IN EVIDENZA

Trump e l’Europa, una relazione complicata

blue european union EU flag on broken wall and half usa united states of america flag, crisis trump president and europe euro concept

L’Era Trump si è aperta con un generale ripensamento dei rapporti internazionali. Un maggiore isolamento e un progressivo smarcamento dagli impegni internazionali avrebbero dovuto essere i capisaldi della politica estera della nuova Amministrazione. La revisione del rapporto con l’Europa si inserisce pertanto perfettamente nell’ideologia trumpiana. Mettere in discussione settant’anni di politica estera statunitense non è però così semplice, a cominciare dalla questione NATO.

L’Alleanza Atlantica è stata definita a più riprese dal neo-eletto Presidente dispendiosa per gli Stati Uniti, che non riscontrano il rispetto dei parametri di spesa. La linea guida negoziata con gli Alleati stessi, sebbene non sia vincolante, prevede infatti l’investimento di almeno il 2% del PIL per la propria difesa. A oggi, solo quattro membri NATO, esclusi gli USA, onorano tale impegno: Grecia, Estonia, Regno Unito e Polonia. Aumentare la spesa per la Difesa incrementerebbe anche indirettamente la potenza complessiva a disposizione della NATO, perché gli europei sarebbero dotati di un apparato militare nazionale che possa supportare gli Stati Uniti nelle operazioni future.
La presunta obsolescenza è invece stata ritrattata dopo soli 82 giorni dall’insediamento del 20 gennaio. Le ragioni di questo cambiamento sono da cercare sia nel Congresso, propenso alla continuità  della politica estera piuttosto che a una rottura, sia nel riorientamento della posizione nei confronti della Federazione Russa. Già durante la campagna elettorale la volontà  di aprire un canale di dialogo tra i due Stati era stata auspicata dal tycoon, ma le sanzioni apposte dopo l’annessione della Crimea sono rimaste in vigore – erano già state rinnovate fino a metà 2017 dagli europei, proprio per dare un messaggio alla futura Amministrazione Trump – e il lancio di missili Tomahawk in Siria ha riportato le relazioni a una situazione di tensione, mentre l’Europa ha visto la sua posizione di partner primario riabilitata.

Questa ambiguità è stata più volte criticata dai vertici europei, che hanno diffidato della preparazione del Presidente Trump e hanno parimenti espresso rammarico per lo scarso sostegno alle politiche europee di accoglienza dei migranti e per la soddisfazione espressa per Brexit. Sia il Presidente del Consiglio Europeo Tusk sia il Presidente della Commissione Europea Juncker hanno sostenuto la necessità di un’Europa unita, nonostante le crescenti spinte nazionaliste che percorrono il Vecchio Continente, alimentate dalle paure e dai partiti populisti. Il Presidente della Commissione Europea ha anche ribadito l’importanza del ruolo dell’Unione e della NATO nei Balcani, nei quali assumono un ruolo di stabilizzatori.

Le difficoltà politiche che l’Unione sta attraversando si sommano al congelamento del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Nella visione trumpiana, le relazioni commerciali sono un gioco a somma zero e l’attuale deficit USA nei confronti dell’Europa – ammontante a 135 miliardi di dollari – è un disincentivo a proseguire i negoziati. Tuttavia, l’accordo permetterebbe l’armonizzazione di alcuni aspetti delle regolamentazioni europea e statunitense, recando vantaggi non solo in ambito prettamente economico, ma anche geopolitico, poiché porterebbe alla creazione di un polo commerciale che possa bilanciare la debole Unione Economia Eurasiatica e, soprattutto, l’iniziativa della Cina della Nuova via della seta (One belt, one road).
Nei giorni immediatamente successivi all’insediamento, il Presidente Trump ha inoltre sia ritirato la partecipazione degli Stati Uniti dal TPP (Trans-Pacific Partnership) sia dichiarato di voler stringere un accordo commerciale con il Regno Unito. Il secondo permetterebbe al Paese europeo di uscire dall’isolamento che dopo Brexit ha investito il Regno, rinsaldando contestualmente la special relationship che affonda le radici nella storia delle relazioni tra i due Paesi anglosassoni.
Gli Stati Uniti paiono pertanto più propensi a dare vita ad accordi bilaterali piuttosto che multilaterali: i primi tendono a permettere più facilmente agli Stati dominanti l’esercizio di una maggiore forza negoziale, consentendo di raggiungere accordi più favorevoli rispetto a quelli raggiungibili in consessi e istituzioni multilaterali (G. John Ikenberry, Liberal Leviathan: The Origins, Crisis, and Transformation of the American World Order, 2011, p. 115).

