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Venezuela: come rimediare al fallimento del “neo-socialismo”

Il Paese è sull’orlo baratro, condizioni di vita insopportabili e violenza diffusa ovunque. I vari tentativi di dialogo fra le parti sono falliti. L’unica possibilità è un intervento della comunità internazionale guidato dagli USA.

Il quadro generale

In Venezuela si è ormai arrivati oltre i 100 giorni di protesta più o meno pacifica contro il regime socialista di Maduro, il quale ha portato il Paese a condizioni di estrema povertà e crisi umanitaria, avendo ereditato da Chavez una situazione economica già molto compromessa e gestendolo con politiche di dubbia utilità. Uno dei problemi principali è il tasso di inflazione annua, ormai stimato tra il 500% e il 1500% e dovuto a un grande deficit fiscale finanziato con moneta stampata dallo Stato; tra l’altro, tale tasso è causato da un Ministro delle Finanze, Luis Salas Rodriguez, nominato da Maduro, che nei suoi libri di sociologia scriveva che l’inflazione è un’invenzione delle imprese (video minuto 49:49); in più, mancano medicine e beni di prima necessità, questo è dovuto: primo, alla mancanza di riserve di valuta estera che ha azzerato le importazioni, da cui il Paese è storicamente sempre dipeso, e secondo all’aver messo in ginocchio il settore privato con anni di brutale regolazione dovuta alle leggi socialiste; infine, il debito estero ha assunto tali proporzioni da dover richiedere almeno 5 anni di esportazioni per ripagarlo. La somma di tutto questo ci regala uno Stato sull’orlo del default. Prospettiva inusuale per un Paese esportatore di petrolio che non sia coinvolto in una guerra, ma anche in questo campo si è abbattuta l’ideologia del Governo: da quando PDVSA, la compagnia petrolifera di Stato, è gestita da politici e militari e non da tecnici, infatti, la produzione diaria è scesa di quasi la metà, da 3 a meno di 2 milioni di barili. A questo contesto economico si aggiunge poi un contesto sociale terribile: il Venezuela è il terzo Paese al mondo per tasso di omicidi e Caracas (la capitale) è la seconda città più pericolosa del mondo.

Fig. 1 – il dittatore venezuelano Nicolas Maduro

 

L’agonia del Governo

In questo scenario, come già scritto sopra, si sono svolti ormai più di 100 giorni di proteste tendenzialmente pacifiche da parte della popolazione, ai quali il Governo ha risposto con la violenza, arrivando ormai a quasi un centinaio di morti tra i manifestanti e centinaia di prigionieri politici. Con esercito, polizia e truppe di volontari chavisti che hanno dato vita a un’escalation di violenze fino all’assalto di questi ultimi al Parlamento, nel quale l’opposizione ha la maggioranza e per questo è soggetto ad attacchi fisici e giuridici (la corte suprema ha tentato di esautorarlo e da questo sono cominciate le manifestazioni). Maduro, sull’orlo del tracollo, sta tentando in ogni modo di tenersi stretto il potere e la Presidenza con metodi discordanti: da una parte reprime in modo violento le proteste, dall’altra annuncia innalzamenti degli stipendi minimi, già tre volte quest’anno e, infine, con la proclamazione di una costituente con la quale vuole manipolare la Costituzione a suo piacimento. La situazione, però, rischia di sfuggirgli di mano in quanto il denaro a sua disposizione, con cui tiene in piedi uno dei regimi più corrotti della Terra, inizia a scarseggiare nonostante insperati aiuti come quello della Cina o di Goldman Sachs che l’ultima settimana di aprile ha prestato $865 milioni in cambio di $2.8 miliardi in bond del 2014 (con scadenza nel 2022) rilasciati da Petroleos de Venezuela (PDVSA) e posseduti fino a ora dalla Banca Centrale del Venezuela.

La situazione all’opposizione

Dall’altra parte delle barricate però l’opposizione non riesce ad essere unità e a cavalcare in modo positivo l’ondata di proteste e la volontà di cambiamento che sta caratterizzando la popolazione. Il segnale è dato anche dal plebiscito, indetto e organizzato dalle opposizioni stesse, tenutosi il 16 Luglio scorso con tre domande poste alla popolazione: rifiuta e disconosce la realizzazione di una costituente proposta da Nicolas Maduro senza la previa approvazione del popolo venezuelano?, chiede alla Forza Armata Nazionale e a tutti i funzionari pubblici di obbedire e difendere la Costituzione dell’anno 1999 e di sostenere le decisioni prese dall’Assemblea Nazionale?, approva che si proceda al rinnovamento dei poteri pubblici secondo quanto stabilito dalla Costituzione e alla realizzazione di elezioni libere e trasparenti, così come alla formazione di un Governo di Unità Nazionale per ricostituire l’ordine costituzionale?Nonostante la vittoria con ampio scarto (98% contro lo 0,1%) del SI a tutte e tre le domande, si ha avuto un’affluenza del 37%, da record per una consultazione non ufficiale, ma i 7.186.170 votanti non sono abbastanza per dare un segnale di fronte unico, unito e compatto composto dalla totalità dei cittadini contro un governo non gradito. Da tenere in considerazione però vi è anche la paura di ritorsioni (vedi i due morti causati da un attacco di alcuni gruppi armati a Caracas).

Possibili interventi

In campo internazionale, molti Paesi e organizzazioni hanno tentato di intervenire: la OSA (Organizzazione degli Stati Americani), il MERCOSUR (Mercado Comùn del Sur), la Santa Sede, gli USA, il Brasile, il Perù, l’Argentina, la Colombia, il Messico. Ma ogni tentativo finora è stato un fallimento, ultima la risoluzione proposta il 20 giugno scorso da USA e Brasile all’assemblea generale dell’OSA, non passata per 3 voti con un risultato di 20 a favore, 5 contrari e 8 astenuti. La tattica degli Stati Uniti è stata finora quella delle smart o targeted sanctions contro membri dell’establishment, alcuni implicati anche nel traffico di droga, oltre, ovviamente, a formare coalizioni all’interno del contesto delle organizzazioni internazionali per far passare risoluzioni al fine di assicurare il rispetto dei diritti umani nel Paese. Tuttavia, secondo il Brookings Institution Working Group on Venezuela, gli USA avrebbero alcune soluzioni alternative da poter adottare: innanzitutto, aumentare l’assistenza verso i Paesi nella regione più dipendenti dal petrolio venezuelano, per isolare così il Presidente Maduro; inoltre, potrebbero finanziare membri o gruppi della società civile e ONG che potrebbero portare rifornimenti di vivande e medicine al popolo venezuelano, dimostrando così che la pressione esercitata dalla comunità internazionale è volta a favorire la democrazia e non a contrastare il Venezuela; potrebbero aiutare l’opposizione a creare una “via di uscita” per gli elementi moderati del Governo che vorrebbero distaccarsi, diminuendo i loro costi di uscita dall’Amministrazione per far sì che siano favorevoli a una via democratica; potrebbero anche coordinare assieme ad un’Istituzione come il Fondo Monetario una serie di finanziamenti condizionati dall’indire libere elezioni; infine, come ultima chance potrebbero aumentare i costi del Governo attraverso sanzioni che farebbero diminuire i profitti petroliferi e bloccando finanziamenti, ma questa è una linea pericolosa in quanto potrebbe dare la scusa a Maduro per far ricadere le colpe della crisi sugli Stati Uniti.

I due scenari

Invece guardando esclusivamente alla posizione dello Stato bolivariano, secondo Dany Bahar (Fellow – Global Economy and Development, presso il Brooking Institution) il Venezuela è davanti a un bivio:

  • Nel primo scenario, Maduro riesce a far approvare la sua costituzione contro il volere della maggioranza dei venezuelani e riesce così a sopravvivere a questa crisi continuando a governare con una dittatura “costituzionalizzata”. In tal modo, la situazione economica continuerà a peggiorare, con il Governo che non farà altro che aspettare il miracoloso innalzamento del prezzo del petrolio, cercando nel frattempo finanziamenti per sopravvivere e ipotecando gli asset finanziari domestici e stranieri dello Stato per ottenere finanziamenti fino a che non sarà più possibile. In più, le politiche socialiste del Governo continueranno a mantenere lontani gli investimenti esteri e impediranno al settore privato e all’industria petrolifera di riprendersi. Fino ad arrivare all’unica decisione possibile: dichiarare default peggiorando la crisi umanitaria.
  • Nel secondo scenario vi sarà la restaurazione della democrazia e un’eventuale transizione a un governo democraticamente eletto; qui l’economia non si riprenderà subito, ma si incomincerà a vedere la luce fuori dal tunnel. Bisognerà a questo punto fare vari passi: rivolgersi a un generoso finanziamento da parte di organizzazioni multilaterali come il FMI, ristrutturare e rinegoziare il debito estero, il Governo e la Banca Centrale dovranno mettere in piedi una politica macroeconomica che unifichi i tassi di cambio con le varie valute estere per far affluire moneta straniera, rinnovare il management di PDVSA restituendola ai tecnici.

                                                                  Fig. 2 –  manifestanti venezuelani in strada con le bandiere

 

La speranza

Viste quindi le varie possibilità di evoluzione della situazione e considerando la forza che le truppe filo-governative hanno rispetto ai pacifici manifestanti, l’unica soluzione può essere un intervento della comunità internazionale guidato dagli USA, vista la loro volontà di tornare la potenza egemone della regione. Ma data la visione manichea del populismo, definita dal professor Zanatta, che pone dalla propria parte la ragione assoluta da contrapporre al resto del mondo, non potrà avvenire un intervento diplomatico come quello voluto da Papa Francesco, perché il dialogo con questo tipo di Governo è impossibile. Quindi bisognerà restare vicini al popolo, quello delle piazze e non della propaganda, e alla sua volontà di ricostruire il proprio Paese con valori di pace e democrazia, valori di cui gli USA si sono fatti portatori da sempre, se ne ricordi il Presidente Trump! Certo, gli interventi statunitensi nella regione non hanno quasi mai portato alla nascita o alla restaurazione della democrazia, ma la speranza deve essere l’ultima a morire.

 

Federico Iannuli

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