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La visita di Trump in Europa

All’inizio di luglio il Presidente USA Donald Trump si è recato in visita in Europa. Il discorso di Varsavia, il G20 di Amburgo e l’incontro con Putin sono stati i momenti culminanti della visita. Il 45esimo inquilino della Casa Bianca delinea una nuova idea di Occidente.

La visita

Il Presidente USA Donald Trump si è recato in Europa il 6, 7 e 8 luglio. Prima ha visitato la Polonia e poi, il 7 e l’8 luglio, ha partecipato al G20 di Amburgo, in Germania. Le attese erano alte: il nuovo inquilino della Casa Bianca era al suo secondo viaggio all’estero, dopo la visita in Medio Oriente e in Europa effettuata lo scorso maggio.

Il discorso di Varsavia

La visita in Polonia di Trump è culminata in un discorso al popolo polacco tenuto nel centro di Varsavia in occasione di una commemorazione dell’insurrezione nazionalista che, nell’estate del 1944, tentò di liberare la capitale dall’occupazione tedesca. Si tratta di uno degli eventi più significativi (e dolorosamente tragici) della storia del Paese. La ribellione infatti fu schiacciata nel sangue dai nazisti e Varsavia fu completamente distrutta, mentre le truppe sovietiche, per ordine di Stalin, non intervennero. Molti polacchi vedono quell’evento come emblematico della storia novecentesca del Paese: la Polonia, prima spartita tra la Germania nazista e l’Unione sovietica, fu devastata dalla Seconda Guerra mondiale e finì sotto controllo sovietico fino alla fine degli anni ’80. La Polonia è tenacemente filo-americana e ferocemente anti-russa e dagli anni ’90 si è riappropriata con orgoglio della propria sovranità e della propria identità nazionale, mentre negli ultimi anni ha visto l’ascesa al potere di un partito nazionalista, che guarda con scetticismo all’Unione Europea e si oppone decisamente al fenomeno migratorio, visto come una minaccia all’omogeneità etnica e religiosa del Paese. Insomma, uno scenario ideale per Donald Trump. Il Presidente USA, nel suo discorso, ha palesemente tentato di imitare il repubblicano Ronald Reagan, amatissimo a quelle latitudini per la sua verve anti-sovietica. Tuttavia, mentre la retorica di Reagan era intrisa di ottimismo, Trump ha invece raffigurato un Occidente in crisi esistenziale e ha identificato nell’estremismo islamico, nell’ascesa di grandi potenze ostili e nella burocrazia statale i nemici da combattere. Il Presidente USA è quindi parso abbracciare entusiasticamente la teoria dello scontro di civiltà. Trump, acclamato dalla folla, ha inoltre aspramente criticato il comportamento della Russia in Ucraina e Siria, definito “destabilizzante”. Un balsamo per Varsavia, che ha fatto del contrasto all’assertività di Mosca il fulcro della propria politica estera.

Fig.1 – Un momento del discorso del Presidente USA Trump a Varsavia

Il G20 di Amburgo

Dopo la trionfale visita in Polonia, Trump si è diretto al G20 di Amburgo. La padrona di casa, la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha un rapporto ambiguo con il nuovo inquilino della Casa Bianca. Da un lato Merkel è politicamente l’opposto di Trump: moderata, prudente ai limiti della circospezione, espressione di una classe dirigente conservatrice simile a quella che il Presidente USA ha spazzato via nel proprio Paese. D’altra parte, l’alleanza tra Washington e Berlino è il cuore della relazione transatlantica ed è quindi troppo importante perché i due leader possano farsi influenzare eccessivamente da dissapori personali. L’obiettivo del G20 era tentare di dare l’impressione di un buon funzionamento del sistema multilaterale. Il vertice non è andato malissimo, ma è evidente che il ruolo di leadership che gli USA erano soliti esercitare in questo tipo di summit è stato seppellito dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca.

Fig.2 – Il rapporto tra Trump e Merkel non è dei più semplici

L’incontro con Putin

Uno dei momenti più attesi della visita di Trump in Europa era l’incontro con Putin a margine del G20. I due leader hanno parlato per oltre due ore (ben più della mezz’ora prevista). Putin e Trump sembrano aver stabilito un rapporto decente. I rapporti personali in politica internazionale non sono tutto, ma certamente possono aiutare: non è un segreto che Putin detestasse Obama (che ricambiava cordialmente). L’unico risultato concreto dell’incontro è stato l’annuncio di un cessate il fuoco nel Sud-Ovest della Siria, la cui tenuta è tutta da verificare, visto che in passato simili accordi tra la Casa Bianca e il Cremlino erano collassati in poche settimane. In ogni caso, la nuova Amministrazione non sembra avere le idee chiarissime sulla Russia. Lo stesso Trump pare cambiare vistosamente atteggiamento a seconda che il pubblico sia una folla polacca o il Presidente russo. L’aggravarsi del Russiagate impone poi all’inquilino della Casa Bianca di non mostrare troppa accondiscendenza nei confronti di Mosca. Trump è solo l’ennesimo Presidente USA post-guerra fredda a cercare un “nuovo inizio” nelle relazioni con il Cremlino. Difficile che gli riesca, considerato che gli interessi strategici di Mosca e Washington sono agli antipodi e difficilmente conciliabili.

Fig. 3 – Un momento del primo incontro tra il Presidente USA Trump e il Presidente russo Putin

Una nuova America per un nuovo Occidente?

Trump è sembrato voler delineare una nuova idea dell’America e dell’Occidente. Non mancano gli elementi di continuità con la retorica dei suoi predecessori, ma le rotture con il passato sono almeno altrettanto evidenti. Trump vede la lotta al terrorismo islamico come uno scontro di civiltà e crede che, per vincerla, l’Occidente si debba liberare dalle costrizioni imposte da élite globaliste e cosmopolite. Più in generale, il Presidente USA crede che le classi dirigenti statunitensi abbiano tradito il Paese, diventando complici di attori internazionali che mettono a rischio la sicurezza (l’estremismo islamico) o il benessere (le potenze esportatrici Cina e Germania) del popolo statunitense. Gli Stati Uniti vogliono redistribuire più equamente gli oneri all’interno dell’Occidente, ma ne vogliono al contempo mantenere saldamente guida e controllo: un obiettivo difficilissimo e una scommessa rischiosa. A uno sguardo più attento e rifuggendo una logica puramente contabile, infatti, la globalizzazione e l’egemonia statunitense hanno portato più benefici che svantaggi agli USA. Senza parlare del fatto che le contraddizioni nel perseguire questa strategia si sprecano. La stessa Amministrazione statunitense è spaccata al suo interno tra un’ala ideologica e radicale (capitanata dai consiglieri presidenziali Steve Bannon e Stephen Miller) e una compagine moderata e pragmatica incline a intraprendere una politica estera più tradizionale (il Consigliere per la Sicurezza Nazionale H.R. McMaster, il Segretario della Difesa James Mattis e il Segretario di Stato Rex Tillerson). I rapporti di forza tra questi schieramenti sono mutevoli e variano a seconda di quale “partito” abbia il favore e, soprattutto, l’orecchio del Presidente. Insomma, Trump è certamente un Presidente di rottura dal punto di vista simbolico e retorico ma, nel campo della politica estera, deve ancora dimostrare di esserlo anche dal punto di vista pratico.

Davide Lorenzini

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