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LA POLITICA DI TRUMP IN ASIA ORIENTALE: TRA CONTINUITÀ E DISCONTINUITÀ

Alla luce dei primi quattro mesi di Donald J. Trump come Presidente degli Stati Uniti d’America, la politica adottata dalla sua Amministrazione nei confronti dell’Asia si è caratterizzata per una alternanza tra continuità e discontinuità che non consente, almeno per ora, di individuare le possibili mosse future. Se in un primo momento l’Assistente Segretaria di Stato Susan Thornton per gli Affari dell’Asia dell’Est e del Pacifico aveva dichiarato la volontà di un distacco dalla politica del Pacific Pivot, inaugurata dall’Amministrazione Obama benché mai veramente attuata, nella prassi ciò non sembra essersi ancora verificato.

LA POLITICA VERSO L’ASIA DELL’EST…

Sino a ora l’Amministrazione Trump ha dimostrato un profondo interesse nei confronti della regione, a partire dai primi viaggi tenuti dal Segretario di Stato Tillerson, dal Segretario della Difesa Mattis e dal Vice Presidente Pence nell’Asia orientale e dai frequenti contatti tra il Presidente Trump e i leader asiatici, quali il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe e il Presidente cinese Xi Jinping.

Durante le loro visite in Corea del Sud, Tillerson, Mattis e Pence hanno rassicurato il governo locale riguardo all’alleanza con gli Stati Uniti, e confermato il relativo impegno a proteggere il Paese dalla minaccia proveniente dalla Corea del Nord. Inoltre è stato garantito dagli USA il dispiegamento nella penisola coreana del Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), un sistema antimissile statunitense finalizzato a neutralizzare missili balistici a medio e corto raggio. D’altro canto, l’Amministrazione Trump ha richiesto un maggior sostegno economico da parte della Corea del Sud alle truppe americane stanziate sul suo territorio.

Sul fronte giapponese, sia il Primo Ministro Abe sia il Presidente Trump hanno riconfermato l’impegno di entrambi i Paesi nella loro alleanza e, soprattutto, hanno sottolineato l’importanza del Trattato sulla Mutua Cooperazione e Sicurezza, che comprende anche la protezione delle Isole Senkaku, un gruppo di cinque isolette disabitate e tre scogli che sono alla base di una disputa tra Giappone e Cina ancora in atto.

Fig.1 – Il Presidente USA Donald Trump e il Primo Ministri giapponese Shinzo Abe

… E VERSO L’ASIA DEL SUD

L’interesse statunitense nei confronti della regione asiatica non ha tralasciato la zona meridionale. Il Primo Ministro tailandese Prayuth Chan-ocha ha infatti accettato l’invito di recarsi alla Casa Bianca, affermando inoltre che Trump gli avrebbe assicurato che le relazioni tra Tailandia e Stati Uniti saranno più strette che mai. Alla base di tale rapporto, vi è il sostegno dato dagli Stati Uniti alla Tailandia su due principali fronti: limitare le interferenze da parte della Cina nel Paese e incrementare il finanziamento USA alle Forze Armate. D’altro canto, la Tailandia offre agli Stati Uniti la possibilità di accedere alla base aerea navale di U-Tapao, che si è rivelata strategicamente essenziale durante le operazioni in Afghanistan e Iraq; inoltre, dato che la Tailandia non condivide alcun confine con la Cina, gli Stati Uniti possono collocarvi le proprie forze militari senza che ciò comporti un’eccessiva minaccia per Pechino. Le Filippine, altro attore importante nella regione, hanno mostrato la necessità dell’aiuto degli Stati Uniti nella lotta contro gli jihadisti, nonostante il Presidente Rodrigo Duterte abbia deciso di assumere una posizione più critica nei confronti degli Stati Uniti, probabilmente per mantenere una possibile apertura nei confronti della Cina: il tentativo, come spesso accade in questi casi, pare sia quello di bilanciare l’influenza dei due giganti sul Paese e assicurarsi una ragionevole indipendenza.

I RAPPORTI CON LA CINA

Se in un primo momento sembrava possibile un cambiamento politico radicale nei confronti di Taiwan e della Cina, in seguito alla chiamata tra Trump e il Presidente taiwanese Tsai Ing-wen, tale possibilità è regredita con l’affermazione del Presidente statunitense, durante la chiamata con il leader cinese Xi Jinping, di voler onorare la cosiddetta One China Policy. Inoltre, lo scorso marzo, le visite di Tillerson al Ministro degli Esteri cinese e al Presidente Xi Jinping hanno evidenziato un mutuo spirito di cooperazione tra i due Paesi, diversamente da quanto potesse trasparire qualche mese prima, quando si prospettava un drastico aumento della tensione nel Mar Cinese Meridionale. In seguito al vertice Trump – Xi Jinping, tenutosi lo scorso aprile, Tillerson ha annunciato i quattro pilastri fondamentali alla base del Comprehensive Dialogue tra Cina e Stati Uniti: il dialogo diplomatico e sulla sicurezza; il dialogo economico; il dialogo riguardante le forze dell’ordine e la cybersecurity e, infine, quello che riguarda le questioni sociali e culturali. Ciò che non è ancora chiaro è come funzionerà questo tipo di cooperazione, anche se sino a ora non risulta evidente alcun tipo di divergenza rispetto allo Strategic and Economic Dialogue della precedente Amministrazione.

