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Rivoluzione o aggiustamenti? La nuova strategia afghana di Trump

Alle 9, ora di Washington, di lunedì Trump ha pronunciato il suo discorso alla nazione presentando la nuova strategia per l’Afghanistan degli Stati Uniti.

Il presidente statunitense ha chiesto agli americani di accordare fiducia alla nuova strategia che ha voluto lui stesso presentare, come aveva anticipato Mattis qualche giorno addietro. La strategia invero non è stata presentata in dettaglio, nonostante alcuni elementi di rilievo siano stati accennati. Trump si è concentrato in particolare sulla promessa che gli US attaccheranno e vinceranno la guerra, anche se non sarà possibile in tempi brevi, e che sarà compito degli afghani costruire il loro stato.

Trump ha inoltre affermato che il suo istinto lo avrebbe spinto ad un ritiro delle truppe, ma che da quando è diventato presidente US vede le cose sotto una ottica diversa e che un ritiro sarebbe un disonore per le forze statunitensi.

Al contrario di molte anticipazioni il piano di Erik Prince, proprietario dell’Academi e di altre aziende di contractors, piano appoggiato da Bannon, non è stato preso in considerazione. Tale piano prevedeva una sostituzione dei soldati statunitensi ed in parte afghani con contractors, anche per quanto riguarda la conduzione delle forze aeree, ma ha prevalso la linea Mattis/McMaster volta ad incrementare le truppe e le responsabilità dei militari in Afghanistan.

Quali sono i punti salienti emersi?

I punti salienti del discorso di Trump, che possono dare una idea della strategia effettiva, sono i seguenti:

  1. Aumento delle truppe a discrezione del Pentagono. Trump ha affermato che non ha discusso del numero delle truppe da impiegare e che saranno le condizioni sul campo a decidere i numeri in maniera da non lasciare ai nemici degli US la possibilità di predire i piani statunitensi.
  2. Maggiore autonomia delle truppe. Come conseguenza del punto 1 subentrano le modifiche alla catena decisionale che sarà meno dipendente dalla Casa Bianca. “Il micromanagement da Washington D.C. non fa vincere le guerre” ha affermato il presidente USA. In particolare Trump ha affermato di voler lasciare maggiore autonomia decisionale ai comandanti anche per quanto riguarda il poter colpire i terroristi in Afghanistan.
  3. Approccio basato sulle condizioni, non su tempistiche. Viene abbandonato definitivamente il metodo delle dead line, in favore di quello sulle condizioni. Non verranno più previste date per i vari step e per eventuali ritiri, ma solo le condizioni necessarie perché si attivi ogni step.
  4. Accordo politico con i talebani. “Un giorno dopo i nostri sforzi militari, potrebbe essere possibile avere accordi che includano elementi dei talebani in Afghanistan, ma nessuno sa quando potrebbe accadere”.
  5. I rapporti col Pakistan. Il Pakistan è sempre stato molto ambiguo nei rapporti con le forze insurrezionali in Afghanistan nonostante l’attiva partecipazione delle forze armate alla guerra contro i talebani, Al Qaeda ed altri gruppi a partire dal 2004 nel Waziristan. Trump ha affermato che tale comportamento, a fronte dei miliardi di dollari ceduti al Pakistan stesso, non sarà più tollerato e se sarà reiterato verranno tagliati gli aiuti economici statunitensi.
  6. I rapporti con l’India. Trump ha specificato che vorrebbe che l’India si impegnasse maggiormente nello sviluppo dell’economia afghana. L’India è già presente in Afghanistan in particolare in chiave anti pakistana. Il fatto che sia stata citata espressamente l’India è probabilmente da vedere come forma di pressione sullo stesso Pakistan. Una India forte in Afghanistan sarebbe una minaccia non di poco conto per il Pakistan e costituirebbe un vero e proprio accerchiamento strategico per Islamabad.
  7. Nessuno state-building. Come accennato ad inizio articolo la nuova strategia si prefigge una vittoria militare/politica contro i nemici degli USA, ma lo state building viene messo da parte o comunque verrà profondamente revisionato. “Noi non useremo più la forza militare americana per costruire democrazie in terre lontane o per cercare di ricostruire altri stati a nostra immagine”, lo stesso Trump ha citato inoltre la complessità della società afghana. Un invito non di poco conto alla stessa leadership afghana e, se si tradurrà in fatti reali, probabilmente un taglio a molte sovvenzioni statunitensi nei prossimi anni o comunque un diverso modo d’uso delle stesse. “Noi uccidiamo terroristi” ha chiosato lo stesso Trump.

I punti 1 e 2 sicuramente rappresentano una netta cesura con il passato, effettivamente il micromanagement di Obama non è una leggenda, ma è reale in particolare per quanto riguarda l’eliminazione di VIP nemici, sia di primo che di secondo piano. Questa cesura non necessariamente è positiva, così come non necessariamente è negativa. Chiaramente lasciare maggiore libertà di azione ai comandanti sul terreno può tradursi in un indirizzo politico e militare che tendono a divergere, in particolare in presenza di trattative politiche con eventuali fazioni nemiche.

Questo richiederà una leadership militare statunitense non solo più attiva in teatro pure sul piano politico per meglio coordinare le proprie azioni con i partner ed alleati, ma anche più culturalmente e politicamente preparata. Il fatto che questa maggiore responsabilizzazione delle forze armate USA sia stata spinta da due generali con un profilo culturale di primo piano come Mattis e McMaster non è casuale ed è indice di una leadership militare che vuole provare ad avere più voce in capitolo sulla conduzione della strategia complessiva nel teatro di operazioni. La stessa possibilità di poter aumentare le truppe a seconda delle condizioni del terreno, quindi su valutazione dei comandanti militari, è dal punto di vista bellico un vantaggio non indifferente aumentando la flessibilità e capacità di risposta alle eventuali minacce e lasciando gli avversari in una maggiore incertezza.

Ciò, di converso, pone il livello politico (in particolare Casa Bianca e Dipartimento di Stato) in una posizione di subalternità decisionale in teatro rispetto ai militari lasciando poco margine ai decisori politici di intervenire una volta che la strategia complessiva viene fissata.

Il coinvolgimento di Pakistan e India potrebbe essere uno dei punti più critici per la stabilità regionale, data anche la mancanza di vere e proprie misure di confidence building tra le due nazioni e la stessa instabilità politica interna pakistana, ma allo stesso tempo potrebbe essere la chiave di volta per trovare soluzioni durature. Se si riuscisse a far tagliare i rapporti al Pakistan con molti dei gruppi talebani e di insorti questi ne uscirebbero molto indeboliti e perderebbero molti dei santuari su cui facevano appoggio.

Nel campo delle ipotesi poi bisogna considerare che il coinvolgimento dell’India, oltre che metodo per spingere il Pakistan ad agire, potrebbe essere  usato dall’amministrazione Trump quale metodo per contenere la penetrazione economica cinese nello stesso Afghanistan.

Rivoluzione o semplici aggiustamenti della strategia? Sicuramente mancano ancora molti dettagli per farsi una idea approfondita su questa nuova strategia afghana e probabilmente sarà solo la sua applicazione sul terreno a dire quanto effettivamente sia rivoluzionaria o meno, ma sicuramente gli elementi di interesse e novità non mancano.

La strategia proposta da Trump ha ottenuto il plauso di uno dei suoi più grandi avversari del partito repubblicano, McCain, mentre i democratici hanno accusato Trump di non avere una exit strategy. Eppure, al di là di come verrà applicata nella pratica la nuova strategia, forse è proprio questa la novità: l’aver abbandonato la retorica della exit strategy in favore di una politica più pragmatica volta ad ottenere risultati militari.

Sotto questo aspetto sicuramente siamo di fronte ad una rivoluzione rispetto ai continui piani continuamente annunciati e poi velocemente saltati dell’era Bush Jr. e Obama.

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