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Trump e la diplomazia

American flags on the hill

I volti – I tradizionali vertici della diplomazia a stelle e strisce sono il Segretario di Stato (figura molto simile a un Ministro degli Esteri) e il Rappresentante Permanente USA presso le Nazioni Unite (che nelle Amministrazioni statunitensi riveste un ruolo quasi equivalente al Segretario e rientra nel Cabinet). La prima carica è stata affidata da Trump a Rex Tillerson, ex CEO della società petrolifera Exxon Mobil. La seconda è invece ricoperta da Nikki Haley, ex Governatrice repubblicana del South Carolina. Il rapporto tra queste due figure è cruciale per orientare l’approccio diplomatico dell’Amministrazione. Basti pensare a una famosa frase attribuita all’ex Ambasciatore USA all’ONU John Bolton: “You shouldn’t have two Secretaries in the same Department” (“non si dovrebbero avere due Segretari nello stesso Dipartimento”). In un primo momento, Haley sembrava essersi imposta come il personaggio di riferimento nell’ambito della diplomazia di Trump. Il suo approccio fortemente antirusso, la sua difesa appassionata di Israele e, più in generale, il fatto che sembrasse più rapida nell’adattarsi alle sue nuove funzioni rispetto al Segretario di Stato sembravano aver messo all’angolo il più pragmatico Tillerson. Nel corso delle settimane, tuttavia, Haley è stata riportata sotto il controllo del Dipartimento di Stato, con cui oggi deve concordare tutte le sue uscite.

Fig.1 – Il Segretario di Stato USA Rex Tillerson

Trump e i leader stranieri – Dal 19 al 24 maggio Trump è stato impegnato da un tour che lo ha portato per la prima volta all’estero dal suo insediamento: in Arabia Saudita, in Israele, a Roma (dove ha incontrato il Papa), a Taormina (per il G7) e a Bruxelles (per il vertice NATO). Come primo viaggio all’estero è stato insolito, visto che di norma i Presidenti USA appena entrati in carica visitano il Canada o il Messico. La sedentarietà di Trump, naturalmente, non gli ha comunque impedito di iniziare a stringere rapporti con i leader mondiali. A partire da gennaio, alla Casa Bianca o a Mar-a-Lago sono transitati numerosi Capi di Stato e di Governo stranieri, tra cui la britannica Theresa May, il giapponese Shinzo Abe, l’egiziano Al Sisi, la tedesca Angela Merkel, il cinese Xi Jinping, l’italiano Paolo Gentiloni e il turco Recep Tayyip Erdogan. Il vertice con Vladimir Putin è stato invece rinviato (causa Russiagate e tensioni con Mosca) al G20 di luglio ad Amburgo. Oltre a ciò, Trump ha interagito con i leader mondiali a distanza, tramite telefonate. Il suo primo viaggio all’estero, tuttavia, è stato cruciale. Si è trattato di una sorta di battesimo del fuoco. È stato così per molti Presidenti, ma lo è ancora di più per Trump, la cui visione del mondo è ancora in parte un’incognita e che non ha esperienze di governo alle spalle. Il G7 di Taormina e il summit NATO, poi, lo hanno portato a relazionarsi per la prima volta con più leader stranieri contemporaneamente: in questi format contano meno le relazioni bilaterali e molto di più la capacità di tessere alleanze tattiche per portare avanti determinati punti della propria agenda.

Il Dipartimento di Stato – Nonostante nel corso degli ultimi decenni Foggy Bottom, la sede del Dipartimento di Stato USA, abbia costantemente perso importanza nel processo di elaborazione della politica estera USA (principalmente in favore del Pentagono), avere un Dipartimento di Stato al completo e competente è un passo indispensabile se un’Amministrazione vuole esercitare una diplomazia efficace. Nei primi mesi dell’Amministrazione Trump, tuttavia, si sono registrate diverse difficoltà. Innanzitutto, la Casa Bianca non ha nascosto la volontà di tagliare drammaticamente le spese del Dipartimento di Stato, demoralizzandone i dipendenti. Inoltre, la selezione del personale di nomina politica, compresi gli ambasciatori, è proceduto a rilento, principalmente per le profonde divergenze che intercorrono tra il tradizionale establishment di politica estera repubblicano (in stragrande maggioranza schierato contro Trump alle primarie) e i fedelissimi del Presidente. Infine, pesa la più generale lentezza dell’Amministrazione nel processo di sostituzione dei funzionari di medio livello, che ha interessato anche altri dicasteri. Il risultato è stato un aumento del livello di confusione e incertezza.

Le organizzazioni multilaterali – L’Amministrazione Trump si è dimostrata in linea di principio diffidente nei confronti delle organizzazioni multilaterali. In questo non fa altro che riprendere una consolidata tradizione repubblicana, che ha visto tutte le Amministrazioni GOP assumere posizioni estremamente critiche soprattutto nei confronti delle Nazioni Unite, viste come un covo di sentimenti anti-americani e anti-israeliani. Parzialmente inedita era invece la durezza nei confronti della NATO, che in campagna elettorale Trump aveva definito “obsoleta”. Appena entrata in carica, però, l’Amministrazione ha spostato le critiche dalla presunta obsolescenza dell’Alleanza Atlantica alla tradizionale necessità, sempre ribadita da tutti i Presidenti USA da Truman in poi, di distribuire in maniera più equilibrata il burden sharing tra gli alleati. L’Amministrazione Trump si è poi prefissata di tagliare drasticamente i finanziamenti alle organizzazioni internazionali, delle quali gli USA sono spesso il principale contribuente. Non è chiaro se il risparmio ottenuto da questa ipotetica mossa riuscirà a controbilanciare i probabili effetti negativi. Molti Stati, inclusi diversi alleati degli Stati Uniti, sono preoccupati che un buco nei finanziamenti si traduca in un peggioramento di alcune gravi crisi umanitarie mondiali, in particolare in Africa, con pesanti ripercussioni.

Fig.2 – L’Ambasciatrice USA all’ONU Nikki Haley

Conclusioni – Il nuovo approccio diplomatico USA, in sostanza, si rivela ambiguo. Da una parte risulta essere tradizionalmente repubblicano: difesa tenace e senza tentennamenti degli alleati storici, in primis Israele, nell’ambito delle organizzazioni multilaterali; predilezione per l’uso della forza a scapito della diplomazia; estrema diffidenza nei confronti delle organizzazioni multilaterali come le Nazioni Unite; preferenza per i rapporti bilaterali. D’altra parte si identificano alcune peculiarità introdotte o messe in risalto da Trump: predilezione per i contatti personali, a cui il nuovo Presidente sembra conferire un’importanza a tratti eccessiva; ruolo rilevante di alcuni membri della famiglia presidenziale, Ivanka Trump e Jared Kushner su tutti; rifiuto di sfoggiare una retorica idealista sui diritti umani che aveva caratterizzato le Amministrazioni del GOP da Reagan in poi; approccio transazionale alle relazioni internazionali e ai negoziati diplomatici; estrema franchezza, ai limiti dell’incidente diplomatico, nei rapporti con gli alleati.

La diplomazia è considerata dall’Amministrazione Trump uno strumento, e forse neppure il più importante, per realizzare la politica estera del Presidente: rendere l’America di nuovo grande senza impantanarla in infiniti e logoranti conflitti secondari. L’obiettivo non è nuovo e non necessariamente l’utilizzo di un nuovo approccio diplomatico è negativo. La sua efficacia, tuttavia, è ancora tutta da dimostrare.

Davide Lorenzini

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