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Riforma fiscale e Partito Repubblicano. Dove eravamo rimasti?

Il piano di aprile: riduzione delle tasse su imprese e individui
La discussione sulla riforma di Obamacare e le vicende del Russiagate hanno messo in secondo piano la questione della riforma fiscale, punto cruciale nel programma di Trump. Il Partito Repubblicano, si sa, è il portatore della filosofia delle tasse basse, direzione verso cui l’amministrazione vuole sicuramente muoversi, intenta a compiere quello che Trump definisce come il più grande taglio delle tasse nella storia americana.
Partiamo però da un presupposto: il quadro è ancora piuttosto vago. Il punto di partenza è un documento che la Casa Bianca, attraverso il segretario al Tesoro Mnuchin e il consigliere economico Cohn, aveva presentato il 26 aprile. Si tratta un testo ancora troppo breve e generico per fare concrete previsioni, anche se emergono certi punti fermi, detti tante volte in campagna elettorale, quali la riduzione degli scaglioni di reddito da sette a tre per le persone fisiche (con imposte al 10%, al 25% e 35%), nonché un netto abbassamento dell’imposta sulle imprese, dal 35% al 15%.
Di fatto, il piano presentato da Mnuchin e Cohn è volto a delineare linee guida che, per quanto significative, è verosimile che subiscano importanti modifiche nel corso dell’iter legislativo (e “pre-legislativo”). .
Nel definire quale sarà la nuova legge, avrà dunque molto peso la dialettica tra Casa Bianca e Campidoglio e la discussione che si terrà nel partito. Proprio qui sta il nocciolo della questione: all’interno dei Gop le divergenze non mancano, come del resto è inevitabile quando si parla di temi così sentiti e delicati, quali le tasse e i conti pubblici.

Impatto sul bilancio e posizioni nel partito
Nel merito della proposta fiscale, ci sono almeno tre punti di divergenza, strettamente collegati, con cui il Gop deve fare i conti per presentarsi compatto alle discussioni in Aula. Il primo riguarda l’impatto sulle casse federali, tema su cui emerge una frattura molto chiara, che vede contrapporsi chi è a favore di manovre espansive e chi invece è contrario a peggioramenti nel debito pubblico. Questi ultimi vengono chiamati, nel gergo, con un termine estremamente efficace: “deficit hawks”, falchi di bilancio. Si possono anche definire come “conservatori fiscali” e rappresentano una fazione minoritaria ma ben presente nel partito. D’altronde va anche fatta una precisazione di carattere generale: un membro del Congresso è fortemente responsabile davanti al distretto o allo stato che lo ha eletto, quindi sa di dovere rendere conto al suo elettorato se ha votato a favore di leggi che aumentano la spesa pubblica federale (ossia di Washington D.C) o inasprito la pressione fiscale. Questa è una costante nella politica statunitense.
Gli analisti calcolano che il piano dell’amministrazione potrebbe ingrossare il debito di 7 mila miliardi. Sulla questione, Trump e Mnuchin hanno affermato che i nuovi provvedimenti contribuiranno a fare crescere il Pil del 3%, un ritmo che allontanerebbe lo spettro di una crescita del debito, visto che di pari passo aumenterebbero anche gli introiti fiscali per il governo. Il fatto è che una crescita del 3% pare ora come ora improbabile, come fanno notare diversi economisti.

Riforma fiscale o tagli alle tasse?
Il secondo punto fondamentale, strettamente intrecciato con il primo, è poi quello che sta alla base di tutta la questione e tutto il dibattito: si tratterà di una vera e propria riforma fiscale oppure di più semplici tagli alle tasse? Entrambe le opzioni tendono ovviamente a una riduzione del carico fiscale ma la differenza è notevole: una riforma implica una piena revisione del codice fiscale e richiede un percorso più lungo e laborioso, tant’è che l’ultimo atto di questa portata è stato compiuto da Reagan nel 1986. La via dei tagli alle tasse consisterebbe invece in misure più limitate, come erano quelle prese da Bush jr.
L’amministrazione pare decisamente propensa alla riforma fiscale, molto presente nella retorica di Trump. Per di più, dato che il Partito Repubblicano si trova ora in controllo sia del Campidoglio che della Casa Bianca, diversi esponenti, tra cui lo Speaker Paul Ryan, sono determinati a cogliere questa occasione. Dall’altro lato, la fazione favorevole alla via dei “semplici” tagli agli tasse argomenta che la procedura per approvarli e metterli in atto sarebbe più rapida. E non è poco, visto che sarebbe essenziale arrivare alle mid-term con alle spalle un traguardo di questo tipo.
Legato a questo aspetto, c’è il terzo punto da tenere d’occhio, ossia il dibattito tra chi spinge per tagli alle tasse permanenti e chi per tagli temporanei. A tal proposito, diversi repubblicani alla Camera tendono a preferire l’idea della riforma completa e dei tagli permanenti, spostando la pressione fiscale più sui consumi (imposte indirette), che sui redditi (imposte dirette), mossa ritenuta da molti economisti come migliore per una crescita di lungo periodo.
E’ poi eloquente l’affermazione di Kevin Brady (presidente dell’altrettanto eloquente Commissione “Ways and Means”): “tagliare le aliquote aiuterebbe, senza dubbio. Ma sarebbe come mettere un super-carburante in un vecchio macinino. Dobbiamo fondamentalmente ridisegnare il codice fiscale”.
Brady e gli esponenti a lui vicini ricordano inoltre l’incertezza che deriverebbe da tagli alle tasse temporanei, sostenendo che bisogna dare segnali forti alle imprese, perché riportino in patria la loro manifattura e i loro programmi di ricerca e sviluppo.
Un’altra divergenza riguarda le aliquote, dato che i repubblicani della Camera, l’anno scorso, avevano presentato un piano che prevedeva aliquote più alte rispetto alla proposta della Casa Bianca. Inoltre, c’è un acceso dibattito riguardo a un’altra proposta dei deputati repubblicani, cioè la cosiddetta border-adjustment tax, una tassa del 20% sulle importazioni, nell’intento di far rifiatare il bilancio e supportare la manifattura nazionale. Su tale proposta però c’è ultimamente molta freddezza, tant’è che è stata esclusa dal piano esposto che l’amministrazione ha esposto a aprile. Infine, c’è chi propone di unire la legge di riforma fiscale con il piano sulle infrastrutture, altra proposta centrale nel programma del presidente. E’ una mossa non da escludere, pensata anche per ottenere l’appoggio dei democratici.
Ora come ora sembra comunque impossibile che la proposta, per com’è progettata, possa ricevere voti dai democratici, quindi il Partito Repubblicano ha un basso margine d’errore. A questo proposito, c’è un ulteriore aspetto da considerare, importantissimo per riuscire nell’approvazione della riforma. Il piano prevede di eliminare le deduzioni alle tasse locali e statali, il che renderebbe più salate questo tipo di imposte. Questo svantaggerebbe soprattutto i contribuenti di quegli stati che hanno la pressione fiscale più elevata, quali New York, New Jersey e California, che appunto si basano maggiormente su questo sistema di detrazioni. Ebbene, da questi stati provengono 28 deputati repubblicani, che quindi è possibile che si oppongano alla riforma per com’è adesso, sapendo quanto sarebbe impopolare presso i loro elettorati.
Il piano sulle tasse sarà presumibilmente la seconda significativa battaglia congressuale per Trump, a seguito di quella su Obamacare. Ma la pausa di agosto è molto vicina, dunque se ne riparlerà almeno da settembre. Ad ogni modo, il tema è parte fondamentale della filosofia del Gop ed è molto sentito dagli americani.
E’ facile che assisteremo a sviluppi e dibattiti molto interessanti.

Informazioni su antoniopilati ()
Da Brescia, classe 1995. Sono studente di Scienze politiche internazionali. Amo da sempre la storia, di qualsiasi periodo, e la geografia, soprattutto nel fare ricerche sui vari Paesi e le loro caratteristiche. Sono molto interessato agli Stati Uniti sotto ogni aspetto, in quanto Paese che ritengo avvincente e unico: non solo differente rispetto a qualsiasi altro, ma anche estremamente variegato al suo interno. Sono inoltre appassionato di calcio, di videogiochi strategici, di viaggi -specialmente per le grandi città-, che adoro preparare con la massima precisione. Per “The American Post”, mi occupo del Partito Repubblicano e curo la “Rubrica storica”.

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