IN EVIDENZA

4 luglio, la Dichiarazione che segna la storia

United States Declaration of Independence on a Betsy Ross flag background

Più di una semplice questione di tasse
Il 4 luglio rappresenta un evento cruciale nella storia americana -e non solo-, trattandosi della data in cui venne resa pubblica la celebre “Dichiarazione di indipendenza”, firmata due giorni prima. Ma quali fatti precedettero questo fondamentale documento? E quali ragioni portarono i coloni americani a una presa di posizione così radicale?
Ovviamente, la Dichiarazione di indipendenza si inserisce nel contesto della Rivoluzione americana, quella lunga fase, dal 1765 al 1783, che vide gli abitanti nordamericani ribellarsi contro la madrepatria inglese. Come per ogni macro-evento della storia, la ricerca delle cause che determinarono la Rivoluzione deve tenere conto di diverse sfumature -tantopiù se si parla di uno dei maggiori cambiamenti di tutti i tempi, che fortemente contribuì a caratterizzare l’età moderna-.
Spesso vengono indicati fattori fiscali ed economici come le cause profonde della Rivoluzione, ma in realtà il problema vero, che stava all’origine del malcontento dei ribelli, era ben esplicitato dallo slogan “no taxation without representation”. Come infatti nota lo storico Niall Ferguson, le tasse che Londra introdusse all’epoca non erano particolarmente elevate. La pressione fiscale sui territori d’Oltreoceano subì sicuramente un aumento, che la Gran Bretagna decise a causa delle difficoltà finanziare che aveva lasciato l’impegno nella Guerra dei sette anni (1755-63). Tuttavia, quello che gli americani soprattutto rivendicavano era il diritto di far sentire la propria la voce nel Parlamento inglese, tanto più in tema di politiche commerciali e fiscali per le colonie [N. Ferguson, Impero, 2009, p. 86]. Oltre a questo, alcuni intellettuali americani stavano sviluppando una visione “federalista” dell’Impero britannico, secondo la quale tutte le colonie dovevano essere considerate sullo stesso livello della madrepatria e dovevano godere di una forte autonomia, per quanto legate in un impero unificato sotto la figura del monarca [M. Bassani e A. Mingardi, Dalla Polis allo Stato, 2015, p. 130].
Ebbene, nel 1765 il Parlamento introdusse lo “Stamp act”, che imponeva alle colonie di pagare una tassa su ogni foglio stampato. Questo provvedimento provocò l’immediata ira degli americani, tant’è che venne ritirato l’anno successivo. In seguito, l’Inghilterra introdusse dei dazi doganali, ma furono anche questi rapidamente abrogati, tranne uno: quello sul tè [N. Ferguson, Impero, 2009, p. 84]. Questa circostanza, insieme alla decisione di Londra di conferire alla “East Indian Company” il monopolio sul commercio della popolarissima bevanda, inasprirono il malessere dei coloni. Ebbe così luogo il famoso “Boston Tea Party”: un gruppo di americani travestiti da indiani entrò nelle navi mercantili inglesi e ne sabotò i carichi di tè. In realtà, il tè rimaneva ancora a buon mercato, tant’è che furono proprio i contrabbandieri, che più ci avrebbero perso da questi nuovi provvedimenti, a organizzare questo atto di ribellione [Ibidem]. Gli inglesi reagirono aspramente, sciogliendo l’assemblea locale e rafforzando l’autorità dei militari e della Corona.
A quel punto, la ribellione divampò nel New England (la zona nordorientale degli Stati Uniti) e i suoi cittadini presero le armi entrando in scontro aperto con le truppe britanniche. Ebbero così luogo, nel 1775, le battaglie di Lexington-Concord e Bunker Hill, di proporzioni ridotte ma estremamente significative nella memoria collettiva americana. E’ importante notare che per molti aspetti si trattava soprattutto di una “guerra civile”, che non vide semplicemente scontri tra le truppe delle Tredici colonie e quelle britanniche, ma anche tra coloni ribelli e lealisti, spaccando intere famiglie e comunità, dal momento che erano ancora molti a non vedere di buon occhio la causa dell’indipendenza [Ivi., p. 89].