Un’importante questione emersa durante il vertice è stata la situazione di crescente tensione con la Corea del Nord, riguardo alla quale sia Mattis sia Tillerson hanno riaffermato la necessità di misure sanzionatorie più stringenti, e verso cui Trump ha intenzione di adottare azioni unilaterali, nel caso la Cina non intervenisse in maniera più incisiva. Di fatto sembra che la Cina stia facendo di più, ma non è ancora all’ordine del giorno l’ipotesi di una definitiva rottura dei rapporti economici con la Corea del Nord; piuttosto, la Cina preferirebbe una politica di mutua moderazione, che consisterebbe nella sospensione da parte della Corea del Nord dei test nucleari e missilistici e nella corrispondente interruzione delle esercitazioni militari condotte dagli Stati Uniti e della Corea del Sud. Gli Stati Uniti, comunque, sono pronti a una possibile azione militare, anche se è la loro ultima alternativa.

Fig2 – Il Presidente USA Trump e il leader cinese Xi Jinping

ELEMENTI DI DISCONTINUITÀ

Vi sono tre importanti aree in cui l’Amministrazione Trump ha mostrato di voler percorrere una via diversa rispetto ai propri predecessori: la questione dei trade deficit con l’Asia, il ritiro dal TPP e il cambiamento climatico.

Riguardo al primo punto, nonostante Trump abbia mitigato i toni, permane l’opinione secondo cui i deficit commerciali con i Paesi della regione sarebbero la causa principale della regressione economica statunitense. Durante il meeting con Xi Trump ha infatti espresso la sua preoccupazione riguardo al trade deficit tra Cina e Stati Uniti e i due Presidenti hanno poi deciso di accordarsi per un “piano dei 100 giorni”, che avrebbe l’obiettivo di incrementare le esportazioni statunitensi verso la Cina e di diminuire il deficit esistente.

Il ritiro dal TPP, Trans-Pacific Partnership, si può considerare la più importante discontinuità nella politica USA nei confronti dell’Asia. Sino all’Amministrazione Obama, la politica di Washington verso la regione è stata caratterizzata dall’obiettivo di sostenere l’integrazione economica tra i Paesi asiatici, ponendosi come garante delle negoziazioni. Probabilmente per i rimanenti partecipanti al TPP il ritiro di Washington è stato avvertito, da una parte, come la volontà di perseguire future politiche protezioniste; dall’altra, come il segnale dell’emergere di maggiori difficoltà nell’ottenimento di una Free Trade Area of the Asia Pacific (FTAAP). D’altro canto, i Paesi partecipanti si sono mostrati favorevoli al possibile ingresso della Cina all’interno della FTTAP.

Ultimo elemento, ma non meno importante, riguarda il cambiamento climatico. Durante l’incontro tra Trump e Xi nessuno dei due leader ha fatto riferimento a tale questione, diversamente da quanto era successo in precedenza con Obama. Il ritiro dagli Accordi di Parigi da parte degli Stati Uniti non sembra aver interferito con l’impegno assunto dalla Cina, che anzi ha espresso la volontà di continuare a cooperare con l’Unione Europea e la comunità internazionale per onorare e implementare gli accordi.

CONCLUSIONI

Nonostante sia ancora presto per delineare il futuro dei rapporti tra Stati Uniti e Asia, ciò che risulta evidente è la volontà di perseguire la continuità, ma nel contempo di favorire rapporti basati su presupposti diversi rispetto a quelli perseguiti sino a ora dalle precedenti Amministrazioni. Le scelte adottate da Trump, soprattutto in materia di cambiamento climatico e di TPP, hanno concorso alla perdita di credibilità per gli Stati Uniti anche nella regione asiatica, in cui però è innegabile la necessità della loro presenza.

 

http://thediplomat.com/2017/04/trumps-first-100-days-in-asia/

https://geopoliticalfutures.com/us-old-friend-southeast-asia/

https://geopoliticalfutures.com/washington-philippines-inescapable-ally/

http://www.aljazeera.com/news/2017/06/china-vows-commit-paris-climate-accord-170601092431302.html

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