente, per il semplice motivo che questi, pur mantenendo, durante i vari rallies in giro per la nazione, il consueto tono aggressivo, sembra assecondare nei fatti tale tentativo, ma affossa sempre di più ogni possibilità di riconquistare la Casa Bianca in futuro. La base del partito rimane solida, anche se in futuro, nel caso in cui il quadriennio 2016-2020 non dovesse portare alcunché di buono, sarà unita sempre più dal disprezzo nei confronti dell’America liberal, piuttosto che da ciò che il partito rappresenta, e soprattutto sarà sempre più tristemente piccola, se prestiamo attenzione alle proiezioni demografiche. La vittoria di Trump è stata consumata in Wisconsin, Michigan e Pennsylvania: il Tycoon è riuscito a fare qualcosa che nessun altro, tra le fila del GOP, era stato capace di portare a compimento dai tempi di Reagan: allargare la base. Trump ha teso una mano ai lavoratori della Rust Belt, tradizionalmente democratici; difficilmente un altro candidato repubblicano ci sarebbe riuscito: sicuramente non Ted Cruz né Rand Paul, forse John Kasich. È ancora presto però per parlare di solida base repubblicana per gli Stati precedentemente elencati; se le promesse non saranno rispettate, la working class tornerà all’ovile democratico, non sarà costante come i rednecks della Bible Belt, che voterebbero per il GOP anche se, come una volta scherzosamente scrissi a un mio amico, la candidata vincitrice della Convention fosse Kim Kardashian. E, con il passare degli anni, la Florida diventerà sempre più difficile da agguantare, con la vertiginosa crescita dell’elettorato ispanico; per la medesima ragione, lo stesso Texas, lo Stato rosso per eccellenza, passerà dal rosso scuro, al rosso chiaro, al grigio (il tradizionale colore degli swing States nei sondaggi), e forse all’azzurro chiaro.

Ann Coulter, nota opinionista conservatrice, aveva predetto la vittoria di Donald Trump fin dagli albori, intuendo come fosse necessario, per i repubblicani, tentare di allargare gli orizzonti più a nord per evitare di ritrovarsi nella stessa situazione del protagonista della canzone da me riportata all’inizio di questo articolo. E questo tentativo passa anche per il nazionalismo economico sbandierato da Steve Bannon; fino a questo momento, infatti, il risentimento di una larga fetta degli statunitensi si è espresso attraverso canali tradizionali: Trump, del resto, era pur sempre il candidato del partito Repubblicano, nato nel 1854, non nel 2016, eletto in libere elezioni. Questo simboleggia che, nel bene e nel male, anche tra i più estremisti c’è ancora fiducia nella democrazia.

Purtuttavia, eventi infausti come quelli di Charlottesville dimostrano quanto sia facile, da entrambe le parti dello schieramento, ricercare una via alternativa a quella stabilita dalla Costituzione e dai suoi emendamenti. Un fallimento dei repubblicani potrebbe assestare un duro colpo alla fiducia dei cittadini statunitensi nel proprio Stato; senza dimenticare che, in un modo o nell’altro, il malcontento dovrà trovare una propria valvola di sfogo.

Vincenzo G. Romeo

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