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Usa e Israele: quale futuro per questa storica alleanza?

Il legame fra Stati Uniti e Israele è da sempre molto stretto, seppur non esclusivo. I rapporti fra Washington e Tel Aviv hanno subito alcuni cambiamenti negli ultimi anni a causa delle divergenze tra l’Amministrazione Obama e il Governo Netanyahu. La nuova Amministrazione Trump potrebbe influire positivamente su questa alleanza e cambiare il clima instauratosi a Gerusalemme.

 

Israele e Obama

Si può affermare che il Partito Democratico abbia spesso assunto una posizione a sostegno di Israele più moderata rispetto alle precedenti Amministrazioni Repubblicane, intrattenendo rapporti molto freddi con lo Stato ebraico. Gli anni delle Amministrazioni Obama sono stati caratterizzati da una politica USA verso il Medio Oriente molto particolare: con il famoso discorso del Cairo, Obama parlò di una visione del mondo arabo differente rispetto ai suoi predecessori e promise pressioni su Tel Aviv affinché Israele congelasse l’idea di espandere i propri insediamenti in Cisgiordania e offrisse maggiori concessioni ai palestinesi. Tuttavia, il pensiero che la causa palestinese fosse il frutto dell’instabilità continua nella regione passò in secondo piano con lo scoppio dei moti rivoluzionari in Medio Oriente, per la cui gestione l’Amministrazione Obama venne fortemente contestata dalla maggior parte del mondo arabo. Tel Aviv stessa evidenziò il fallimento da parte di Obama e, vedendo ridotta la propria centralità all’interno del sistema di alleanze di Washington, fece pressioni affinché gli Stati Uniti rivedessero la loro posizione riguardo l’accordo nucleare con l’Iran del 2015. Il discorso di Netanyahu contro l’accordo sul nucleare iraniano davanti al Congresso provocò poi una rottura fra la Presidenza e il Partito Democratico dato che i Democratici furono quasi costretti a schierarsi a favore di un Presidente del loro stesso partito o di Israele stesso, facendo scaturire un ulteriore sentimento di antipatia fra Obama e il Primo ministro israeliano. L’invito del Primo ministro israeliano rappresentò un modo da parte dei Repubblicani per mettere in imbarazzo Obama e ridusse le possibilità dei Democratici di accordarsi con i Repubblicani e votare subito senza aspettare l’esito del negoziato: Netanyahu evitò di attaccare direttamente Obama, ma fu molto netto nell’affermare la propria preoccupazione riguardo il programma nucleare dell’Iran, ribadendo l’ostilità del proprio Governo all’accordo. Gli israeliani videro in Obama un sentimento di ostilità quando il Presidente non utilizzò il veto USA riguardo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro Israele.

 

 Israele e Trump

Rispetto alle Amministrazioni Obama, quella di Trump pare voler sostenere con forza Tel Aviv. La visita in Israele ha rappresentato per Trump la seconda tappa del suo primo viaggio all’estero, ed è stata accolta nel Paese con molto entusiasmo. Trump, infatti, ha voluto evidenziare il vincolo inscindibile fra Stati Uniti e Israele. Inizialmente vi era l’intenzione di trasferire l’Ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme. Questa ipotesi venne ben condivisa dagli israeliani perché, di fatto, avrebbe portato al riconoscimento ufficiale di Gerusalemme come capitale di Israele. Il Presidente, tuttavia, ha dovuto rivedere la propria posizione sulla questione dell’Ambasciata, firmando un provvedimento che ne ha rinviato il trasferimento. Durante la visita in Israele, Trump ha infatti discusso e promesso di voler lavorare per raggiungere un accordo di pace fra israeliani e palestinesi. Il trasferimento dell’Ambasciata statunitense avrebbe compromesso il processo di pace con i palestinesi, i quali reclamano a loro volta Gerusalemme Est come propria capitale. Le opportunità di pace lanciate da Trump sono state accolte da Netanyahu, il quale ha affermato che «Israele condivide l’impegno del nuovo Presidente per la pace e porge la mano ai palestinesi». Parlando dell’Iran, entrambi i leader considerano il Paese un nemico e hanno concordato nel ritenere che questo non debba mai possedere armi nucleari. Il messaggio lanciato da Trump durante la visita in Israele è piaciuto molto a Netanyahu: il tycoon ha invocato un’alleanza sunnita contro l’Iran sciita ed è tornato a fare del terrorismo il fulcro della politica estera americana nella regione, definendo la Repubblica islamica come il vero ‘cattivo’ dell’area. Nucleare iraniano e islamismo radicale, dunque, le minacce più grandi. Obama, tuttavia scelse un approccio alle due questioni molto distante dalle  opinioni israeliane e fece precipitare i rapporti fra Usa e Israele al punto più basso della loro storia.

 

La crisi del Monte del Tempio/al-Aqsa

La visita di Trump è stata, seppur con qualche ombra, positiva e l’ascesa della nuova Amministrazione statunitense potrebbe portare a un riavvicinamento con Israele. Tuttavia, non bisogna dimenticare che Trump vede nella lotta al terrorismo l’interesse primario degli Stati Uniti; potrebbe passare ancora molto tempo prima che il conflitto israelo-palestinese possa risolversi, rendendo la cosa poco gradita in quell’area. Nonostante l’espressione di sentita vicinanza da parte di Trump, in Israele si sta facendo largo l’idea che lo Stato ebraico non sia più un elemento centrale per gli interessi statunitensi. Il recente attentato terrorista avvenuto al Monte del Tempio, conosciuto anche come Spianata delle Moschee, rischia di sconvolgere le iniziative intraprese da Trump per cercare di portare israeliani e palestinesi verso la pace. Gerusalemme è ripiombata nella spirale di violenza in seguito all’uccisione di due poliziotti di origine drusa da parte di tre arabi israeliani e alla decisione da parte del Governo israeliano di mantenere i controlli con i metal detector per accedere alla Spianata delle Mosche durante la preghiera del venerdì. La decisione ha sollevato le proteste di molti fedeli musulmani. L’attacco coinvolge l’area più sensibile e sacra di tutta Gerusalemme: luogo sacro per l’Islam dopo la Mecca e Medina, qui sorgono le moschee di al-Aqsa e la Cupola della Roccia; nello stesso luogo sorgeva il Tempio biblico sacro agli ebrei, di cui oggi rimane solamente il Muro del Pianto (chiamato anche Muro Occidentale) alla base.

 

Prospettive per il futuro

Se Trump e la sua Amministrazione vogliono davvero aiutare israeliani e palestinesi nella strada verso la pace, devono tenere in considerazione due fattori di estrema importanza. Per prima cosa, gli Stati Uniti di Trump si sono dimostrati seri nel voler trasferire l’Ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, provocando una leggera crisi che ha spinto il Presidente a tornare sui suoi passi e firmare un provvedimento per rimandare lo spostamento della sede diplomatica statunitense. Infatti, se il problema è trovare una soluzione per evitare la violenza, che cosa avrebbe comportato spostare l’Ambasciata a Gerusalemme, riconoscendola quindi come capitale de facto di Israele? La mossa sarebbe stata percepita non solo come uno spostamento dell’edificio a Gerusalemme Ovest, bensì come una implicita convalida del controllo di Israele anche su Gerusalemme Est; cosa che avrebbe rappresentato una mossa statunitense per il cambio della propria politica a discapito dei palestinesi. Vista la sensibilità del mondo arabo verso Gerusalemme (non solo in questi giorni)  potrebbe presto arrivare una chiamata in difesa di Gerusalemme per proteggere la Spianata. Hamas potrebbe cercare ulteriori tensioni e l’Autorità Palestinese potrebbe appoggiare l’idea della chiamata. In secondo luogo, l’Amministrazione dovrebbe ridimensionare la propria retorica forse un po’ troppo idealista e cercare di arrivare a un accordo finale vero e proprio. Questo accordo non dovrebbe riguardare solamente la questione di sicurezza, del rispetto dei confini, dei rifugiati e dello status di Gerusalemme come capitale di due Stati ma anche, e forse soprattutto, il tema relativo allo spazio sovrapposto dei due luoghi sacri a musulmani e ebrei: la Spianata delle Moschee e il Monte del Tempio. Attorno a questi luoghi si gioca un pezzo della stabilità globale e Trump lo sa.

                                                                                                                                Andrea Molinari

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