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Un demagogo alla Casa Bianca: Trump e la politica internazionale

“Non pensavo che fosse così difficile fare il Presidente”[1].

“Non pensavo che la questione della Nord Corea fosse così complessa”[2].

“Ho detto che la NATO era obsoleta. Non lo è più”[3].

Queste frasi, lungi dall’essere state pronunciate da un comico, sono affermazioni di Donald Trump, 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America e rampante miliardario che ha sbaragliato ogni avversario, repubblicano o democratico che fosse, durante la scorsa campagna elettorale.

Un Presidente che ha dalla propria la base repubblicana, specie nel Midwest e nella Rust Belt. Un Presidente che confonde gli interlocutori e smentisce i propri collaboratori[4], oltre che inimicarsi e intimorire i servizi segreti alleati[5].

Donald Trump è un business man, come ricordato più volte[6], e sembra percepire la politica internazionale esattamente come un business dalle regole spietate: quanto più crescono le crisi, quanto più l’ambiente internazionale diventa incerto e caotico e pericoloso, tanto più Trump agisce in maniera scomposta, minacciando, sfidando, contraddicendosi.

Il Presidente si comporta come un “bullo di Stato”[7], e in questo contesto è circondato da altri bulli, quali Modi, Xi Jinping, Putin, Erdogan, Orbán: leader autoritari che un giorno discutono e l’altro tentano di cooperare, ma sempre perseguendo i propri interessi più che gli interessi di tutta la comunità internazionale.

Purtroppo, Trump è il Presidente dell’unica superpotenza rimasta, status che comporta l’assunzione di oneri e onori a livello globale. Non si possono sfuggire le crisi, giacché gli USA sono spesso chiamati in causa per risolverle. Non si possono scampare quelle in cui si è invischiati, come l’Afghanistan o l’Iraq, poiché la gestione dolorosa di entrambi i conflitti rivela oggi le sue conseguenze più disastrose. Non si può evitare di giocare un ruolo, anche minimo, in crisi di rilevanza mondiale, giacché altri Paesi sono pronti a sfidare e rimpiazzare gli Stati Uniti ovunque, anche quando non possiedono i requisiti necessari a diventare attori globali in un sistema fondato su valori liberali e regole spesso violate ma comunque presenti.

Benché diminuito rispetto agli anni ’90, il peso relativo degli USA negli affari internazionali rimane imponente, e la loro presenza o assenza in accordi o crisi internazionali può ancora condizionarne il risultato.

Trump è un demagogo superficiale, un bauscia d’Oltreoceano che, una volta giunto al potere, si è reso conto che fare un programma come You’re fired o manipolare il fallimento di un’azienda non sono esattamente la stessa cosa che occupare la Casa Bianca. E se mai abbia pensato che vincere le elezioni fosse difficile, probabilmente si sarà ormai reso conto che, oggigiorno, vincerle è abbastanza facile[8], sempre che si abbiano i mezzi giusti; il difficile è governare, bilanciare la propria azione politica fra la realtà dei fatti, le costrizioni economico-strategiche del proprio Paese e le quasi irrealizzabili promesse che si son fatte durante la campagna. Il difficile è far capire alla propria base che ciò che si è descritta durante i comizi non è la verità, quanto una semplificazione utile per accaparrarsi voti e infiammare gli animi. Pare che Trump non l’abbia ancora capito, visto il suo ultimo annuncio riguardante il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi: annuncio che, giustamente, non considera minimamente né le resistenze e le indipendenze interne – molti Stati, città e aziende hanno già annunciato che rispetteranno l’Accordo – né le implicazioni legali della questione. Oltretutto, è un annuncio che non considera in alcun modo le conseguenze sulla credibilità e le alleanze internazionali degli USA.

Le sfide che attendono il Presidente sono tante, simultanee e complicate, con dirette e indirette conseguenze per la sicurezza statunitense. Per fare degli esempi, vi sono: la questione globale dei migranti; i conflitti in Nord Africa e Medio Oriente; la rampante crescita demografica in Africa e le problematiche economiche, sociali e politiche del Continente; la regolamentazione dei mercati finanziari, tema che prima o poi bisognerà affrontare; l’assertività russa, turca, cinese; la pratica nordcoreana; la lotta al terrorismo, al narcotraffico e al crimine organizzato transnazionale; le minacce cibernetiche.

Il mondo è squassato da problematiche e crisi, spesso intrecciate fra loro: nessun approccio unilaterale, superficiale o puramente militare potrà risolverle.

A tal fine, è necessario cooperare, rafforzare le organizzazioni internazionali, sostenere chi si sforza per costruire ponti e non per alzare muri e odio.

A tal fine, è necessario che Trump capisca che la politica internazionale non può più essere solamente vista come un’arena per bulli, bensì che la politica estera deve essere orientata a favorire la cooperazione, la solidarietà e il comune raggiungimento di obiettivi e soluzioni.

A tal fine, Trump dovrebbe sostenere il concetto di solidarietà internazionale, necessaria nel mondo di oggi, diviso tra un “sistema globalizzato, ultra-complesso, iper-connesso, velocissimo”[9], e gli Stati che ne compongono l’ossatura e che sono rigidi, conservatori, legati a un ordine fatto di bilanciamenti, sfide, potere.

Un ordine mondiale che oggi non vi è più, mentre rimane forte la necessità di trovare un nuovo equilibrio fra Stati e globalizzazione.

Soprattutto, vi è la necessità di fare un passo in avanti rispetto al mondo di ieri, e comprendere che solidarietà, cooperazione e sussidiarietà sono alla base di un futuro prospero e pacifico non solo per gli USA, ma per tutta la famiglia umana: senza buonismo, solamente perché i problemi di oggi sono le conseguenze degli errori e degli egoismi di ieri, e le soluzioni di domani non le troverà alcuno Stato individualmente.

Il Presidente ha fatto già molti errori e figuracce, tuttavia la speranza dev’essere l’ultima a morire. Altrimenti, c’è sempre la possibilità di una fine anticipata del mandato presidenziale, prospettiva non più così lontana dalla realtà.

[1] Adler, S. J.; Mason, J. and Holland, S. “Exclusive: Trump says he thought being president would be easier than his old life”, Reuters, 29 Aprile 2017. Disponibile qui

[2] Baker, G.; Lee, C. E. and Bender, M. C. “Trump Says He Offered China Better Trade Terms in Exchange for Help on North Korea”, The Wall Street Journal, 12 Aprile 2017. Disponibile qui

[3] Dye, J. “Trump: Nato ‘no longer obsolete’”, Financial Times, 12 Aprile 2017. Disponibile qui

[4] Thrush, G. and Haberman, M. “‘Looking Like a Liar or a Fool’: What It Means to Work for Trump”, The New York Times, 12 Maggio 2017. Disponibile qui

[5] Barone, M. G. “Trump e i limiti dell’essere <il boss>”, Il Caffè Geopolitico, 17 Maggio 2017. Disponibile qui

[6] Corbetta, P. “Trump, l’economia statunitense e il commercio internazionale”, Eastwest, 3 Marzo 2017. Disponibile qui

[7] Dacrema, E. “Usa-Siria: storia di una notte d’aprile e di 59 Tomahawk”, ISPI, 7 Aprile 2017. Disponibile qui

[8] Corbetta, P. “Voti pericolosi. L’influenza di social network, informazione e istruzione sulle dinamiche elettorali”, Eastwest, 5 Aprile 2017. Disponibile qui

[9] Corbetta, P. “Tra bugie e verità cosa abbiamo capito dopo 4 mesi di Trump?”, Eastwest, 23 Marzo 2017. Disponibile qui

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