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Palau: l’alleato militare che non ti aspetti

Bel tempo tutto l’anno, spiagge incontaminate, scordi da brivido.

Se diciamo Palau sicuramente viene in mente una località esotica, ma pochi saprebbero indicare con una certa precisione il suo collocamento geografico. Eppure la piccola Repubblica è uno degli argomenti centrali nelle discussioni sul budget della Difesa che stanno avvenendo a Washington.

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Fonte: wikimedia commons

La piccola isola stato (in realtà un’isola maggiore circondata da isole minori per un totale di 250 isole) si trova a nord della Papua Nuova Guinea ed è a est della Filippine, ha una popolazione di circa 20.000 abitanti ed una superficie di meno di 500km quadrati. Detiene la 60a posizione nell’indice di sviluppo umano ed un PIL pro capite di 16 mila dollari.  Non dispone di un esercito, ha solo una piccola polizia marittima, composta da 18 ufficiali, dotata di un piccolo pattugliatore donato dall’Australia. Il 5% della popolazione è di etnia cinese. Uno degli stati che compone la Repubblica di Palau ha una superficie di 900 metri quadrati ed una popolazione di 10 abitanti.

Dipinto tedesco del 1908 di un villaggio di Palau

In passato fu una colonia spagnola ceduta ai tedeschi nel 1899; dopo la Prima Guerra Mondiale il Giappone ottenne il mandato su di essa. Durante la Seconda Guerra Mondiale l’arcipelago fu al centro dell’Operazione Stalemate II che vide contrapposte le forze americane e quelle giapponesi nel 1944; successivamente rimase sotto il controllo americano fino al 1982 quando fu siglato il Compact of Free Association che diede l’indipendenza all’isola, ma impegnò per 50 anni gli US nella difesa militare dello Repubblica di Palau (pur non mantenendo presidi militari stabili sull’isola gli US ne hanno pieno accesso militare) oltre a garantire vari sostegni economici e politici. Circa 500 abitanti dell’isola servono nelle forze armate US.

Nel 2010, presidenza Obama, il patto fu rivisto ampliando la cooperazione economica e creando un fondo dal valore, nel 2011, di 147 milioni di dollari e che annualmente prevede trasferimenti nell’ordine dei 100/150 milioni di dollari.

Il budget 2018 e Palau, l’accoppiata che non ci si aspetta

Proprio i costi di questo patto sono finiti nell’occhio del ciclone durante le discussioni per il budget del FY2018, tutt’ora in corso.

La prima proposta dell’amministrazione Trump prevedeva infatti il trasferimento dei costi connessi al patto di cooperazione con Palau dal dipartimento della Difesa all’Ufficio per gli Affari Insulari (accordo dal valore per il 2018 di 123 milioni di dollari), peraltro ufficio che al netto di questo aumento nominale è piuttosto preoccupato per i tagli che sono stati proposti che andrebbero a colpire l’operato su altri contesti come quello di Guam.

La proposta di Trump però non è piaciuta al Comitato per i Servizi Armati della Camera che ha proposto invece di tagliare totalmente questi fondi creando una polemica piuttosto accesa che ha visto attivi sia coloro che mettono in guardia dalla penetrazione cinese nel Pacifico (come avvenuto in Micronesia nelle isole Yap) sia i rappresentanti dell’area proprio del Pacifico. Si sono attivati in particolare i rappresentanti delle Marianne Settentrionali e di Guam con uno specifico emendamento approvato ad inizi luglio, l’autorizzazione però è solo parziale e provvisoria secondo la proposta del comitato della Camera.

Sono rimaste però le tensioni con la Casa Bianca che l’11 luglio, pur plaudendo alla decisione di finanziare quanto richiesto, metteva in guardia dalla non approvazione e autorizzazione completa di quanto richiesto per quanto riguarda il trattato stesso, sottolineando esplicitamente proprio il rischio di penetrazione cinese.

Già ad inizi luglio si era quindi cominciato a muovere il senato con le dichiarazione in particolare della senatrice delle Hawaii, Hirono, membro proprio del Comitato Servizi Armati del Senato (e del subcomitato responsabile dell’aspetto di potenza marittima) che chiedeva invece la piena approvazione di quanto richiesto dalla Casa Bianca implementandone proprio l’aspetto relativo alla sicurezza nazionale US, in questo trovando pieno appoggio dell’influente senatore McCain dello stesso Comitato.

Probabilmente quindi la polemica rientrerà con la richiesta della Casa Bianca di autorizzare totalmente tale spesa che verrà approvata dal Senato (anche se McCain è assente non ci dovrebbero essere particolari problemi) e quindi dalla Camera stessa.

Politiche americane e penetrazione cinese

Rimane sul tappeto però il ruolo di Palau e generalmente di tutta l’area del Pacifico costituita da grandi e medie nazioni insulari (Giappone, Taiwan, Filippine ed Indonesia per citarne alcune), grandi e medie nazioni continentali (USA, Cina, Vietnam, le due Koree e l’Australia principalmente) e moltissimi stati più o meno piccoli in termini territoriali, ma comunque caratterizzati da scarse risorse economiche e militari (come la grande territorialmente Papua Nuova Guinea) e dalla dipendenza da attori terzi per la propria sicurezza sia economica che militare (come Palau o la Micronesia).

Lontani dalle cronache quotidiane questi ultimi piccoli paesi rappresentano però il terreno di scontro maggiore tra Cina e US in quanto, proprio in virtù delle loro ridotte risorse, sono facilmente conquistabili economicamente e politicamente.

La politica dell’amministrazione Trump verso l’Asia e la regione del Pacifico in generale appare generalmente di attenzione rispetto a questi piccoli stati in quanto vengono sentiti come questione di sicurezza nazionale vera e propria come ben esplicitato dallo statement della Casa Bianca che avevamo citato sulla questione Palau, senza al contempo costituire problematiche di tipo commerciale.

Se il Giappone vuole portare avanti il TPP anche senza gli US, che ormai si sono ritirati dall’accordo, giova ricordare che proprio in virtù degli accordi bilaterali tra Palau, le Marshall, gli Stati Federati di Micronesia e la superpotenza americana questi piccoli stati non avrebbe mai fatto parte del TPP in quanto tali, ma in forma subordinata agli accordi commerciali con gli US stessi.

Le tensioni però non mancano e già nel 2015 la Micronesia (di cui abbiamo già accennato alla penetrazione cinese nell’arcipelago ed in particolare nelle isole Yap) aveva dato segno di voler terminare l’accordo con gli US nel 2018, anticipando la scadenza fissata nel 2023.

La strategia cinese sarebbe quella di creare un secondo anello di isole che -idealmente- tramite Micronesia, Palau e le Marshall (che sarebbero alle spalle di questa immaginaria linea) andrebbero a lambire la strategica base di Guam ponendola sotto diretta minaccia e quindi riducendone il suo valore strategico.

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La prima e seconda catena di isole nella strategia cinese. Fonte: China Military Report 2012 del DoD

Fino ad oggi la strategia politica e di seapower statunitense si è focalizzata sul contenimento cinese nel primo anello, interno al mar Cinese e ad ovest di Filippine e Giappone, la reazione piccata della Casa Bianca potrebbe essere esemplificativo del cambio di strategia con maggiore attenzione anche alla penetrazione cinese politica nel secondo anello?

Un recente studio RAND ha messo in luce come la superiorità americana (e dei suoi alleati) nel primo anello sia venuta irrimediabilmente meno, pur persistendo in alcuni settori specifici i due player hanno raggiunto o stanno raggiungendo il punto di equilibrio sostanziale ed in futuro c’è da aspettarsi che i rapporti di forza si comincino ad invertire.

Sui rapporti di Trump con l’Asia Orientale consigliamo anche la lettura di “LA POLITICA DI TRUMP IN ASIA ORIENTALE: TRA CONTINUITÀ E DISCONTINUITÀ” sempre sul nostro sito.

Fonte immagine di copertina: LuxTonnerre from Munich, Germany – Palau_2008030818_4709, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32750824

 

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