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Area MENA e sfide del Presidente

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Sono trascorsi più di cento giorni da quando Trump è stato nominato Presidente degli Stati Uniti d’America. Molto è stato detto su di lui, numerose soprattutto le critiche verso il tycoon. Per nessun governo è facile elaborare specifiche strategie politiche interne ed esterne; tuttavia gli Stati Uniti occupano un ruolo preminente nello scacchiere internazionale, ruolo che richiede un alto numero di onori e oneri e, soprattutto, l’impiego di politiche concrete e ragionate. Molteplici sono le sfide che si prospettano per Trump, ma quali sono quelle che lo riguardano nell’area più calda e discussa del globo, il Medio Oriente?

La lotta al terrorismo

La problematica più importante è sicuramente quella riguardante la lotta al terrorismo internazionale. Crescono, da un lato, le vittime civili coinvolte nei raid statunitensi in Medio Oriente; dall’altro, crescono la paura e l’inquietudine dell’opinione pubblica su entrambe le sponde dell’Atlantico. Trump ha annunciato che 4000 soldati verranno presto dislocati in Afghanistan nel contesto della guerra al terrorismo, sebbene non sia ancora chiaro l’approccio strategico che verrà perseguito né come questo aumento di truppe possa non essere fallimentare come le operazioni degli ultimi 16 anni. Il tycoon ha anche proposto e modificato il programma riguardante il bando per i cittadini provenienti da Paesi ritenuti a rischio (Iran, Iraq, Yemen, Libia, Siria, Somalia), insieme a una nuova procedura fatta di maggiori e più severi controlli per permettere di identificare e, se necessario, allontanare ipotetici terroristi. Infine, ha elogiato l’Arabia Saudita e i suoi alleati per aver isolato il Qatar, quasi questi fosse l’unico finanziatore e colpevole del terrorismo regionale e internazionale. Ciò non ha impedito, ovviamente, la vendita di materiale bellico e di circa 36 caccia F-15.

Arabia Saudita

Un ruolo importante nella sfida al terrorismo sembra essere ricoperto dall’Arabia Saudita, Paese con il quale Trump sta allineando la propria politica in Medio Oriente. Trump è stato duramente criticato in quanto l’Arabia Saudita è coinvolta nei bombardamenti dello Yemen, dove è in atto una guerra intestina fra ribelli Houthi, Al Qaeda, ISIS, movimenti locali, Arabia Saudita ed EAU. Per Riyad, la nuova Amministrazione Trump sembra rappresentare, per il momento, un trampolino per il rilancio di migliorate relazioni con gli Americani. Le due parti sono infatti riuscite a raggiungere un accordo commerciale per la vendita di armamenti pari a 110 miliardi di dollari, fino al raggiungimento della cifra record di 350 miliardi di dollari in dieci anni. I rapporti sono certamente enigmatici: il Presidente americano vorrebbe utilizzare al meglio i sauditi per ridefinire gli equilibri in Medio Oriente, ed in particolare con i Paesi del Golfo, per arginare la minaccia nucleare iraniana. Dal canto loro, i sauditi gioverebbero della posizione americana che guarda a Riyad. Il tutto a discapito delle mire espansionistiche iraniane. Trump deve però ridisegnare i rapporti con l’Arabia considerando degli elementi molto importanti: in primo luogo, la posizione saudita nei confronti del terrorismo è piuttosto ambigua. Il regime di Riyad non pare esportare soltanto petrolio, ma anche volontari per il jihad, specialmente verso la Siria. Trump dovrebbe premere sui sauditi affinché Riyad arresti finanziamenti e facilitazioni verso i terroristi e implementi le sue politiche anti-radicalizzazione e cominci a lavorare lentamente per incrementare le libertà economiche e civili dei cittadini.

Riguardo al Qatar, inizialmente Trump ha appoggiato e sostanzialmente si è fatto attribuire la decisione saudita di isolare il Qatar, accusato di finanziare il terrorismo islamista (“Non uno soltanto. Chi sostiente il terrore jihadista”, Riccardo Redaelli, Avvenire.it, 6 giugno 2017). Posizione però non condivisa nei corridoi del Congresso fra i generali del Pentagono in quanto gli USA ospitano in Qatar la base militare di Udeid, ritenuta la più importante di tutto il Medio Oriente.

Israele

Parlando sempre di strategia politica, Trump pare interessato a tessere nuovi e rinnovati rapporti anche con Israele. Punto nevralgico di questa storica relazione è costituito dalla posizione di Trump su Gerusalemme. Nella mossa del tycoon vi era inizialmente  l’ipotesi di spostare l’Ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme: mossa diplomatica sensazionale perché di fatto il governo USA avrebbe riconosciuto ufficialmente la Città Santa come capitale dello Stato ebraico. Il Presidente americano ha tuttavia firmato un provvedimento rinviando il trasferimento dell’Ambasciata. Decisione sostenuta dall’idea di volere negoziare un accordo di pace fra israeliani e palestinesi. Rispetto alla precedente Amministrazione Obama, quella di Trump pare infatti voler sostenere con forza Israele andando a compromettere il processo di pace con i palestinesi, i quali reclamano a loro volta Gerusalemme Est come capitale. Vi è quindi l’apparenza di un vincolo inscindibile secondo Trump fra USA e Israele. Vincolo sicuramente legato alla minaccia nucleare iraniana.

Iran

Le relazioni USA-Iran risultano essere più negative. Il Presidente degli Stati Uniti si muove infatti in modo molto più prudente sul fronte Iran, specialmente per quanto riguarda la questione nucleare. Il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, ha confermato il bisogno di Trump di rivedere l’accordo sul nucleare iraniano (“Iran, Trump ordina revisione accordo sul nucleare”, ANSA, 19 aprile 2017). Washington ha infatti accusato Teheran di giocare col fuoco in seguito all’ultimo test missilistico effettuato e per questo ha deciso di procedere con delle sanzioni volte ad intaccare quelle entità che in Iran paiono coinvolte nello sviluppo di nuove testate missilistiche con presunti scopi terroristici. Queste sanzioni sono viste dall’Iran come una violazione dell’accordo sul nucleare, gli USA dal canto loro sostengono la tesi secondo la quale tali mosse non violino nessuna intesa. Le nuove sanzioni sancirebbero l’inizio di una politica più aggressiva contro la Repubblica Islamica, così come più volte annunciato da Donald Trump durante la campagna alle presidenziali. La nuova politica statunitense del tycoon si discosta, infatti, da quella tenuta dal predecessore Barack Obama. Nella risoluzione 2231 delle Nazioni Unite, “si invita la Repubblica Islamica a non condurre test missilistici con possibile configurazione nucleare per i successivi otto anni dall’entrata in vigore dell’accordo, siglato il 20 luglio del 2015 con le potenze mondiali”. L’Iran sostiene che il programma missilistico del Paese sia progettato per la difesa con esclusiva capacità di carico utile convenzionale. L’accordo sul nucleare, entrato formalmente in vigore il 16 gennaio dello scorso anno, non contiene disposizioni su possibili lanci missilistici convenzionali (Iran Joint Comprehensive Plan of Action, Dipartimento di Stato Americano). I recenti attentati a Teheran non hanno fatto altro che peggiorare le cose: Trump ha, infatti, definito l’Iran come vittima dello stesso terrorismo che la Repubblica Islamica finanzierebbe, invocandone l’isolamento.

Russia

La diplomazia russa sta avendo una grande influenza sul Medio Oriente, in particolar modo con l’intervento in Siria. Da quando Trump è stato eletto, tutti i principali attori mediorientali hanno intensificato i rapporti con Mosca. Questo ha infatti spinto Trump a cercare un dialogo con le due grandi potenze interessate dalla guerra in Siria: Russia e Turchia, già membro della Nato. Si nota una posizione di Trump molto più favorevole al dispiegamento di forze nella regione, in particolare i ribelli curdi. Decisione detestata dall’alleato turco che ritiene i curdi facente parte delle Forze democratiche siriane come un gruppo terroristico. Tuttavia fra Russia e Stati Uniti vi è ancora aria di crisi. Mosca si è detta preoccupata in seguito all’abbattimento del jet SU-22 siriano da parte di un Super Hornet F-18 statunitense e ha avvertito Washington, invitando gli americani a non attaccare le forze governative siriane. La Russia considererà, infatti, come bersagli gli aerei statunitensi che stanno operando nelle zone della Siria dove gli stessi russi stanno operando. Il Ministero della Difesa russo ha affermato che ciò verrà applicato anche ai velivoli che operano all’interno della coalizione sostenuta dagli Stati Uniti (“Russia to treat US jets in Sirya as ‘targets’ after America guns down regime warplane”, The Independent, giugno 2017).

Afghanistan

Segnale di nessuna prospettiva di risoluzione delle crisi nel breve periodo è data anche dalla posizione USA verso l’Afghanistan. Il recente sgancio della bomba Moab rappresenta, per Trump, un monito contro lo Stato Islamico ma non una coerente strategia di politica internazionale per il resto del mondo. La minaccia degli estremisti dell’ISIS e dei gruppi talebani ha spinto gli USA, come detto sopra, a scegliere di inviare un ulteriore contingente di 4000 soldati in Afghanistan per aumentare la presenza statunitense nel Paese e sostenere le forze afghane. Questa mossa potrebbe in qualche modo alleviare lo stallo creatosi in questa regione, ma sicuramente non è ben chiara e definita la strategia su come eventualmente ritirarsi dall’area e gli effetti che la presenza statunitense avrebbe nel lungo periodo (“Additional Troops for Afghanistan? Considerations for Congress, Congressional Research Service, 19 maggio 2017).

Alleati storici

Il nuovo Presidente sembra parlare un linguaggio differente anche con i suoi alleati storici: gli europei. Accordi bilaterali anziché continentali, vecchie industrie inquinanti contro trattati in difesa dell’ambiente, lo slogan del ‘Make American great again’ che schiaccia la difesa dei diritti universali. Gli alleati storici degli Usa sembrano ancora molto restii a voler accettare questa nuova leadership statunitense.

La politica di Trump rischia pertanto di innescare un possibile cambiamento nelle posizioni degli alleati storici e, verso il Medio Oriente, di causare molte tensioni che non gioverebbero a quest’area già sfortunatamente bollente.

 

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