Azioni antitetiche rispetto all’Europa sono anche state intraprese in ambito ambientale. L’Amministratore dell’EPA (Environmental Protection Agency) Scott Pruitt, membro della squadra di governo attuale, ha pubblicamente messo in dubbio la correlazione tra attività umana e cambiamento climatico e ha altresì affermato di avere intenzione di sostituire i membri accademici dell’EPA con rappresentanti dell’industria oggetto della regolamentazione – “L’Amministratore crede che dovremmo far sedere al consiglio persone che comprendano l’impatto delle norme sulla comunità che ne viene disciplinata”, ha riportato il portavoce Freire. Un tentativo di anteporre le questioni economiche alle questioni climatiche, rendendo possibile alle aziende delocalizzate anche per questioni di standard ambientali, il rientro negli Stati Uniti. L’Europa, al contrario, si è sempre dimostrata all’avanguardia rispetto alle norme ambientali, con un ruolo positivo per la diffusione di standard anche oltre i propri confini.
Valutazioni sull’impatto delle misure prese dall’Amministrazione potranno essere fatte solo a posteriori, poiché la concorrenza tra sistemi normativi non necessariamente penalizza quelli caratterizzati da standard più elevati (Francesco Munari, Lorenzo Schiano di Pepe, Tutela transnazionale dell’ambiente, 2012, p. 205). Pertanto, la ricerca del vantaggio competitivo tramite la deregolamentazione del settore industriale non solo potrebbe non dare i risultati economici sperati, ma danneggerebbe gli interessi globali di tutela ambientale.

Le differenti visioni caratterizzanti l’una e l’altra sponda dell’Atlantico, come abbiamo visto in questa breve carrellata, abbracciano l’interezza dei rapporti politici e diplomatici. Se i due attori, Stati Uniti da un lato e Unione Europea dall’altro, possano fare a meno l’uno dell’altro, è difficile da stabilire. Il disinteresse degli USA può essere una spinta decisiva per un rafforzamento dell’Unione e per l’avvio di riforme necessarie, così come già accaduto dopo la fine del sistema monetario di Bretton Woods e la creazione dello SME, iniziativa del tutto europea. D’altro canto, le istanze antieuropeiste e nazionaliste che crescono all’interno dei Paesi dell’Unione rendono difficile un processo di riforma che esige l’accantonamento degli interessi particolari a favore di negoziati che possano portare a un felice e necessario compromesso. Singolarmente, gli Stati europei non hanno rilevanza contro le potenze mondiali tra le quali sono stretti: USA, Russia e Cina, senza contare i Paesi emergenti come l’India.
Gli Stati Uniti in Europa devono anche tenere conto delle spinte provenienti da Est; la Russia, specificamente, cerca di espandere la sua sfera di influenza utilizzando metodi di propaganda e cyber warfare e, trovando consensi in partiti populisti e frange estremiste, si ingerisce nei processi elettorali occidentali[1].
Come l’Europa deve fare i conti con la sua debolezza politica, così gli Stati Uniti devono fare i conti con il multipolarismo e la crescita dei giganti asiatici.
Di fronte all’emergere di nuovi poli di potere, la condivisione dei valori liberali e democratici di Vecchio e Nuovo Continente lascia pensare che il rapporto transatlantico, nonostante Trump, non sia giunto al capolinea.


[1] Si approfondisca con: Declassified report says Putin ‘ordered’ effort to undermine faith in U.S. election and help Trump in The Washington Post, 6 gennaio 2017; Joint Statement from the Department Of Homeland Security and Office of the Director of National Intelligence on Election Security, in DHS, 7 ottobre 2016; How Russia hacked the French election in Politico, 23 aprile 2017; French election: Russian hackers ‘targeted Emmanuel Macron camp’ in Independent, 25 aprile 2017; Dutch go old school against Russian hacking in Politico, 5 marzo 2017.

 

Informazioni su Elena Moleri ()
Nata nel 1993 e cresciuta in provincia di Varese, l’incontro con la politica internazionale è stato un incidente, ma l’amore è scoccato. Laureata in Economia e Management all’Insubria, ho proseguito con il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali in Statale a Milano. Durante gli anni dell’università non sono stata con le mani in mano: ho lavorato (e lavoro) come impiegata, come traduttrice, ho organizzato festival e ho cercato di arricchirmi coltivando competenze complementari allo studio accademico.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: