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Il 2017 sarà l’anno della riforma fiscale? Tempistiche e sfide che i Repubblicani dovranno affrontare. E le midterm si avvicinano

TRA RALLENTAMENTI E PROGRAMMI PER L’AUTUNNO, CON UN OCCHIO ALLE MIDTERM
Oltre all’abrogazione di Obamacare, una questione che a settembre tornerà ad essere calda è la riforma fiscale, almeno nelle intenzioni del Partito Repubblicano. In realtà, nei primi mesi di insediamento, l’amministrazione contava di riuscire nell’approvazione della riforma ad agosto, o che quantomeno il suo iter legislativo fosse a buon punto. Tuttavia, varie cause hanno concorso a deludere la tabella di marcia della Casa Bianca, tant’è che ci sono certi motivi per pensare che l’obiettivo non verrà raggiunto neanche entro la fine dell’anno.
Innanzitutto, c’è ancora Obamacare di mezzo. Ai repubblicani conviene fortemente chiudere questa partita prima di passare a quella della riforma fiscale, dal momento che l’abrogazione dell’Affordable Care Act comporterebbe sia una riduzione della spesa pubblica sia alcuni tagli alle tasse, elementi di cui si dovrà tenere conto nella formulazione della proposta fiscale. In secondo luogo, banalmente, il tempo da qui alla fine alla fine dell’anno non è molto, a maggior ragione se il Congresso dovrà lavorare su due dossier cruciali come questi. Inoltre, c’è ancora una certa mancanza di preparazione, visto che una completa revisione del codice fiscale richiede una procedura laboriosa, sebbene le linee generali siano state definite.
Questi ritardi e impedimenti rappresentano una fonte di preoccupazione seria per il Gop per almeno due ragioni. Se i programmi di riforma fiscale, o anche di tagli alle imposte, continueranno a slittare, il governo rischierà di deludere i mercati e gli investitori, i quali hanno hanno già dato segni di pessimismo sul fatto che il 2017 possa essere l’anno buono, come ha dimostrato il calo dell’indice Dow Jones avvenuto a maggio. La seconda, importantissima, ragione è il pericolo di perdere la fiducia dell’elettorato, quando manca poco più di un anno dalle elezioni midterm. Al contrario, un successo sul fronte della riduzione della pressione fiscale sarebbe di grande impatto trattandosi di una questione di estrema rilevanza, soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica conservatrice. Per di più, potenzialmente, Trump realizzerebbe un punto chiave del suo programma, dimostrandosi capace prestare fede alle promesse e di ottenere vittorie legislative rilevanti, specie su un fronte su cui ha investito così tanto capitale politico.
Tra l’altro, la storia recente è eloquente: l’approvazione dei tagli alle tasse di Bush premiò il Gop alle midterm del 2002 e alle presidenziali del 2004. Proprio per questo motivo, diversi esponenti repubblicani si stanno orientando sulla via dei “semplici” tagli alle tasse, in quanto obiettivo più rapido da raggiungere e “facilmente spendibile” davanti all’elettorato rispetto a quella, più lunga e laboriosa, della completa riforma del codice fiscale, nonostante sia questa lopzione preferita da Paul Ryan e dall’amministrazione.

LE STRATEGIE PER LA BATTAGLIA AL CONGRESSO
Viene qui alla luce un altro punto fondamentale, ossia l’approvazione del bilancio per il 2018, la cui discussione è prevista per questo settembre. Il Congresso, come di consueto, dovrà allora indicare in un documento, chiamato “budget bill”, il livelli di spesa per il governo per l’anno prossimo.
Inevitabilmente, la questione del bilancio si intreccia con la proposta dei tagli alle tasse, e rischia di essere motivo di ulteriori rallentamenti per gli obiettivi dell’amministrazione. Se i repubblicani riusciranno nell’approvazione del bilancio annuale, per la quale sarà però necessaria concordia in entrambe le Camere, si aprirà per loro una possibilità estremamente rilevante: la procedura della “reconciliation”. Questa particolare regola consentirebbe di fare passare la riforma fiscale con 51 voti in Senato, anziché con l’abituale maggioranza qualificata di 60 (cosa utile, dato che i repubblicani hanno 52 seggi nella Camera alta, mentre alla Camera dei Rappresentanti possono contare su una maggioranza più ampia). Ciò permetterebbe allora di evitare l’ostruzionismo dei democratici, conferendo un vantaggio fondamentale, visto che la proposta di riforma, almeno per ora, è disegnata per passare con i soli voti dei repubblicani, come hanno più volte detto alcuni vertici del Partito.
Tuttavia, tale procedura può essere attivata solo a patto che il disegno di legge in questione (di riduzione della pressione fiscale) non comporti una crescita del deficit oltre i prossimi dieci anni. In altri termini, se tale disegno di legge causerà aumenti del deficit che non verranno riassorbiti entro dieci anni -il che è probabile-, i tagli alle tasse dovranno decadere, una volta passato questo decennio. Dato che però il piano probabilmente non rispetterà questo limite, i vertici repubblicani stanno pensando a un altro espediente: l’allargamento della cosiddetta “budget window”. Pertanto, un allargamento della “finestra di bilancio” consentirebbe di effettuare tagli alle tasse di più lunga durata, anche per quindici o vent’anni -l’attuale budget window è appunto di dieci-, lasciando così una certa libertà di manovra agli autori della legge. I repubblicani contano su questa mossa per contribuire alla crescita dell’economia, dando alle imprese maggior fiducia per investire
Questa combinazione di procedure -la reconciliation e l’allargamento della budget window- potrebbe però non essere sufficiente, a fronte delle divisioni interne al Partito in materia. A complicare ulteriormente il quadro si sono aggiunti i recenti dissapori tra Trump e McConnell, con il Presidente che ha ventilato un rimpiazzo dell’attuale leader della maggioranza, cosa sarebbe dirompente in un fase legislativa così delicata.

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L’OPZIONE BIPARTISAN E’ ANCORA IMPENSABILE?
Stando a quanto riportano alcune fonti di Politico, non appare più così inverosimile l’idea di cercare una collaborazione con i democratici, per quanto si tratti più che altro di una strada secondaria, dato che i liberal richiederebbero profondi rimaneggiamenti alla proposta fiscale, che è notevolmente ispirata alla supply-side economics.
Alcuni funzionari della Casa Bianca stanno infatti tenendo contatti con alcuni democratici centristi, i quali parrebbero disposti a collaborare, specie se il pacchetto legislativo della riforma fiscale dovesse includere gli investimenti nelle infrastrutture. La Casa Bianca starebbe infatti pensando anche a questa strategia, nel timore che le divergenze interne al Gop, tra esponenti moderati e più conservatori, possano affossare anche l’iniziativa fiscale. Il fatto che il Partito Repubblicano controlli sia il Congresso che la presidenza non deve appunto trarre in inganno: già di per sé, i partiti statunitensi hanno molte più correnti interne rispetto agli standard europei, in più, per l’appunto, ci sono certe divergenze interne al Gop che rischiano di pesare.
Peraltro, non bisogna dimenticare che l’ultima vera e massiccia riforma fiscale, fatta da Reagan nel 1986, ebbe un appoggio bipartisan, e così anche i tagli alle tasse di Bush del 2001.

Concludiamo ora con un “ri-aggiornamento” delle tempistiche. La Casa Bianca intende ora presentare la proposta di legge alla Camera a settembre, discuterla e approvarla a ottobre o novembre, per averla infine pronta per la firma del Presidente entro fine anno. Tuttavia, previsioni più realistiche vedrebbero il completamento di questo processo solo nei primi mesi del 2018.

Per approfondire: i contenuti della proposta fiscale e le posizioni interne al Gop in questo articolo: https://theamericanpost.it/2017/07/17/riforma-fiscale-e-partito-repubblicano-dove-eravamo-rimasti/

Informazioni su antoniopilati ()
Da Brescia, classe 1995. Sono studente di Scienze politiche internazionali. Amo da sempre la storia, di qualsiasi periodo, e la geografia, soprattutto nel fare ricerche sui vari Paesi e le loro caratteristiche. Sono molto interessato agli Stati Uniti sotto ogni aspetto, in quanto Paese che ritengo avvincente e unico: non solo differente rispetto a qualsiasi altro, ma anche estremamente variegato al suo interno. Sono inoltre appassionato di calcio, di videogiochi strategici, di viaggi -specialmente per le grandi città-, che adoro preparare con la massima precisione. Per “The American Post”, mi occupo del Partito Repubblicano e curo la “Rubrica storica”.

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