Il dibattito politico e culturale
Sempre in risposta alla repressione inglese, nel settembre del 1774 venne convocato a Filadelfia il “Congresso continentale”, che radunò i rappresentanti delle colonie (tranne la Georgia). Veniva così ufficializzato un inizio di dialogo e di coordinamento della vita politica tra le autorità di quelli che sarebbero diventati gli Stati fondatori. Non bisogna dimenticare un fattore rilevante sia sul piano militare che politico: le Tredici colonie occupavano un territorio estremamente esteso, pari alla gran parte dell’odierna East Coast, dunque difficile da gestire e controllare. L’anno seguente, venne convocato un “Secondo Congresso”, che promulgò una sostanziale dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna.
A imprimere una svolta nel dibattito politico e intellettuale fu un libro che divenne un autentico bestseller: “Common Sense”, scritto da Thomas Paine, immigrato inglese nel Nuovo mondo. Infatti, in quel momento i patrioti avevano bisogno di “trovare le parole, le formule con cui giustificare l’indipendenza e immaginare la nuova comunità nazionale che si sarebbe compiuta”, pertanto, era necessario compiere un “regicidio fondativo” [M. Del Pero, Libertà e impero, 2011, p. 17]. Il pamphlet di Paine, svolse esattamente questa funzione, sferrando un autentica denuncia alla monarchia. L’autore affermava in maniera radicale che le Tredici colonie dovevano rendersi indipendenti, dato che il legame con la Gran Bretagna non faceva altro che danneggiare gli americani, trascinandoli nelle guerre europee e limitandoli nei commerci. L’opera offriva anche una visione del ruolo dei futuri Stati Uniti nel sistema internazionale, in una filosofia che predicava la centralità del commercio, l’internazionalismo ma anche l’eccezionalismo americano.


La Dichiarazione di indipendenza: un atto totale
Varie ragioni contribuiscono a rendere fondamentale questo testo. Potremmo considerarlo il coronamento concettuale della Rivoluzione, quello che la trasformò in qualcosa di più grande e significativo di una ribellione contro una potenza europea. Innanzitutto, vi è quel memorabile passaggio, che non a caso ogni presidente cita nel suo discorso di insediamento: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati.” Viene qui in luce la tradizione del liberalismo di Locke, secondo la quale il fine del governo deve essere la difesa dei diritti individuali dei cittadini, che appunto sono naturali e inalienabili. Tuttavia, persino queste parole lasciavano presagire un futuro cupo per donne, neri e pellerossa, nella nuova nazione.
La Dichiarazione è anche un atto di politica estera, poiché afferma “l’arrivo di un nuovo attore sulla politica internazionale” [Ivi., p. 27]. Esso rappresentava il documento con cui il neonato Stato poteva contrattare con le potenze europee per ottenerne l’indispensabile appoggio nella guerra che stava per avere inizio.
Da ultimo, ma non per importanza, la Dichiarazione è un “atto d’unione” tra le colonie, sebbene non sarà sufficiente a garantire la coesione necessaria per un’efficace gestione delle operazioni militari, specialmente nella prima fase del conflitto [Ivi., p. 29].
E’ con questo passaggio che la Rivoluzione americana si evolve e confluisce nella vera e propria Guerra di indipendenza (databile dal 1775 al 1783), dunque un autentico conflitto tra Stati, che vedrà il coinvolgimento anche di Francia e Spagna, su tutti.

Conclusioni e consigli per approfondire
Come luoghi da visitare ci sono certamente Filadelfia e Boston, città più “antiche” degli Stati Uniti e luoghi simbolo della Rivoluzione. Filadelfia ospita l’Independence Hall, dove fu dibattuta e approvata la Dichiarazione. Inoltre, è stato recentissimamente aperto il “Museum of the American Revolution”, che pare estremamente interessante per i più appassionati. La capitale del Massachussets è invece famosa per il “Freedom Trail”, itinerario pedonale che collega i luoghi storicamente più significativi di Boston.
Un buon film per approfondire è “Il patriota”, di e con Mel Gibson. Dal punto di vista delle storiche e politiche non è molto dettagliato, però dà un’idea della natura del dibattito tra coloni filo-indipendendisti, moderati e lealisti, nelle assemblee locali. Soprattutto è ottima la resa delle battaglie, facendo capire la differenza tra truppe regolari (quelle britanniche) e le milizie dei ribelli.
Una curiosità: tra le decine di ragioni rendono importante il 4 luglio vi sono anche le morti, in quella data, di ben quattro presidenti: Jefferson, Adams (che si spensero addirittura nello stesso giorno, nel 1826), Monroe e Coolidge.

Informazioni su antoniopilati ()
Da Brescia, classe 1995. Sono studente di Scienze politiche internazionali. Amo da sempre la storia, di qualsiasi periodo, e la geografia, soprattutto nel fare ricerche sui vari Paesi e le loro caratteristiche. Sono molto interessato agli Stati Uniti sotto ogni aspetto, in quanto Paese che ritengo avvincente e unico: non solo differente rispetto a qualsiasi altro, ma anche estremamente variegato al suo interno. Sono inoltre appassionato di calcio, di videogiochi strategici, di viaggi -specialmente per le grandi città-, che adoro preparare con la massima precisione. Per “The American Post”, mi occupo del Partito Repubblicano e curo la “Rubrica storica”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: