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Donald Trump Jr e le sue email: smoking gun, ma di cosa precisamente?

Dopo che ieri a sorpresa il figlio maggiore del presidente ha pubblicato su Twitter la sua chain di email con Rob Goldstone in preparazione al meeting del 9 giugno 2016 con l’avvocato russo Natalia Veselnitskaya, una domanda sorge alla mente di tutti: siamo finalmente di fronte alla smoking gun che affosserà la presidenza di Trump?

La risposta è: no. Smoking gun lo è di sicuro, ma per dimostrare l’incompetenza e la mancanza di moralità e di etica della campagna di Trump. Ma sono sicuro che gli americani che lo hanno eletto presidente, l’ultima cosa che si attendevano da lui era l’etica e la moralità, quindi stiamo parlando del proverbiale “segreto di Pulcinella”.

Ma a livello delle indagini in corso sul Russiagate questo cosa dimostra? Quanto è riportato nelle email di ieri rende evidente che qualcuno (Goldstone) affermando di avere informazioni riservate provenienti direttamente dal governo russo abbia cercato di organizzare questo incontro in modo tale da fornire tali informazioni alla campagna di Trump.

La fonte delle informazioni, secondo quanto afferma Goldstone nelle sue email, sarebbe il Procuratore Generale russo, Yuri Chaika, e si tratterebbe di informazioni che riguarderebbero rapporti tra la Clinton e la Russia e che permetterebbero di incriminare la Clinton, “facendo un bel favore” a Trump. Si tratterebbe quindi di “informazioni sensibili e provenienti da alto livello”, che rappresentano il tentativo tangibile del governo russo di dare “supporto alla candidatura” di Trump.

Anche il leader dell’opposizione russa, Alexey Navalny, arci nemico di Vladimir Putin, in un suo post su Facebook avalla la possibilità che un tale tentativo sia accaduto, affermando che Chaika è noto in Russia per essere un ladro ed un malfattore e che è plausibile pensare che se davvero il Cremlino abbia voluto aiutare Trump possa averlo fatto usando come tramite Agarov, il miliardario ex partner di Trump in Russia con il quale l’attuale presidente americano ha organizzato la finale di Miss Universo 2013 a Mosca.

Boom, verrebbe da pensare a prima vista. Ma in concreto di cosa stiamo parlando? Nonostante aver cambiato più volte il proprio racconto di questo incontro ed essersi anche contraddetti, tutti i protagonisti concordano su una cosa: si sarebbe trattata di una perdita di tempo e la Veselnitskaya non aveva alcuna informazione reale da riferire.

Ovviamente tutti i partecipanti hanno interesse a mantenere questa posizione per difendersi dalle accuse, ma ci sono diversi dati che lasciano propendere che la loro linea difensiva sia reale. Anzitutto — ed io ho seguito giorno per giorno la campagna elettorale come ben sapete — non si è mai parlato di questioni che legassero la Clinton alla Russia se non nel caso della vendita di Uranium One (una compagnia che si occupa dello sfruttamento delle miniere di uranio) a Rosatom, che avrebbe portato guadagni nelle casse della Clinton Foundation.

Ma attenzione: si tratta di una storia la cui pubblicazione è ben precedente l’incontro del 2016, in quanto pubblicata per la prima volta il 23 aprile del 2015 sul New York Times, e poi ripresa nel corso della campagna elettorale ad ottobre — essendo stata menzionata nelle email pubblicate su WikiLeaks provenienti dalla casella postale privata di John Podesta, il manager della campagna elettorale della Clinton.

Altre menzioni rilevanti riguardanti possibili accordi tra la Clinton e i russi che potrebbero aver avuto un ruolo tale da “incriminarla”, come scrive Goldstone in queste email, non ve ne sono state. Quindi la domanda è: se Trump Jr e la Veselnitskaya dicono il falso, che fine hanno fatto le rivelazioni promesse? Perché poi non sono state usate nel corso della campagna elettorale? È molto più semplice pensare che invece effettivamente la Veselnitskaya non abbia portato nulla di rilevante, come affermato dai presenti.

Dal punto di vista puramente legale, comunque, anche fosse , non esiste alcuna legge che impedisca esplicitamente ad esponenti di una campagna elettorale di ottenere informazioni scottanti sul proprio avversario, sebbene la sezione 30121 del Titolo 52 del codice penale vieti ai candidati elettorali di ottenere fondi o “qualsiasi altra cosa di valore” come contributo per la propria elezione da parte di fonti straniere. Che la fornitura di informazioni da parte di Agarov per conto del governo russo e per tramite della Veselnitskaya rientri nella fattispecie di “altra cosa di valore” è un concetto molto dubbio dal punto di vista legale, visto che la legge fa riferimento a vantaggi pressoché materiali e tangibili (come finanziamenti in denaro in primo luogo).

Altra possibilità è quella che la Veselnitskaya abbia invece fornito informazioni relative alla campagna di hacking in corso, ed in particolare alla violazione del server del DNC, di cui ancora non si era a conoscenza alla data dell’incontro ma che di lì a poco sarebbe divenuto materia di interesse pubblico. Stiamo parlando nello specifico delle email che Debbie Wassermann Schultz ed i suoi collaboratori si erano scambiati nell’aprile 2016 per cercare di dissuadere, con le buone o le cattive, Bernie Sanders dal continuare la sua campagna alle primarie contro Hillary Clinton.

Ma è così? A parte che è una ipotesi investigativa molto difficile da provare, questa ipotesi contrasta con quanto riferito da Goldstone nelle sue email — ricordate? materiale compromettente relativo a relazioni tra la Clinton e la Russia. Nel caso comunque che fosse effettivamente così e Goldstone si fosse confuso nelle sue email, ci sarebbero i margini per la messa in stato d’accusa di Trump Jr e degli altri partecipanti all’incontro (Paul Manafort, Jared Kushner, Rob Goldstone e Natalia Veselnitskaya) e possibilmente dello stesso presidente Trump ai sensi della sezione 30 Titolo 18 del codice penale americano: cospirazione mediante l’uso di crimini informatici. Ma come detto, è una ipotesi investigativa molto difficile da provare.

Quanto successo ieri è uno sviluppo molto importante, quindi, ma soprattutto dal punto di vista politico. Le indagini ad ogni modo vanno avanti ed è ben possibile che da qui alla loro chiusura escano fuori altri casi che facciano pensare in maniera più chiara ed evidente che sia stato commesso un reato da parte di qualcuno nella campagna di Trump. Ma al momento, siamo di fronte solo ad una smoking gun che dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, la totale mancanza di etica e moralità della campagna di Trump, e la totale inadeguatezza del figlio maggiore del presidente — ma nulla altro.

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